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STORIA BORGO S. ANDREA:
RIMINI UNA GIORNATA NEL BORGO DI DUEMILA ANNI FA
Autore: Luca Vici

Si viveva in case piccole ma dignitose e si lavorava solo mezza giornata
A tavola una robusta colazione “all’inglese”, pranzo frugale e poi tutti alle terme



Come doveva essere la vita dei riminesi di 2000 anni fa? Ed in particolare, cosa succedeva intorno alla porta poi detta Montanara o di Sant’Andrea?
I recenti scavi effettuati nell’area ex Consorzio Agrario hanno dimostrato che esisteva già in età romana un insediamento abitativo esterno alla cinta muraria originaria: questo nucleo può essere riconosciuto a tutti gli effetti come il primitivo “borgo” di S. Andrea.
Innanzitutto possiamo affermare che i nostri antenati borghigiani abitavano in case che oggi definiremmo da “ceto medio”: né palazzi lussuosi (come quello di piazza Ferrari accanto alla preesistente Domus del Chirurgo), né insulae, ossia gli alti e malsani condomini in legno e mattoni abitati dai più poveri. Probabilmente in questa zona esistevano invece case monofamiliari, ad un piano o al massimo due, con ai lati numerose botteghe. All’ex Consorzio sono state rinvenute strutture per la lavorazione dell’argilla: possiamo immaginare che gli stessi artigiani che vi operavano abitassero sul posto.
Come poteva essere una loro giornata tipo? Iniziava certamente presto, e coincideva con il sorgere del sole: di notte le città romane erano assai buie e pericolose, poiché sprovviste di illuminazione. A differenza di quanto facciamo noi oggi, la toilette personale veniva fatta non prima di uscire da casa, bensì alle terme dopo pranzo: anche se nella nostra città non sono ancora state individuate, esistevano sicuramente e dovevano avere anche una certa dimensione, vista l’importanza di Rimini in epoca romana. Per colazione si mangiavano focacce (o potemmo dire “spianate”?), pane, miele, latte, oltre alla frutta, talvolta la carne, (ovviamente secondo le disponibilità economiche) e spesso gli avanzi del giorno precedente, poiché la colazione, un po’ come per gli Anglosassoni, era un pasto vero e proprio, al contrario del pranzo che era assai frugale. Ci doveva essere il barbiere del borgo detto tonsor; nella sua bottega non mancavano risa, barzellette, pettegolezzi e maldicenze, proprio come oggi. Fino all’epoca di Adriano, primo imperatore con la barba, la rasatura per un cittadino romano era quasi un obbligo civile, anche se doveva essere una sofferenza, visto che non esisteva la schiuma da barba ed i danni della lama erano frequenti.
I negozianti iniziavano la loro giornata lavorativa riaprendo le tabernae cioè i negozi: per la chiusura, infatti, avevano impiegato pesanti ante in legno, strette e alte, messe una accanto all’altra; le infilavano in profonde scanalature della soglia di marmo: una di esse, quella laterale, funzionava anche come porta e poteva essere aperta quando le altre venivano chiuse. Il tutto era tenuto fermo da lunghe sbarre di ferro che passavano dentro gli anelli delle ante e penetravano nel muro. Il loro scorrimento era bloccato da un chiavistello e da una serratura molto simile a quelle odierne, con chiavi in bronzo che potevano ricordare piccole forchette ripiegate. Non c’era la vetrina, perché il vetro era troppo caro; dunque i negozi erano completamente aperti sulla strada. Spesso nel retrobottega si trovava un soppalco dove poteva stiparsi un intero nucleo familiare, con tutti i disagi che si possono intuire.
Come presso ad ogni porta urbana, non saranno mancate locande e stallatici per i viaggiatori, e anche case di meretrici.
La giornata lavorativa di molti negozianti durava meno di quella odierna: secondo alcuni studi, infatti, pare che la maggior parte di loro lavorasse dall’alba all’ora di pranzo, poiché si facevano altre cose, comprese le indispensabili termae.
Anche allora come oggi il borgo doveva essere allietato dal vociare dei bambini: il gioco più in voga era senz’altro quello delle biglie; non quelle di vetro o ceramica, troppo costose: per lo più erano noci. Ma anche gli adulti avevano i loro giochi, sia per strada che nelle osterie: tra questi la morra (micatio) e il testa o croce, chiamato navia et capita, cioè nave o testa, perché le monete recavano su un lato la testa di Giano bifronte e sull’altro la prua di una galea. Inoltre, nonostante fosse vietato giocare d’azzardo, i nostri borghigiani di 2000 anni non si facevano certo mancare i dadi, vera dannazione per tutti i giocatori antichi.
Nei giorni di festa, che erano tantissimi, si andava all’altro capo della città per vedere i gladiatori nell’Anfiteatro, che sorgeva spettacolarmente a due passi dal mare. In pieno centro c’era il teatro (presso l’odierna Oviesse) e certamente da qualche parte (nell’area di Castel Sismondo?) ci doveva essere un “circo”, cioè una pista per le corse dei cavalli e delle bighe.
Al tramonto, chi abitava all’interno delle mura doveva affrettarsi a tornare a casa, poiché le porte di accesso alla città – come la porta “Montanara”, all’epoca a due fornici - venivano chiuse e presidiate da guardie armate.

Fonte: Alberto Angela, “Una giornata nell’antica Roma”








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