ARTICOLI CHE PARLANO DI MARCO_MISSIROLI
Si dice che il tre sia il numero perfetto, il libro numero tre di Marco Missiroli, “Bianco”, edito da Guanda e da poco in libreria, lo conferma. Una sapiente miscela di crudezza e soavità, una felice sinergia di lucida spietatezza e tenera umanità giocate sul filo del ricordo che raccolgono l'esperienza dei due precedenti romanzi e la smussano, la perfezionano, la completano. La denuncia di una delle pagine più atroci della nostra storia, il feroce razzismo del Ku Klux Klan, avviene attraverso la voce della coscienza di un uomo redento grazie all'amore e alla mancanza e viene espressa attraverso l'innocente onomatopea di un bambino che ricalca l'orrore, con inconscia spontaneità, nella mimesi dello sparo del suo indianino giocattolo "cu clus bum!". Un libro che non parla solo d'amore, che rifugge il vano sentimentalismo e che comunque riesce a commuovere. Un libro che ha la volontà di lasciare una traccia, un messaggio, per riflettere, per non dimenticare. "...il bianco non c'entra niente con la pelle della gente". "Perchè il bianco non è un colore ma il vortice che si mangia tutti i colori". "E noi diventiamo il bianco quando chiudiamo gli occhi per l'ultima volta".
Com’è potente sapere che un pezzetto della storia di Rimini comincia già nella copertina di un libro. Un libro che ha le gambe lunghe e lo sguardo attento, un libro che si chiama “Tempi a confronto” (edito da Chiamami Città) e che è stato scritto da chi ne ha viste tante. È il nuovo lavoro di Ariodante Schiavoncini, scrittore nato nel 1922 che ha da sempre messo il suo talento al servizio di Rimini e dei suoi cittadini. È un libro che esce in questi giorni nelle librerie. E davvero basta fissare bene quell’immagine di copertina, ci sono una donna e un uomo abbracciati, sotto di loro la sabbia nostrana e dietro di loro degli alberi ormai dimenticati.
Domenica 19 marzo lo scrittore Marco Missiroli ha presentato “Tempi a confronto. Una famiglia proletaria riminese nella tragedia del ‘900”, il libro autobiografico di Ariodante Schiavoncini, classe ’22, edito per i vent’anni di Chiamami Città. “Molti di noi parlano di memoria - così Missiroli ha introdotto l’opera - Ma è difficile mettere in pratica la memoria, ci vuole non solo dignità e coraggio, ci vuole anche l’istinto del recupero. Questo libro potente va fatto leggere alle persone, c’è una vita intera dentro, e Ariodante è un grande narratore.” A seguire, la testimonianza emozionante e arguta di Ariodante Schiavoncini, che ha sollecitato le domande e gli interventi dei presenti, un pubblico foltissimo e partecipe, di tutte le età. Perché, come ha scritto l’autore, il suo libro è dedicato “Ai giovani perché sappiano, agli anziani perché ricordino”.
Ultimi quattro incontri con l’autore, quattro ultimifuochi d’artificio, per la diciannovesima edizione di Moby Cult, l’appuntamento serale gratuito di piazzale Boscovich organizzato dalla Cna sotto la direzione di Manola Lazzarini e la collaborazione de “Il libro nella città”. Cult di nome è di fatto, visti anche gli ospiti che si sono succeduti sul molo della destra del porto nei giorni scorsi: Alessandro Meluzzi, Paolo Crepet, Maria Rita Parsi, Willy Pasini, Roberto Vecchioni, Andrea Mingardi.
Ascolti Marco Missiroli e pensi al suo ultimo, potente romanzo, a quel «...bianco che non è un colore, ma il vortice che si mangia tutti i colori. Come la morte, il vortice che si mangia le cose fatte in una vita...» Sono tre anni che è uscito, "Bianco", dopo la rivelazione di "Senza coda", Campiello opera prima del 2006, e la favola dolceamara di "Il buio addosso", del 2007, e intanto leggevamo le recensioni di Marco sul Corriere della Sera, un bell'incontro ogni volta. Mentre lui, a Milano, scriveva e riscriveva quel romanzo che, ci aveva promesso, avrebbe avuto dentro un po' di Rimini. Uscirà il 23 febbraio prossimo, per i tipi di Guanda. Il titolo è "Il senso dell'elefante". «Questo è il mio quarto libro, e quattro libri sono molti se ci penso bene» sorride Marco Missiroli. «Però è forse il mio romanzo più necessario, parla di alcune vite che ho incontrato in questi anni e che ho fuso in un'unica storia: il senso dell'elefante è l'istinto dei pachidermi di proteggere nel branco i figli degli altri, al di là dei legami di sangue. Questa potenza di legami, questa tendenza al sacrificio nonostante un rapporto "ufficiale" è stata la molla di scrittura. La devozione verso tutti i figli, è questo il tema del libro. Nelle minuzie dei rapporti umani, e davanti alla possibilità dei sacrifici. È un libro che ha anche Rimini come centro della narrazione» continua Marco.
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