ARTICOLI CHE PARLANO DI MALATESTA
Dopo oltre quattro mesi di restauro, sabato 18 aprile al Museo della Città di Rimini è stato presentato un frammento della veste Sigismondo Pandolfo Malatesta, scoperta nel 1756 e mai esposta stabilmente prima d’ora. Il restauro - finanziato dal Rotary Club Rimini Riviera – ha consentito di esporre stabilmente per la prima volta la pezza di stoffa (58 cm di altezza e 230 cm di lunghezza), scoperta all’apertura della tomba di Sigismondo nel 1756, recuperata nel 1920 e restaurata una prima volta in Svizzera nel 1970. Il tessuto – che rimarrà in esposizione in una teca del Museo – potrà ora continuare a far parlare di sé dopo decenni di silenzio, raccontando aspetti meno noti, ma non meno significativi, della vita quotidiana, pubblica e privata, di Sigismondo.
Chi lo conobbe, di lui disse solo bene. Secondo l’umanista Leonardo Bruni, era “un uomo eccezionale; un uomo di quell’antica stirpe primigenia di cui si è persa la specie”, “eccelle tanto in letteratura e in dottrina, quanto coloro che a tutte le età si dedicarono agli studi; a ciò si aggiunge la modestia, la mansuetudine, la integrità”. Per Antonino, vescovo di Firenze, “era robustissimo e bellissimo di corporatura e di elettissimo consiglio; era anche di grande liberalità, devoto alla cristiana religione e peritissimo nello studio e nelle lettere”. Insomma, avrebbe concluso Carlo Tonini molti secoli dopo, “fu il migliore di tutti i Malatesti”.
Dopo aver tratteggiato le figure della regina Cristina di Svezia e della contessa Caterina Sforza Riario, vissute in Romagna, passo a presentare la nobildonna Antonia da Barignano, madre di Sigismondo e di Malatesta Novello, vissuta prima a Rimini, e poi, per lungo tempo, nel territorio di San Mauro e di Bellaria.
Antonia, apparteneva ad un casato bresciano di nobili origini e di elevata condizione sociale. I Barignano erano proprietari di terre, di case e di beni immobili di varia natura. L'incontro con Pandolfo III avvenne probabilmente durante una festa o cerimonia di corte.
Lui è un maturo vedovo, uomo ricco e potente, verso il 1415, signore anche di Brescia e Bergamo. Lei, un'adolescente che si circonda di arredi preziosi e oggetti raffinati, sempre elegantemente abbigliata, l'affascina al punto tale da far scacciare l'amante in carica, Allegra de' Mori, già madre di Galeotto Roberto. L'arrivo di Antonia, nuova amante, è testimoniata nei Codici Malatestiania partire dal 1416, quando Pandolfo provvede a far ristrutturare l'abitazione che ospitava la precedente favorita, per lei che è in attesa del primo figlio, Sigismondo, futuro signore di Rimini, cui seguirà Malatesta Novello, futuro signore di Cesena.
Ogni leggenda nasconde qualcosa di vero, e così è anche per quella sul tesoro di Sigismondo Malatesta. In epoche diverse fino alla nostra, semplici cittadini, nobili e perfino i reggenti veneziani - che acquistarono la nostra città nel 1500 da Pandolfo IV “il Pandolfaccio” - cercarono le ricchezze nascoste del signore di Rimini. La ricerca, per quel che ci è dato sapere, non ha mai avuto successo. Diverse cronache del tempo ne hanno fatto cenno, già subito dopo la morte di Sigismondo nel 1468, e diversi sono i castelli indicati come possibili luoghi adatti a nascondere il tesoro. Quello di Montefiore è tutt’ora il più accreditato. Sono state fatte negli anni ricerche anche approfondite in quella costruzione, con particolare insistenza nella torre così detta del Diavolo colpita da un fulmine attirato “sicuramente” dall’oro e dall’argento. Di ricchezze Sigismondo ne aveva accumulate molte nella sua vita come capitano generale delle milizie della Chiesa, di Firenze e di Venezia. La sua fama di abile condottiero era conosciuta in tutt’Italia e i suoi servigi richiesti e ben pagati.
La commedia dialettale riscuote sempre un grande successo. Ne sono una prova le serate da tutto esaurito al teatro Tiberio di Rimini. Ma quello del teatro dialettale è un vero e proprio fenomeno che coinvolge e appassiona tutta la Provincia. Al teatro Rosaspina di Montescudo la rassegna dialettale è giunta addirittura alla sua diciassettesima edizione e anche quest’anno propone serate all’insegna del divertimento e dell’allegria (ogni sabato fino a marzo). Partirà invece il 6 febbraio la quindicesima edizione di “Rumàgna marzulèna” la rassegna di Montefiore Conca curata dal poeta Giovanni Martelli, al teatro comunale Malatesta (ogni sabato fino al 28 marzo ore 21.15).
Delle numerose donne dei Malatesti, poche sono note; tante, invece, quelle di cui non si sa quasi nulla. Gli storici e i cronisti del tempo, dediti a narrare lotte, alleanze politiche, truci soppressioni compiute dai potenti Signori, non si occupavano di loro. Vengono citate, per fama, solo Francesca da Rimini, Parisina, Isotta.
Io voglio ricordare, invece, alcune donne "minori", vissute nell'ombra o scomode e quindi eliminate, quelle curiose, originali, che hanno comunque dato il proprio contributo.
Chi ha mai sentito parlare, ad esempio, di una certa "Alubursa", riminese, bella, alta, bruna e "arrendevole", ritenuta la prima matrona della stirpe? Eppure fu la prima a compiere la "fuitina" per amore! Attorno al 1150, stanca di aspettare le incerte e difficili trattavive per il matrimonio, si fece rapire dal suo innamorato, tal Giovanni II da Pennabilli, e "consumò" le nozze in un fienile.
"Malatesta&Montefeltro" diventa un brand: un gruppo di esperti in marketing lavora per promuoverlo e commercializzarlo, anche all'estero. Si è tenuta da pochi giorni una conferenza programmatica a San Giovanni in Marignano dedicata al turismo nell'entroterra. "Malatesta & Montefeltro" raggruppa 27 comuni che dovranno agire in sinergia. La scommessa che si è andata delineando durante la conferenza è di riuscire entro la legislatura a portare a 200 mila le attuali 160 mila presenze turistiche annue nelle nostre colline. Strumento principale, tanta promozione turistica all'estero.
Attualmente il rapporto su cento turisti che vengono nella nostra zona, 79 cercano il mare e 21 cercano la collina (o montagna). Nei prossimi 4 anni si farà molto per costruire un'identità comune da proporre alle fiere del turismo.
Maurizio Melucci, nella sua nuova veste di assessore regionale al turismo parla di STL, ovvero sistema turistico locale per proporsi con numeri forti nel mercato internazionale.
Una pubblicazione di Piergiorgio Pasini, "Il tesoro di Sigismondo", fa luce per la prima volta sui numerosi rinvenimenti di medaglie malatestiane "in defossis locis dispersae, vel muris intus locatae", con lo scopo di trasmettere ai posteri la propria fama.
I casi di rinvenimenti di medaglie malatestiane appositamente celate in apparati murari, sono più di venti nel territorio un tempo dominato dai Malatesta: oltre che a Rimini, medaglie sono state rinvenute a Montescudo, Verucchio, Fano, Senigallia, Montefiore, solo per citarne alcune.
Non sappiamo quando iniziò questa tradizione, che venne perpetuata anche dopo la morte di Sigismondo, dai suoi successori tra cui Pandolfo IV detto il Pandolfaccio, e si protrasse anche dopo la cacciata dei Malatesta avvenuta nel 1528, almeno fino alla prima metà del XVII secolo.
I depositi di medaglie malatestiane, per la loro sistematicità ed estensione nel tempo e sul territorio, non ha praticamente eguali, e l'unico termine di paragone può essere dato dai Carraresi a Padova alla fine del Trecento.
Nel Medioevo era costume posizionare oggetti propiziatori di tipo religioso o magico o anche solo simbolico nelle fondamenta di edifici pubblici e privati, e anche a Rimini è documentato un caso di questo tipo.
Nel 1358 Malatesta Ongaro, infatti, pose nelle fondamenta di un torrione presso ponte de san Piero "uno elmo da omo d'arme: fo segno di battaglia".
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