OPINIONI:
SCARCIÒFLI IN ROMAGNA COME A ROMA
Autore: Stefano Cicchetti
Una parola araba ha soppiantato quella latina che oggi ricordiamo solo grazie ad un noto liquore
Come ci istruiva Ernesto Calindri dal suo tavolino-rotatoria, “contro il logorio della vita moderna, Cynar!”. Spiegando che quello era il nome latino del carciofo. Una pianta mediterranea per eccellenza ed in particolare tipica dell’Italia, da sempre culla del gustoso e benefico cardo. Ma allora come mai il cynar si è trasmesso in pochissime lingue moderne, tanto da necessitare della traduzione di Carosello? Solo gli Ebrei spagnoli ne conservavano una traccia nel loro anginara; oggi restano gli Albanesi con angjinare, i Romeni con angihnare ed i Turchi con enginar. Fatto curioso, quest’ultimo, visto che tutti gli altri, nelle lingue nazionali come nei dialetti, invece che agli antichi Romani (o dal greco kinàra) si rifanno agli Arabi: al-kharshûf è infatti il termine da cui discendono l’italiano carciofo come l’inglese artichoke e lo spagnolo alcachofa, il basco alkatxofa come lo svedese jordärtskocka. Nei dialetti della Penisola, ecco l’articioco o articiocca (tutti consanguinei del francese artichaut) diffusi un po’ in tutto il nord Italia, dal Piemonte al Veneto alla Lombardia e l’Emilia. Mentre in Sicilia c’è il carcioffulu, a Napoli il carcioffola, in Calabria il canciòffulu e in Sardegna la carzofa. A Roma si dice scarciòfli, evidente parente stretto del scarciòful marchigiano, dell’abruzzese scarcioffl', del scarcioffe delle Puglie. Il termine romanesco suona ben familiare soprattutto ai Romagnoli, essendo identico al nostro scarciòfli. Resta da spiegare il motivo per cui l’arabo soppiantò il latino nella denominazione di una pianta che più italiana non si può. Gli studiosi riferiscono che in realtà il “cynar”, o meglio, il Cynara scolymus, ha un progenitore selvatico, il Cynara cardunculus. Era quest’ultimo ad essere consumato da Greci e Romani. I primi, come loro abitudine, ci avevano imbastito anche un mito: l’ennesima ninfa sedotta da Zeus si sarebbe chiamata appunto Cynara. Non contento, il dio avrebbe trasformato la sua preda in ortaggio dalle (supposte) proprietà afrodisiache. Il re dell’Olimpo si giustificò adducendo l’onore ferito: la ragazza, pur adorabile, sarebbe stata frivola e infedele. Di qui la meritata, secondo lui, metamorfosi in una pianta: verde come gli occhi della fanciulla, come lei dal dolce e tenero cuore, ma con dure foglie irte di tante spine quanti furono i dolori che Egli avrebbe sopportato per tremenda gelosia. Parlano del carciofo – sempre quello selvatico – Teofrasto e Galeno, che lo raccomandava come diuretico e rilassante, e ancora Apicio, che ci ha lasciato tre ricette. Columella lo considera caro a Bacco per il gusto particolare che resta nel palato abbinandolo al vino. Anche Plinio il Vecchio cita il suo vasto utilizzo nella cucina romana. Invece, il carciofo come lo conosciamo noi dovrebbe essere stato “addomesticato” e coltivato in Sicilia a partire dal I secolo d.C. Qui lo trovarono gli Arabi, cui tanto piacque e tanto ne esportarono da assumere ovunque il nome che essi gli diedero, lasciando il Cynara selvatico degli antichi al suo destino di pianta infestante. Per i pittori cristiani medievali, cardo e carciofo erano simboli del peccato originale e della Passione di Cristo. Più di recente, Pablo Neruda è stato autore di un’appassionata Ode al Carciofo: “…squama per squama spogliamo la delizia e mangiamo la pacifica pasta/del suo cuore verde”. Fatto sta che questa verdura deve possedere una fascinazione particolare, certo non disgiunta dalle tante proprietà terapeutiche che gli si riconoscono. Insomma il carciofo non solo piace, ma ci si affeziona. Così la comunità degli Ebrei romani si sentirebbe monca di una bella porzione della propria identità se venissero meno i carciofi “alla giudìa”. E che farebbero a Genova senza la torta pasqualina, dove il carciofo è ingrediente imprescindibile? Per non parlare di Caterina de’ Medici, che lo avrebbe imposto ai Francesi insieme ad altre prelibatezze italiche quando dovette lasciare la Toscana per sposare re Enrico II. Scrive infatti Pierre de l’Estoile nel suo “Journal” del 1576: “La Regina madre mangiò tanto da scoppiare e si sentì male come mai le era accaduto prima. Si diceva che ciò dipendesse dall’aver mangiato troppi cuori di carciofo, creste e rognoni di gallo di cui era molto ghiotta”. Beninteso tralasciando creste e rognoni, la scienza consiglia i carciofi in tutte le diete dimagranti, avendo poche calorie e contenendo calcio, potassio e fibre. Ma soprattutto è raccomandato per la sua funzione di inibente della biosintesi del colesterolo e dell'ossidazione del colesterolo LDL. Diminuisce inoltre il quoziente beta/alfa delle lipoproteine ed ha effetti diuretici. Tantissimi altri effetti benefici riguardano il fegato, l’anemia, il diabete, le intossicazioni intestinali, le dermatiti.
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