STORIA BORGO AD ZìTA':
RIMINI TUTTI IN VISITA DAL DOTTOR EUTYCHES
Autore: Luca Vici
Un piccolo ma inestimabile parco archeologico nel cuore di Rimini
Con l’inaugurazione della Domus del Chirurgo - nei giorni fra il 6 e il 9 dicembre - Rimini si arricchirà di un patrimonio inestimabile, finalmente valorizzato come merita grazie alla realizzazione della copertura di vetro-cristallo e della apposita sezione al Museo della Città, dove sono conservati i preziosissimi reperti rinvenuti. La storia della scoperta risale a quasi vent’anni fa: era l’estate del 1989 quando lavori di sistemazione ai giardini Ferrari rivelarono la presenza di importanti reperti di epoca romana. Nessuno degli archeologi si sarebbe però mai aspettato di ritrovare una domus in ottimo stato di conservazione, grazie alla cenere che l’aveva ricoperta quando venne distrutta da un incendio causato probabilmente da un’incursione di barbari intorno al 260 d.C.. L’edificio, costruito nella seconda metà del II secolo d. C., era su due piani; a causa dell’incendio, quello superiore, probabilmente composto dalla cucina e dalle dispense, collassò sul piano sottostante. In questo modo si conservarono gli arredi e le suppellettili domestiche, oggi visibili al Museo della Città, e soprattutto la ricca attrezzatura chirurgica e farmacologia, la più importante mai rinvenuta. La collezione, composta di oltre 150 strumenti, ha fatto sì che la taberna medica riminese sia diventata oggetto di studio per i ricercatori di tutto il mondo. La sorpresa più grande è stata nel constatare la somiglianza, se non la perfetta identità, di quegli antichi bisturi con quelli usati anche oggi. Sono stati riportati alla luce anche mortai, bilance e contenitori per la preparazione e la conservazione dei farmaci. Svelato anche il probabile nome del chirurgo, Eutyches, grazie ad un graffito realizzato sul muro da un paziente ospitato nel letto del cubiculum. La vita di questo medicus è stata ricostruita attraverso i ritrovamenti. Sappiamo dal nome la sua origine greca (Eutyches corrisponde al nostro Fortunato o, più letteralmente, al medievale Bonaventura). Essendo stato rinvenuto il piede di una statua del filosofo epicureo Ermarco, si può ipotizzare l’adesione del chirurgo a quella scuola di pensiero. Probabilmente il medico era stato al servizio dell’esercito romano: lo testimonierebbe la tipologia di gran parte degli strumenti chirurgici, adatti per traumi ossei, oltre al una mano in bronzo con dedica a Giove Dolicheno, assai venerato tra i soldati dell’esercito romano. Tra gli splendidi mosaici della domus sono stati rinvenuti, inoltre, un gruzzolo di monete e frammenti di pittura murale dove si distingue una impressionistica veduta di un porto. Ed un elemento di arredo assai raro: un quadretto di pasta vitrea di origine orientale, che riproduce un fondale marino con tre pesci dai vivaci colori.
Dopo l’ambulatorio, una lussuosa residenza bizantina
La visita inizia dalla parte settentrionale dello scavo. Qui la Domus del Chirurgo mostra un piccolo ingresso, affacciato sul vicino cardine, che immetteva in un disimpegno ed in un corridoio interno ornato di mosaici bianchi e neri; su un lato si apriva uno spazio a giardino, mentre sull’altro erano situati diversi ambienti delimitati da muri in argilla poggianti su zoccoli in muratura. I vani residenziali sono decorati da pitture murali policrome e da pavimenti in mosaico a motivi geometrici e figurati, diversi a seconda della funzione della sala che ornavano: se ne trovano sia nella sala da pranzo (triclinium), che in una camera da letto che ospitava i pazienti (cubiculum), mentre nella sala di rappresentanza spicca il mosaico policromo con al centro Orfeo tra gli animali. In posizione più defilata si trovano alcuni vani di servizio tra cui un ambiente riscaldato (ipocausto), una latrina, e un breve tratto delle nuove mura della città, costruite probabilmente a seguito di scorrerie germaniche nel III secolo d. C., come del resto avvenne nella stessa Roma con le mura aureliane. Vicino ai resti della domus, sono da notare alcuni pozzi in muratura e silos per granaglie, un tempo appartenuti dal medio evo in poi ai vicini complessi religiosi di San Patrignano e delle Convertite, che ci testimoniano le trasformazioni di questa zona in duemila anni di storia. Verso il settore meridionale dello scavo, si possono vedere i resti di un edificio del V-VI secolo, periodo in cui comparvero nella nostra città nuove residenze di lusso abitate da alti ufficiali e funzionari bizantini. Si nota un ampio cortile decorato da una fontana a ninfeo con canali; attorno si disponeva un articolato complesso, di cui oggi vediamo diversi ambienti, talora dotati di sistema di riscaldamento, collegati ad un corridoio angolare. Le stanze, separate da muratura in laterizio, sono pavimentate con mosaici policromi a complessa decorazione geometrica: la sala principale era absidata, e doveva essere utilizzata come sala di rappresentanza e di ricevimento dal dominus. L’ultima parte di questa sala è stata rinvenuta durante i lavori di costruzione della copertura della domus ed è visibile per mezzo di due asole a livello del pavimento di piazza Ferrari. Prima dell’uscita, ecco alcune sepolture, costituite da semplici fosse talvolta protette da tegole, che testimoniano la trasformazione dell’area in piccolo cimitero usato fino all’VIII secolo, quando la zona di nuovo edificata.
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