L’arco di pietra è tutt’ora l’unico esempio dell’Italia settentrionale, giunto fino a noi, di porte di città risalenti all’età sillana. Era formata da due fornici di 3,45 metri di larghezza e 5,90 di altezza. I piloni laterali raggiungevano una larghezza di 2,60 metri e quello centrale un metro in meno dei corpi più esterni. Il complesso monumentale aveva una profondità di 2,20 metri e raggiungeva una larghezza massima complessiva di 12 metri e mezzo. Le arcate, costituite da un doppio giro di cunei, erano formate nella loro interezza da pietre di Covignano. Successivamente, forse sotto il regno di Antonino il Pio, a causa dell’innalzarsi del piano stradale e per poter difendere l’ingresso con meno truppe, il fornice di sinistra fu chiuso e l’arcata dell’altro fornice rialzata. Durante la seconda guerra mondiale gli edifici intorno furono gravemente danneggiati dai bombardamenti. La Porta era sana, ma i camion non passavano e fu la sua condanna. Nel 1949 si decretò poi che fosse smantellata e rimontata nel cortile del museo – distrutto dalle bombe – accanto al Duomo. Poi la costruzione del nuovo mercato coperto comportò anche quella di un muro di cinta che passava proprio sotto la Porta! Dopo un altro spostamento nel medesimo cortile, finalmente nel 2004 l’arco “vagante” tornò in via Garibaldi, anche se spostato di 40 metri rispetto alla collocazione originaria, ormai impossibile da ripristinare.
Tornando alla Rimini romana, a quell’epoca l’area che sarà del Borgo Sant’Andrea – fosse o meno edificata - era già, e tale rimarrà, la cerniera fra la città e la campagna, le colline e l’Appennino. Da qui arrivavano gli approvvigionamenti, non solo di cibo ma soprattutto di acqua. Acque dell’acquedotto che scendeva dalle sorgenti dei Padulli. E acque dei canali: il Mavone, il Mavoncello, la fossa Patara, la fossa dei Molini. Nomi che si sovrappongono e si confondono nei tempi, per le opere dell’uomo e per gli sconvogimenti della natura. I confini di questo territorio sono altri due corsi d’acqua: il Marecchia e l’Ausa, con quest’ultima che scorreva molto più vicina di oggi al Borgo, avvolgendo una parte della cinta muraria cittadina. I romani sfruttarono poco e tardi l’energia idraulica, che fu invece valorizzata al massimo nel medio evo. Da Borgo San’Andrea, che può a buon titolo fregiarsi del titolo di “terra delle acque”, passavano tutti i “motori” della città: le fosse che muovevano le pale di molini e ogni altra macchina allora conosciuta. Nell’area dell’ex consorzio agrario fra molto altro è venuta alla luce una grande vasca di epoca imperiale.
Il nome di Sant’Andrea si deve ad una delle più antiche chiese di Rimini, dedicata appunto ai SS. Andrea, Donato, Giustina. L’edificio sorgeva dove oggi si vede un piccolo spiazzo all’incrocio fra via Cignani e la Circonvallazione Meridionale. Ben fuori la Porta, dunque, come si addiceva alle prime chiese cristiane. Altro indizio di antichità, la pre-esistenza di una necropoli a lungo utilizzata. La chiesa era piccola, appena 14 metri per 10, a croce greca e con cupola; simile dunque al mausoleo di Galla Placidia di Ravenna e con buona probabilità risalente alla stessa epoca. Significativa anche la dedica all’Apostolo Andrea, patrono di Costantinopoli, quasi un “marchio” bizantino in nel periodo – siamo fra il V e il VI secolo – della contrapposizione ai Goti.
La chiesetta dette dunque il nome al quartiere che si sviluppò all’esterno della porta romana. Non sappiamo molto di quel periodo, se non che dovevano già esistere e da molto tempo numerosi molini, lavatoi, vasche per lavorazioni artigianali dell’argilla, dei tessuti e delle pelli. L’opificio più importante era in un monastero, quello dei frati Umiliati, giunti a Rimini nel 1261 per introdurvi l’arte della lana; aveva la sua gualchiera, la macchina follatrice mossa dalle acque del Canale dei Molini. Come in ogni borgo vi erano ospitali. Si ricordano quello “dei Battuti”, di S. Giovanni Evangelista e di S. Maria Mirasole.
Il primo documento che parla di una Porta Sant’Andrea è del 1086. Una seconda porta, più piccola, era quella del Gattolo, che nel ‘400 sarà inglobata dalla rocca malatestiana. Entrambe si trovavano in posizione strategica, lungo il lato più della città, l’unico non protetto da un fiume o dal mare. Una posizione ancora più preziosa per i Malatesta: da qui potevano controllare la via che portava a Verucchio ed agli altri loro possedimenti aviti in val Marecchia. Ben presto le case e le torri a ridosso delle due porte divennero di loro proprietà. E per almeno due volte – nel 1296 al momento della conquista del potere e nel 1333 per riprenderselo – i Malatesta usarono le loro “Case rosse”, il complesso con torre che sovrastava Porta Sant’Andrea, per nascondervi proprie truppe ed espugnare la città. Verso il 1360 la cinta muraria fu allargata, una buona parte del Borgo entrò a far parte della città vera e propria. Una nuova porta con torre tolse all’arco romano la sua funzione. All’esterno delle mura fra le due porte c’era il cimitero ebraico; il ghetto era nell’attuale via Bonsi.
Di lì a un secolo il Borgo non esisteva più. Di questa distruzione si hanno poche notizie e nessuna data certa. Nel 1416 la chiesa di Sant’Andrea risultava bruciata e devastata, non si sa da chi e perché. Nel 1451 sulle sue rovine sorgeva una celletta. Nel 1466 il suo titolo era annesso al Capitolo. Si suppongono distruzioni durante le guerre condotte dai Malatesta, o anche una demolizione decisa dagli stessi riminesi per non essere più in grado di difendere il Borgo e per non dare rifugio agli assedianti.
Per oltre tre secoli fu l’oblio. Poi la rinascita vigorosa dell’Ottocento. Borgo di artigiani, raccordo con il contado, acque e canali: gli elementi sono sempre gli stessi, ma i tempi sono cambiati. La fornace Fabbri ne è il simbolo. Il più grande stabilimento della città, con la sua altissima ciminiera che ne caratterizzava il panorama, sorgeva nell’attuale area della vecchia fiera. Le case dei suoi operai, in parte conservate, facevano parte di un quartiere fiero e ribelle, che divenne caposaldo della fede repubblicana. L’intitolazione della sua piazza principale e poi del Borgo stesso a Mazzini ne sono tutt’ora testimoni.
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