Il monastero e la chiesa, fra i più importanti della città comunale, subirono numerosi rifacimenti; intorno alla metà del Cinquecento, la medievale chiesa a tre navate con cripta, fu ricostruita nelle forme attuali. Anche il monastero fu interessato dagli interventi cinquecenteschi: gli scavi archeologici hanno portato in luce resti del portico e della pavimentazione del chiostro, tuttora visibili nell’annesso Cinema Tiberio, insieme ad alcune sepolture della necropoli che occupò il sito dall’età tardoantica. Al centro del cortile era un pozzo monumentale in pietra d’Istria, opera di uno scultore veneto del XVI secolo: attualmente, al Museo della Città, ne è esposto l’architrave con scolpiti i Santi Pietro e Giuliano. La chiesa racchiude, oltre ad opere di scuola veneta, il quattrocentesco polittico di Bittino da Faenza con le Storie di San Giuliano, nella terza cappella a sinistra, e la pala di Paolo Veronese, raffigurante il martirio del Santo, concepita come una scena teatrale di grande coinvolgimento emotivo. Sull’altare maggiore, entro un’architettura di gusto palladiano, la grande tela sovrasta il sarcofago marmoreo di età romana con le spoglie del martire.; si è conservato in parte anche il prezioso tessuto che le conteneva, con decorazioni in stile orientale.
Il culto di San Giuliano, martire in Cilicia nel III secolo, giunse a Rimini dopo secolari peripezie. Secondo la tradizione - illustrata nel polittico di Bittino - il giovane Giuliano, condannato dal Tribunale di Flaviade dal proconsole Marziale, venne messo dentro un sacco contenente sabbia e serpenti e gettato in mare, dove morì annegato si suppone un 22 giugno forse del 249.
Il suo corpo poi fu restituito dal mare sulla costa dell’isola di Proconneso (odierna Marmara, fra Bosforo e Dardanelli), e qui deposto in un sarcofago; ma poi al tempo di Ottone I (912-973), imperatore del Sacro Romano Impero, sceso in Italia nel 961 e del vescovo Giovanni VI (962-968), il sarcofago precipitò in mare e galleggiando nel Mare Adriatico, guidato da angeli, approdò a Rimini, in località Sacra Mora, facendo immediatamente sgorgare una fonte di acqua dolce sulla riva del mare. Qui si cercò di trasportarlo in cattedrale, ma gli sforzi risultarono vani, per cui furono indette preghiere dal vescovo Giovanni, con tutto il popolo riminese e così si riuscì a trasportarlo nel vicino monastero dei Ss. Pietro e Paolo, sotto la custodia dell’abate Lupicino.
In seguito un altro abate di nome Giovanni, procedette alla ricognizione del sarcofago, trovando le reliquie del giovane martire Giuliano, ancora intatte, insieme ad un documento che ne raccontava la storia e sembra che nel sarcofago vi fossero anche le reliquie di altri sette martiri non identificati; evidentemente messi tutti insieme durante il lungo periodo della permanenza nell’isola di Proconneso.
San Giuliano fu aggiunto ai Patroni della città nel 1225. In quel periodo la Zecca riminese coniò monete contrassegnate con la dicitura “Sanctus Iulianus”. La festa del 22 giugno era occasione di una grande fiera e segnava un tempo l’inizio o la scadenza dei contratti.
Di certo il Borgo era già cinto di proprie mura almeno dal 1177, poi ampliate nel ‘400 per comprendervi l’Orto dei Cervi, una vasta area “verde” - come diremmo oggi - che i Signori della città utilizzavano per la caccia e il diporto. Ai primi del ‘500 il Borgo conta 200 “fuochi”. E’ un’importante nodo stradale, poiché appena fuori dalle sue mura c’è il bivio fra la Via Emilia che conduce a Piacenza e Milano, e la via Popilia che arriva ad Aquileia, come al tempo dei romani.
Fino al 1797, l’abate di San Giuliano era il proprietario di quasi tutto il Borgo; molto probabilmente la sua stessa edificazione si deve ad un’opera di lottizzazione dei monaci benedettini. Un Borgo fra mare e terra, abitato da marinai, carrettieri “della bressa” (che raccoglievano la preziosa ghiaia del fiume), vetturini, umilissimi artigiani in casupole malsane e soggette alle frequenti alluvioni del Marecchia, ancora oggi ricordate con terrore. Borgo ribelle, malfamato, separato dalla città non solo fisicamente. Covo di “sovversione”, dove le dottrine sociali troveranno sereno fertlissimo. Un microcosmo con particolarità tutte sue che ancora si possono cogliere. E che ha avuto il privilegio di avere fra i suoi figli molti artisti che lo potessero raccontare. A cominciare dal più grande: Federico Fellini.
Il Borgo San Giuliano ha una caratteristica particolare: l'interesse a coltivare e custodire la propria storia, anche quella piccola e vicina nel tempo. C'è una storia di orgoglio nel definirsi "borghigiani", legato anche a questa memoria continuamente rinnovata. A partire dagli anni '50 le osterie e le cantine si sono trasformate in trattorie e ristoranti, talora in locali raffinati, tutti di successo, senza dimenticare le tradizioni gastronomiche borghigiane delle vecchie ricette marinare, magari rielaborate.
Quindi un passato recente fatto di ribellione e solidarietà insieme, di vita da pescatori e vetturini, artigiani e operai, e anche di miseria: una vita, a suo modo, "forte", che ha lasciato un segno, creando un significativo spirito di comunità.
Oggi tutto è cambiato. Ma lo spirito del Borgo rivive in una manifestazione popolare che si svolge ogni due anni, in settembre, nelle stradine e piazzette del quartiere. E' la "Festa de Borg" che, nata come rimpatriata fra borghigiani, è diventata la festa della città. Ogni edizione celebra un tema specifico che ne caratterizza la coreografia, ma quello che conta è l'intrattenimento in tutte le piccole e grandi piazze: orchestrine, tavolate, cucine all'aperto.
Non più quartiere aborrito, ma anzi ambito, oggi ad ogni angolo si trovano, nel silenzio di questi spazi colorati e pittoreschi, murales dedicati alla vita e ai film di Fellini.
Se poi si vuole continuare l'itinerario felliniano si può proseguire non distante fino al cimitero civico in Via dei Cipressi e visitare la tomba di Federico e della moglie Giulietta Masina con il monumento a forma di vela "la Grande Prua", opera dello scultore Arnaldo Pomodoro.
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