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TACCUINO:
UN RISOTTO DI PESCE CHE È UN TUFFO NELLA MEMORIA
Autore: Michele Marziani

Gino Mangianti, “Gino” il Matto, è morto nel 1995, ma il suo ristorante prosegue una tradizione inossidabile con una gestione tutta al femminile. E nella semplicità dei piatti passano i ricordi di una Rimini che non c’è più


Gino Mangianti, Gino il “matto”, per chi ha buona memoria, aveva costruito la sua fortuna sul pesce fresco cotto sul focone. E sull’imporre, con modi, diciamo pirotecnici, idee, usanze e pietanze ai clienti del suo ristorante. I molti clienti apprezzavano questa pittoresca vena di pazzia che faceva sbattere la griglia sul tavolo e prendere a calci l’auto dell’avventore poco gradito. In fondo Gino un po’ ci giocava e pure i clienti che facevano buon viso e quattro risate. Rappresentava i modi “grezzi”locali che ben descrive Lia Celi nel suo piacevolissimo “Alieni a Rimini!” manualetto per “integrarsi tra riminesi senza perdere il buonumore” edito dal comune di Rimini.
I modi di Gino dovevano conquistare i turisti e gli “indigeni”, in cerca di buon pesce sulle colline. Poi Gino Mangianti nel 1995 ha smesso per sempre di sbattere piatti e gratelle. Gli è sopravvissuto il ristorante che si chiama sempre “Da Gino” (tel. 0541 75.22.88). A mandarlo avanti uno staff tutto al femminile che impone ancora usanze e tradizione, ma con grande savoir fair. Così voi non vi accorgerete neppure che il ristorante da Gino permette di vivere “umanamente” a chi lo manda avanti: è aperto solo di giovedì, venerdì e sabato, solo la sera, solo dopo le 20,30. Il locale si trova in collina, in un luogo toponomasticamente impreciso (Santa Cristina, San Lorenzo a Monte?), in via Tommasetta, alle spalle di Rimini. Lo trovate dentro ad una casetta. Entrate dalla cucina, passando accanto al focone, leggete il menu scritto a mano su un foglio di carta gialla e vi sedete in una delle datate salette da pranzo dove tutto sembra fermo agli anni Settanta e ai tempi della Rimini un po’ peschereccia e un po’ balneare, vitellona. C’è una coreografia d’altri tempi anche nel servizio, nel chiedervi – gentilmente – di tenere sempre le stesse posate, nel farvi trovare sul tavolo l’unico vino disponibile, un rosso collinare che con il pesce non sta poi così male. Il menù è fisso e non si scappa, lungo e decisamente abbondante. Se sfiniti dal susseguirsi dei piatti lascerete qualcosa ve lo faranno notare, sempre con gentilezza, e per non finirlo vi toccherà insistere un po’. È giusto, questa è ristorazione povera, nata ai tempi in cui non si buttava via niente. La cucina è semplice e antica, con tanto uso del focone e un po’ di bruciaticcio in qua e in là che ricorda tanto la Rimini che profumava di carbonella quando si girava per le strade la sera.Passano in successione la sarda al sugo piccante (nel quale fare la scarpetta con il mezzo filone di pane che si trova sul tavolo), l’insalata di seppia al sedano, le vongole, i lumachini, le capesante e cannelli gratinati, i sardoncini che arrivano direttamente in graticola... Non c’è da fare esegesi d’alta cucina, ci si diverte. E ci si commuove, subito dopo, di fronte a quel monumento alla riminesità che è il risotto, cotto a puntino, sgranato, rosso, profumato d’Adriatico e sapido di pesce. Il risotto dei marinai e dei ricordi, delle trattorie di mare, di quando il pesce era buono e solo locale. Un vero, autentico, unico, piatto della memoria, davanti al quale scorrono i sapori di una vita (da riminese, ovviamente). Inimitabile, perfetto. Sarete talmente felici di questo incontro che chiuderete un occhio e pure l’altro di fronte all’oratella da porzione d’allevamento (comunque ben grigliata) e, col pensiero ancora rivolto al risotto, neppure vi accorgerete della fritturina, della ciambella e dei buoni fiocchetti (nel periodo di Carnevale, ovviamente). Annegherete questo tuffo nella memoria nella potenza della grappa della casa, servita in piccole caraffe. Il prezzo è fisso: 30 euro. Tutto compreso.





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