ARTICOLI CHE PARLANO DI DIALETTO_ROMAGNOLO

mer 01 lug 2009 - Notizia di cultura - scritto da Bisacchi Simona

Cantèdi (Moby Dick, 2009) è il terzo libro di poesie di Gianfranco Miro Gori, che ha fondato e dirige la cineteca di Rimini, è autore di saggi e articoli di argomento cinematografico e di studi sulla cultura romagnola. Dalla prima raccolta, Strafócc (Chiamami Città, 1995), Gori usa il dialetto di San Mauro, recuperato non come lingua “madre” – i suoi gli parlavano in italiano, come in tutte le famiglie degli anni ’60 al tramonto della cultura contadina - ma quasi lingua  “padre”, volontariamente appresa nell’ascolto degli amici al bar, “uno degli ultimi luoghi, almeno a San Mauro, dove si parla dialetto”. Una lingua da uomini, “che rimanda ai rapporti faccia a faccia” scrive Giuseppe Bellosi.

mer 26 ago 2009 - Notizia di cultura - scritto da Cicchetti Stefano

«Sdrenare: spossare, verbo transitivo: “oh, sta gente oggi m’ha sdrenato”. Dialetto: sdrenè. Si confronti la vocedrenare “prosciugare completamente”.» Così Fabio Foresti in “Quella nostra sancta libertà: lingue, storia e società nella Repubblica di San Marino” (1998).

Il che equivale ovviamente al riminese sdrinè, tuttora ampiamente utilizzato anche dai più giovani nelle italianizzazioni sdrinare, sdrinato. La forma sdrenè pare però più diffusa, comparendo a nord a Russi come a meridione nel Dizionario Urbinate del Tiberi: «Sdrenè: Sderenare o Sdirenare.  Sfiancare.  A forsa da spaché la legna me so sdrenàt.»

mer 18 nov 2009 - Notizia di cultura - scritto da Cicchetti Stefano

Contrariamente a tante nostre parole dialettali dall’origine oscura o controversa, s-ciavìd non nasconde misteri etimologici. E’ infatti L’esatta trasposizione in romagnolo del toscano sciàpido (o anche scìpido), che come il più comune “insipido” discende dal latino: ex-sapidus il primo, in-sapidus il secondo. Sia in che ex escludono, negano ilsapidus, cioè il “sapore”. Stesso percorso per il riminese, e pesarese, sciàp e per lo sciàpu umbro.

S-ciavìd, ma soprattutto sciàp e sciaparèl, sono però usati anche come attributi personali, per dire di individuo non proprio sveglio. Come mai?

Per capirlo bisogna risalire alla comune origine latina e anche più indietro. Infatti sapidus deriva dal verbo sàpere, che significa “aver sapore” ma allo stesso tempo, in senso figurato, “avere senno, “essere saggio”, “intendere”. La stesso ambivalenza secondo alcuni sarebbe già nel greco (per l’etimologo Ottorino Pianigiani sophos è l’uomo “dal naso fino” sia nel senso di buongustaio che di persona scaltra), è certamente in altre lingue italiche come quelle sabelliche, ed è nell’antico tedesco (sebjan significa “gustare” ma anche “comprendere”). Questo accade perché “avere sapore” e “avere senno” sono equivalenti fin dalla radice *SAP, che in sanscrito racchiude entrambi i concetti.

mer 10 feb 2010 - Notizia di cultura - scritto da Cicchetti Stefano

Se riguarda noi, implica indulgente compiacimento. Se tocca agli altri, suscita bonaria derisione. Che diventa tenerezza quando colpisce i bambini. E’ il parlóz, ovvero il colpo di sonno; l’equivalente del romanesco, ma oramai nazionale, abbiocco. Se i riminesi, specie dopo un lauto pranzo, is imparluzès, verso Ravenna interviene e’ palùg, da cui il verbo impalughìs. Una di quelle parole intime, famigliari, che non paiono trovare un’adeguata traduzione in italiano.

In realtà l’equivalente c’era e lo riportava anche la Crusca, ma è andato in disuso. Spiega infatti il “Vocabolario Romagnolo-Italiano” di Libero Ercolani (1994): «Impalughìs corrisponde al toscano appalugare (appisolarsi), all'umbro appaliginasse (addormentarsi) e si accosta all'aretino appliginare (vederci male, detto di chi guarda e non riesce a discernere). Il ravennate, del sec. XVII, è à palugar, cominciare a prendere sonno».

mer 10 feb 2010 - Notizia di cultura - scritto da Cicchetti Stefano

«Fu una vita selvaggia, allegra e guitta, e un'educazione a tutti i trucchi e tutti i funambolismi davanti al pubblico, che magnava le fusaje (i lupini) e poi tirava le cocce (le bucce) sur parcoscenico al lume de certe lampene (lampade) ch' er fumo spargeva da pertutto un odore da bottega de friggitore». Così Ettore Petrolini nel suo libro “Bravo! Grazie!!” dove rievoca gli anni della gavetta.

Anche oggi è così: se parlate con un romano de’ Roma, quando nominerà le fusaje, oltre ad aprirsigli er core, si sentirà in obbligo di tradurre quel termine, tanto lo sente suo. Del resto il lupino è davvero parte fondante nella storia dell’Urbe. Apprezzato in tutto il mediterraneo (nelle piramidi se ne sono ritrovati semi risalenti al 2000 a.C.) a Roma era uno degli ingredienti principali della dieta quotidiana. Se ne facevano soprattutto focacce, insaporite, da chi se o poteva permettere, con il garum, la salsa di interiora di pesce di una prelibatezza per noi incomprensibile.

mer 25 ago 2010 - Notizia di cultura - scritto da Cicchetti Stefano

Scrive tale Lara382 nel suo blog: “La caratteristica della gnorgna 
è il misto di malinconia,
 noia, svogliatezza.. ma con la
voglia di fare qualcosa,
 per cambiare uno stato d'animo negativo..
 peggio dei bambini capricciosi 
che spesso fanno quella lagna che dura ore. .
e le mamme li cambiano,
 gli danno il ciuccio, 
cantano le canzoncine,
 girano per casa ballando con loro in braccio,
 diventano matte per farli smettere
 quella gnola che fanno! 
Ecco lagnola è la manifestazione della Gnorgna!”

Dunque la gnorgna sarebbe la versione romagnola dello spleen, o ennui, o saudade che dir si voglia secondo i luoghi e le epoche.

mer 01 dic 2010 - Notizia di cultura - scritto da Cicchetti Stefano

E’ zudro il pallone che ha perso la sua sfericità. E’ zudra la testa che non contiene molto acume. Ogni riminese lo sa benissimo. Ma come ci siamo inventati questa parola, è nebbia fitta. Intanto parrebbe proprio un termine sbocciato fra Ausa e Marecchia, poiché altrove, anche in Romagna, non se ne rinviene traccia. Tacciono i tanti dizionari dialettali, almeno con noi ricercatori della domenica. Ed è nebbia fitta anche per le sue origini.

Andando per esclusione, difficile che il nostro zudro sia lo stesso della Slovacchia morava, nella regione di Hornacko: lassù il termine sta a indicare le porte decorate a intagli, in cui gli abitanti sono particolarmente abili.

Valicando le Alpi, a San Leonardo del Friuli si trova il cognome Zudri, che però conduce dritto in un vicolo cieco: “cognome – scrivono i dotti locali - che, come fa notare Pavle Merkú, é di derivazione e di significato oscuro; probabilmente si tratta di un cognome portato nelle nostre zone da qualche antico immigrato tedesco e da identificare con i cognomi Cuder, Cuderman presenti nella Gorenjska e nella Primorska”.

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