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RIMINI TUTTI IN MACCHINA ANCHE ALL’ASILO
Autore: Stefano Cicchetti

Primi dati di una ricerca dell’Agenzia Mobilità

L’80 per cento dei genitori riminesi accompagna i bambini in automobile

L’80 per cento dei genitori accompagna i propri bambini all’asilo in macchina. Di questi, appena il 21 per cento lo fa perché subito dopo deve correre al lavoro. E quanto dura il tragitto da casa all’asilo? Per il 69 per cento si va dai 2 ai 10 minuti.
Sono i primi dati che emergono da una ricerca effettuata dall’Agenzia Mobilità della provincia di Rimini nell’ambito del progetto “Città in movimento”. Un lavoro molto complesso che sta coinvolgendo le scuole riminesi per sensibilizzare famiglie e alunni sui temi del trasporto, del territorio, della sostenibilità. L’Agenzia ha fra l’altro distribuito dei questionari all’ITT “Marco Polo” e alla scuola materna “Maria Ausiliatrice” di via Tripoli. E proprio i primi risultati raccolti all’asilo delle suore Salesiane – pubblicati sul periodico d’informazione dell’Istituto – rendono già bene l’idea di come amiamo muoverci.
“Amare” è il termine scientificamente più esatto, quando si tratta di descrivere il rapporto fra noi e l’automobile. Si tratta infatti di sentimenti, in quanto tali ciechi ed esclusivi, che non c’entrano niente con qualsiasi calcolo di convenienza e necessità. Non c’è una ragione logica al mondo che ci spinga verso i motori in modo così irrefrenabile. Anzi, ogni buon senso suggerirebbe caso mai il contrario.
Lasciamo pur perdere ogni pulsione altruistica, tipo bene della comunità etc. Ma anche pensando esclusivamente al nostro comodo, l’aria poi non la respiriamo anche noi? Il tempo e la calma che perdiamo in colonna, non le perdiamo noi? E ai nostri bambini vogliamo proprio insegnare che non si fa un passo senza macchina, nemmeno per 2 o 10 minuti?

Un veicolo ogni 22 metri di strada
In attesa di sapere quanti genitori di quel 21 per cento di via Tripoli davvero non possono fare a meno di andare a lavorare in auto, si possono guardare ad altri dati, come quelli appena pubblicati dall’Istat. In Italia circolano 35 milioni e mezzo di veicoli, che equivalgono a 42,5 per chilometro di strada. In Emilia Romagna su 3.983.346 abitanti ci sono 2.762.700 veicoli, 1,4 per residente minorenni e vegliardi compresi; il nostro rapporto fra veicoli e strade è pari a 45,4; o, se si preferisce, uno ogni 22 metri. I più ingorgati risultano i lombardi, con la spettacolare - si fa per dire - concentrazione di 82,6 veicoli a chilometro; segue il Lazio con 67,2 e la Campania con 61,3, ma non scherza nemmeno il Veneto con 54,8. La stessa Istat precisa che si tratta di dati vecchi, addirittura del 1999 non essendone disponibili altri più aggiornati, ma nessun indicatore fa pensare che la tendenza si sia invertita. In Europa siamo preceduti da Spagna, Regno Unito, Slovacchia e Austria, ma sopravanziamo Germania e Francia e tutti gli agiatissimi paesi scandinavi.

Sulle due ruote anche d’inverno? Solo i pensionati
L’automobile non è quindi un indicatore economico, ma di tipo culturale. Le generazioni cresciute nella cultura dello spreco compatiscono i “poveri vecchi”, cioè gli unici che si ostinano circolare su due ruote anche d’inverno, ancora fermi alle angustie della civiltà contadina. Con le bici sovraccariche di borsoni, le nostre nonne a loro volta non comprendono perché i nipoti abbiano bisogno di un pick-up per trasportare un vassoio di paste.
Chiunque abbia ragione, cosa significhi per noi la macchina è ben rappresentato dalle motivazioni che spingono alla scelta del modello. Il trionfo dei suv è il caso più vistoso, ma non il solo. Nessuno trova insensato avere un fuoristrada tutto l’anno solo per non dover montare le catene alla settimana bianca, ammesso che sia uno sciatore. Ma altrettanto coerente appare ai più l’avere a disposizione 300 cavalli per andare al massimo ai 130. O perdere più tempo per parcheggiare che per raggiungere la destinazione. Il suv è una moda, né più né meno come gli occhiali scuri anche di notte, dunque bisogna esserne schiavi e vantandosene pure. Che la macchina grossa, proprio come gli occhiali scuri, sia indice infallibile di fragilità psicologica, di chiusura e di atteggiamento minaccioso verso l’altro, sono solo barbose materie per gli psicologi, roba triste. Vogliamo mettere con la gioia di poter coccolare il bambino di che è in noi? E pazienza se al bambino che ci sta accanto non diamo la mano, ma lo leghiamo al seggiolino.




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