ARTICOLI CHE PARLANO DI CALDEROLI
Se le patacate politico-giornalistiche avessero un effetto rinfrescante, in questo agosto riminese dovremmo girare col cappotto. Ha iniziato “La Voce”, che sta ancora elaborando il lutto per l'ennesima batosta elettorale del suo sponsorizzato Lombardi e cerca dunque ogni occasione per prendersi un brodino. Di qui il patetico tentativo di controbilanciare lo zoccolame mediatico di certe frequentazioni berlusconiane con l'infortunio familiare - imbarazzante quanto incolpevole - di Jamil, il neo-assessore provinciale dal cognome impronunciabile il cui padre ebbe la sventura di affittare, con tutti i crismi della legalità, un appartamento che in seguito si scoprì essere utilizzato dal locatario per appuntamenti piccanti.
Abbiamo poi assistito alla ricaduta riminese di due recenti casi di “scemenza legislativa sulla sicurezza”. Grazie al primo, anche da noi ci sono tutori dell'ordine distolti da ben più urgenti incombenze per andare a caccia di bici da multare. Sembra il film della mia infanzia, quando con mio fratello Dede guardavo dalla finestra la Via San Marino, all'epoca percorsa quasi solo da biciclette; e dove talvolta -anch'essi pedalando - arrivavano i carabinieri a multare qualche ciclista con la bici sprovvista di campanello, o che teneva il manubrio con una mano sola. L'altro caso ha invece l'amaro sapore di un dramma esistenziale venato di xenofobia: in omaggio al diktat “maronita”, due fidanzati - una commerciante riminese e un immigrato pakistano - al momento di sposarsi sono stati respinti sulla soglia del municipio, perché lui era sprovvisto di permesso di soggiorno.
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