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RIMINI IL VINO BUONO? FORSE NELLA BOTTE UNICA
Autore: Michele Marziani

Il panorama enologico della provincia di Rimini è strabico: da un lato le aziende di fama hanno vinto la sfida della qualità con grandi bottiglie, riconoscimenti e soddisfazioni, dall’altro le due cantine cooperative pagano l’uva una miseria e i contadini sono in crisi


Sulle colline riminesi c’è chi coltiva uve Sangiovese e tira fuori vini da primato che ormai stanno scalando anche le classifiche dei prezzi. Una bottiglia di eccellente Avi di San Patrignano, supera tranquillamente i 20 euro, come è giusto. E non è certo San Patrignano l’unica azienda illustre con vini importanti e premiati nel Riminese, basta ricordare San Valentino, Podere Vecciano, Tenuta Santini, per dire i primi che vengono in mente. Nomi ormai noti nell’enologia nazionale. Contemporaneamente sulle stesse colline ci sono 1.616 piccole aziende agricole (su un totale di 2.450) che coltivano uve e le vendono alle due cantine cooperative, Le Rocche Malatestiane e le Terre Riminesi. A questi 1.616 soci coltivatori, l’uva della vendemmia 2006 è stata pagata, facendo la media tra le due coop, 20 centesimi al chilo. Più o meno il prezzo dell’uva per il vino in cartone.
Per pagarsi un caffé al bar un contadino delle colline riminesi deve portare cinque chili d’uva alla cantina sociale. In un ettaro di vigna si tirano fuori intorno ai 100 quintali di uve, quelli che la fanno migliore anche meno, e si guadagna meno della metà che a coltivare sementi di cavolo cinese. Ora i casi sono due: o le uve delle aziende che hanno saputo fare vino di qualità sono ottime e quelle degli altri fanno schifo, oppure il valore che gli viene dato è troppo basso. La seconda che hai detto, sostengono in coro le associazioni agricole che sono, giusto per sapere, la Cia (no, non quella americana, ma la Confederazione italiana agricoltori), la Coldiretti e la Confagricoltura.
In realtà la verità è un’altra e sono venute a dirla a mezza voce nella stessa conferenza stampa i rappresentanti delle centrali cooperative, Legacoop e Confcooperative: le cantine sociali sono piccole e, aggiungiamo noi, evidentemente vanno male e le grandi cooperative regionali di riferimento, Cevico e Caviro, le uve riminesi, le considerano alla stregua di quelle del Tavernello.
E le bottiglie importanti di questi anni? La Montalcino di Romagna? I premi? Le riserve? Il Sangiovese che ricorda il mare? Quella è roba per chi il vino lo sa fare, le aziende oggi famose, quelle citate all’inizio, ma che per anni sono state prese a pesci in faccia dalle due cooperative. Che devono fare allora i 1.616 agricoltori che non si fanno il vino da soli? Buttare le viti alle ortiche e coltivare cavolo da seme. Ma non era questo il territorio emergente del vino? A farsi benedire. O no, forse una strada ci sarebbe, anzi c’è e, come dice l’assessore provinciale all’agricoltura Mauro Morri, ci sono anche i soldi europei per percorrerla. La strada è quella della qualità, in vigna e in cantina, a partire dall’unificazione delle due cantine cooperative. Apriti cielo! Queste neppure si sono presentate alla conferenza stampa sul vino riminese. Sì, hanno firmato un impegnuccio ad unirsi un giorno, ma vedremo, chissà... Eppure, va detto a chiare lettere: adesso o mai più. A rischio c’è la storia, la cultura del vino riminese e la dignità di fare un mestiere, quello del contadino, che già è duro da solo, anche se nessuno ti prende in giro. A questo territorio schizofrenico da grandi vini e uve svalutate e svilite, brindiamo a fine anno con una grande bottiglia di Sangiovese. Sceglietelo come vi pare, ma sceglietelo buono. E tra i buoni quelli delle due cooperative non li trovate. Questo è il problema.



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