ARTICOLI CHE PARLANO DI CIBO_COME_CULTURA
Per il quinto anno consecutivo, torna "Cibo come cultura". Un ciclo di conferenze che quest'anno propone due mondi che spesso a tavola si incontrano: le erbe e il pesce dell'Adriatico. Letture e degustazioni, ricette, storia, aneddoti e tradizioni che accompagnano l'alimento discusso, in base al territorio di provenienza. "Cibo come cultura" prevede anche quest'anno la formula degli anni scorsi: le prime due serate dedicate alla conoscenza di un prodotto e la terza serata in compagnia di un "luminare"esperto di cibo in generale. Venerdì 20 Fabio Fiori e Adriano Barberini saranno i relatori di "Storie di mare e di pesca. La ricchezza del pesce povero". Il mondo della biologia marina, l'esperienza dello studio approfondito di un àmbito che incontra la pesca, il quotidiano, le esigenze del mercato. Come sta il pesce povero che tanto povero non è più, semmai quasi povero-estinto.
Marino Niola è antropologo della contemporaneità, docente all'Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, editorialista di "La Repubblica". Un raro esempio di saggista italiano capace di amalgamare l'acribia dello studioso con l'alchimia di una scrittura sapida e croccante, che apre al lettore il backstage dei miti e riti contemporanei. Il suo libro "Si fa presto a dire cotto. Un antropologo in cucina" (Il Mulino) è una gourmandise letteraria, i cui ingredienti sono i sapori e i saperi dell'homo edens, ma la differenza vera la fa il cuoco. A raccontarne sarà lui stesso a Santarcangelo il 3 dicembre, per la VI edizione di "Cibo come cultura" (Sala del Lavatoio, h. 20.45). Intanto, per ingolosirvi, ecco un assaggio.
Professor Niola, cosa ci fa un antropologo in cucina?
«Fa il suo mestiere: la cucina è luogo dell'identità e delle differenze, in cui affiora quello che gli uomini nascondono con le parole. La cucina non mente, fotografa in profondità una cultura mostrandone gli atteggiamenti, le preferenze, le abitudini, i tabù, le passioni, il rapporto con la natura e con gli altri, di cui vengono alla luce organizzazione e gerarchie. Il cibo differenzia: un italiano "maccaroni" da un tedesco, ma anche chi può mangiare caviale da chi ha solo il pane. La cucina addensa simboli, basti pensare alle comunità migranti che ne accentuano le caratteristiche etniche, come segno d'identità. Un modo per fermare l'orologio e conservare dentro di sé la patria attraverso la cucina che, però, è madre. Dando così un corpo, un sapore, un profumo a quell'astrazione che noi chiamiamo madrepatria.»
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