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STORIA BORGO AD ZìTA':
RIMINI TRE GENERAZIONI DI FENOMENI
Autore: Luca Vici

A Roma una mostra sui trecentisti riminesi riaccende i riflettori su di una scuola pittorica riscoperta per caso
Per l’occasione è stato ricomposto il “dossale Corvisieri” di Giovanni Baronzio



In questi giorni a Roma da vedere c’è Sebastiano Del Piombo è c’è Pierre August Renoir. Ma c’è anche “Giovanni Baronzio e la pittura a Rimini nel Trecento”, una mostra sulla scuola giottesca fiorita nella nostra città, che dal 13 marzo al 15 giugno sarà visitabile nella Galleria nazionale d’arte antica di Palazzo Barberini.
Per l’occasione sono esposte importanti opere, alcune già appartenenti alla Galleria Barberini, come il dossale Corvisieri di Giovanni Baronzio, commissionato dai francescani di Villa Verucchio e realizzato intorno al 1330. Una delle due tavole di cui è composto il dossale è stata recentemente acquistata e restaurata dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Rimini; è sto così possibile ricomporre il dossale proprio per questo evento, dando la possibilità di ammirare un artista di terza generazione della scuola riminese che dalla critica ha ricevuto apprezzamenti altalenanti.
L’esposizione, che raccoglie capolavori di altri maestri riminesi come Giovanni e Giuliano, rappresenta la consacrazione a livello nazionale di un movimento artistico che all’inizio del XX secolo era praticamente sconosciuto.
Com’è noto, fu il terremoto del 1916 a far riapparire gli affreschi dell’abside di Sant’Agostino che erano stati ricoperti dagli intonaci delle epoche successive. Mentre solo nel 1934, dopo il restauro affrontato da Decio Podio al crocifisso del Tempio Malatestiano, si iniziò ad ipotizzarne l’esecuzione per mano di Giotto, successivamente sancita dal grande storico dell’arte Roberto Longhi. Fino a quel momento, infatti, sebbene le fonti parlassero di una presenza a Rimini di Giotto, nessuno sospettava che vi fossero rimaste sue opere: il Vasari, infatti, nell’opera cinquecentesca “Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architetti”, affermava che l’artista fiorentino aveva lasciato nella chiesa duecentesca di San Francesco, poi inglobato dal Tempio Malatestiano, un ciclo di affreschi che avevano come tema la Beata Michelina. Notizia del resto tanto inesatta da poter apparire infondata, in quanto la Beata morì nel 1356, circa vent’anni dopo Giotto ed a quasi sessanta dalla venuta dell’artista fiorentino nella nostra città, che oggi i più collocano intorno al 1299, subito dopo il cantiere di Assisi. Più probabilmente, gli affreschi rappresentavano storie della vita di San Francesco. Insieme al crocefisso, furono quelle immagini “rivoluzionarie” a formare la prima generazione di pittori locali, composta dai fratelli Giovanni, Giuliano, Zangolo e forse Fuscolo. Furono loro ad operare nella chiesa di Sant’Agostino, dove si possono riconoscere stili diversi tra gli affreschi dell’abside, del coro e del campanile, oltre che nello splendido crocefisso, uno dei primi esempi di come l’opera giottesca fosse stata tanto fedelmente seguita: la somiglianza con l’opera di Giotto è davvero eclatante. Altri pittori riminesi, spesso attivi anche nella miniatura, furono Neri, Pietro (per alcuni il “maestro di San Pietro in Sylvis”), il “maestro dell’Arengario”, il “maestro della Cappella di San Nicola”. Mentre Vasari ricorda fra i migliori seguaci di Giotto altri romagnoli, Ottaviano da Faenza e Guglielmo da Forlì.

Non solo Giotto
L’importanza della scuola trecentesca riminese sta però nel fatto che non riprende solo l’opera giottesca, ma la re-interpreta in diverse varianti, dando vita ogni volta ad opere assai interessanti, perché si fondono con il substrato culturale locale che risentiva ancora fortemente dell’influenza bizantineggiante duecentesca.
Alla scuola trecentesca riminese sono state dedicate mostre nel 1935 e nel 1995, l’ultima ospitata nel Museo della Città che, grazie alle opere acquistate dalla Fondazione Cassa di Risparmio, può oggi vantare almeno un’opera di tutti i principali esponenti di questo movimento artistico. Sono infatti esposte al Museo opere della prima generazione tra cui il crocifisso “Diotallevi” di Giovanni da Rimini, il bellissimo polittico dell’Incoronazione della Vergine e una testa di crocifisso di Giuliano da Rimini, oltre all’affresco staccato dal frontone della Chiesa di S. Agostino. Della seconda generazione sono invece conservate delle tavolette realizzate da Pietro da Rimini, che realizzò forse l’opera più conosciuta della scuola giottesca riminese a Tolentino, con il ciclo di affreschi del cappellone di San Nicola. Infine, come detto in precedenza, si conserva parte del dossale Corvisieri di Giovanni Baronzio, artista della terza e ultima generazione.
Dopo Baronzio, a Rimini non si parla più di maestri, ma di modesti pittori di “ancone” privi di ogni originalità. Forse fu la terribile Peste Nera del 1348 a spazzare via la scuola riminese, ma se non trovò successori fu per le mutate condizioni sociali e culturali, sia in città che in tutta la penisola. Se infatti - prima dell’esplosione del gotico “fiorito” e dell’insorgere delle prime correnti umanistiche - nella stessa Toscana si nota una sorta di stasi, a Rimini la committenza ha ormai altri scopi ed altri traguardi rispetto alla fine del ’200.
Il dominio di fatto dei Malatesta sul Comune si è ormai trasformato in una signoria formalmente riconosciuta dal Papa, pur in forma di Vicariato a scadenze rinnovabili. Ed è una signoria ambiziosa, pienamente inserita nello scacchiere italiano, anche perché la principale entrata dei Malatesta è ormai la “condotta”, ovvero la guerra mercenaria al servizio dei stati principali. Un contesto dove per ben figurare occorre ingaggiare le grandi botteghe più in voga presso le corti, piuttosto che coltivare i talenti locali per accrescere un consenso ormai acquisito, come invece poteva essere in precedenza interesse di una municipalità orgogliosa della propria autonomia.



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