ARTICOLI CHE PARLANO DI BERLUSCONI
Se le patacate politico-giornalistiche avessero un effetto rinfrescante, in questo agosto riminese dovremmo girare col cappotto. Ha iniziato “La Voce”, che sta ancora elaborando il lutto per l'ennesima batosta elettorale del suo sponsorizzato Lombardi e cerca dunque ogni occasione per prendersi un brodino. Di qui il patetico tentativo di controbilanciare lo zoccolame mediatico di certe frequentazioni berlusconiane con l'infortunio familiare - imbarazzante quanto incolpevole - di Jamil, il neo-assessore provinciale dal cognome impronunciabile il cui padre ebbe la sventura di affittare, con tutti i crismi della legalità, un appartamento che in seguito si scoprì essere utilizzato dal locatario per appuntamenti piccanti.
Abbiamo poi assistito alla ricaduta riminese di due recenti casi di “scemenza legislativa sulla sicurezza”. Grazie al primo, anche da noi ci sono tutori dell'ordine distolti da ben più urgenti incombenze per andare a caccia di bici da multare. Sembra il film della mia infanzia, quando con mio fratello Dede guardavo dalla finestra la Via San Marino, all'epoca percorsa quasi solo da biciclette; e dove talvolta -anch'essi pedalando - arrivavano i carabinieri a multare qualche ciclista con la bici sprovvista di campanello, o che teneva il manubrio con una mano sola. L'altro caso ha invece l'amaro sapore di un dramma esistenziale venato di xenofobia: in omaggio al diktat “maronita”, due fidanzati - una commerciante riminese e un immigrato pakistano - al momento di sposarsi sono stati respinti sulla soglia del municipio, perché lui era sprovvisto di permesso di soggiorno.
Se Silvio Berlusconi fosse un frutto, quale sarebbe? Okay, una banana, la battuta è facile e ritrita, e la scartiamo subito. Respingiamo pure facezie tendenziose tipo «la mela di Biancaneve» o «un marrone, anzi due». Questo non è uno sfogo da bar, ma un gioco da salotto - o, visto il tema, da mercato coperto. E proprio tra la frutta di stagione troviamo la soluzione al quesito: se il premier fosse un frutto, sarebbe senz'altro un caco. Un cachi. Un kaki. Ecco, già questo potrebbe essere un primo aspetto comune, e cioè l'incertezza sul nome della pianta: anche il partito di Berlusconi non si sa mai come chiamarlo, Forza Italia, Partito della Libertà o Popolo della Libertà. Ma questo accostamento forse è un po' tirato per i capelli, veri o falsi che siano. Vediamo i punti in comune più fondati.
1. Il caco divide in due l'opinione pubblica. O lo ami o lo odi, non esistono posizioni centriste. Basta la parola per suscitare da un lato golosi entusiasmi e mugolii di apprezzamento, dall'altro smorfie disgustate di gente che non assaggerebbe un caco nemmeno se fosse l'unico frutto rimasto sulla terra. E i tratti che lo fanno amare dagli uni sono gli stessi che lo rendono odioso agli altri: è dolcissimo, molliccio, gelatinoso Berlusconi non è molliccio e gelatinoso (quello, semmai, è Bondi), ma la sua incontrollabile voglia di piacere ad ogni costo fa l'effetto del gusto ultrazuccherato del caco: c'è chi lo trova irresistibile e chi nauseante, e fra i due schieramenti non c'è possibilità di dialogo.
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