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VISERBA - CHE FINE FARÀ LA CORDERIA?
Autore: Claudio Costantini

Come conciliare interesse pubblico con quello privato

In attesa del recupero è diventata teatro per giochi di guerra

Pochi a Rimini e sempre meno a Viserba si ricordano della "Corderia", se non fosse per le mura di cinta e gli edifici fatiscenti, resti di una delle più importanti fabbriche di corde di canapa d'Italia. Per cento anni portò avanti onorevolmente la sua produzione e fu una delle poche realtà industriali della nostra area. Durante la seconda guerra mondiale divenne campo di prigionia e negli anni a seguire non riaprì più le sue porte al lavoro e le macchine rimasero quiete in attesa della ruggine e dell’oblio.
Molti furono i viserbesi che là trovarono per generazioni un impiego. Insieme al turismo, alla spiaggia, agli orti, alle acque, al mulino, la Corderia costituisce un fondamentale elemento della memoria e della storia di Viserba. Se per le generazioni passate la Corderia costituiva un’opportunità di lavoro che permetteva di non emigrare, per le ultime erano i luoghi dei racconti degli zii e dei nonni, per gli adolescenti dell’immaginario, dei giochi, delle avventure. Tutta l’area con il passare degli anni è diventata così impervia che alcuni hanno pensato bene di far giochi di guerra simulata con divise da commandos ed armi che sparano inchiostro (vedi You Tube). Negli stessi luoghi si trova, fatiscente, un grande mulino ad acqua, alimentato, come lo erano un’altra decina nella zona, da uno dei canali (le fosse) che scendevano dal Marecchia. Storie e vestigia da non perdere, ma quello che interessa ora i viserbesi è il futuro di tutto quel comparto di circa 70.000 mq che vorrebbero fosse recuperato al degrado e nello stesso tempo rimanesse la testimonianza di un importante pezzo di una “viserbesità” che rischia col tempo di affievolirsi.

Quel difficile equilibrio fra parchi, piazze, case e negozi
Un progetto sull’area c’è, approvato in ottobre dello scorso anno dal consiglio di quartiere, ma stenta a decollare. La società Renco di Pesaro, proprietaria dell’area, è disposta a cedere parti importanti al “pubblico” ed al salvataggio di alcuni elementi di archeologia industriale. Verrebbe recuperato e restaurato il vecchio mulino e concesso insieme ad altri edifici al quartiere per luoghi di aggregazioni, riunioni e conferenze sempre più richiesti. Più di 20.000 mq sono destinati a parco pubblico, 1000 mq sulla strada a fianco del portale saranno per case dell’Acer, 5.500 mq sono previsti per l’edificazione di una struttura commerciale con due parcheggi. Gli edifici residenziali occuperanno 21.500 mq circa comprese le aree verdi di pertinenza e parcheggi. Un carico edificatorio sostenibile secondo il quartiere, inferiore a molte altre zone anche limitrofe dove il coefficiente è dello 0,6 a fronte di uno scarso 0,4 dell’area della Corderia. Il portale della fabbrica e gli edifici al suo fianco verranno restaurati, cosi come quelli con i dipinti della guerra ed alcuni macchinari come le grandi pulegge ad acqua, mentre sul recupero dei capannoni vi è ancora qualche perplessità. Nel piano è prevista la sistemazione viaria interna e quella perimetrale compresa la messa in sicurezza di via Marconi.
Il progetto una volta realizzato favorirà, secondo il presidente del quartiere Fabio Betti, l’attivazione di sinergie con il comparto turistico. Sarà attivato un percorso pedonale che partendo dal “porto” di Viserba raggiungerà il parco e la piazza dove potranno essere allestiti eventi di tipo culturale, ludico per bambini e di intrattenimento. Il progetto deve ancora andare in commissione urbanistica e poi seguire l’iter di approvazione nel Consiglio Comunale. Tempi lunghi che possono essere ulteriormente dilatati o accorciati dall’impegno dei cittadini.

Preservare il verde che scompare
Vi è ad onor del vero anche un’altro progetto di carattere generale e se vogliamo di principio che si dilata su tutto il territorio e sulla cosa pubblica. Le città si espandono e il carico edilizio tende ad invadere sempre più gli spazi liberi. Bisogna investire sul futuro e acquisire per il pubblico, anche con uno sforzo finanziario, le aree verdi, o almeno una buona fetta di quelle che rimangono. Quindi attrezzarle per la fruizione della comunità o più semplicemente mantenerle come polmone verde. In linea di principio anche coloro che appoggiano il progetto della Corderia sono d’accordo. Ma realisticamente non credono che sia possibile realizzare queste intenzioni. Il pubblico non ha i soldi per l’acquisizione e tanto meno per attrezzare l’area. In attese che si percorrano scelte di urbanistica etica si deve coinvolgere il privato in scelte pubbliche che portino ugualmente ad un saldo economico soddisfacente. Così si è cercato di fare con il progetto Corderia che può essere certamente migliorato, ma non come pretesto per dilatare i tempi della sua realizzazione.










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