OPINIONI:
RIMINI E’ SPARITA L’OPPOSIZIONE (ANCHE NEI GELATI)
Autore: Lia Celi
Dove sono finite le marche della nostra infanzia?
L’offerta dei prodotti confezionati è ormai monomarca
Chiavacci, Toseroni, Besana, Tanara, Sanson… Non è la gloriosa formazione di qualche squadra padana degli anni Settanta. Sono le marche di gelato che deliziavano i bambini di trent'anni fa, il cui ricordo è tenue perfino su Internet, la rete in cui si impigliano tutti i relitti della nostra memoria. I loro coloratissimi tabelloni rettangolari, che in estati lontane fregiavano gli ingressi dei bar in città e in Riviera, oggi sono pezzi ricercatissimi su eBay, in qualche blog si commemora il Camillino Eldorado o il Blob Chiavacci, su YouTube si possono vedere vecchi caroselli del Gemini o del Paciugo Besana. Il resto è silenzio. Okay, ci siamo rassegnati con Villon alla scomparsa delle nevi dell'anno passato e delle belle del tempo che fu. Ma il rimpianto per i gelati confezionati della nostra infanzia è più difficile da soffocare. Non perché fossero più buoni di quelli di oggi (non scherziamo: probabilmente in quei gelati non c'era un solo ingrediente sano). Non c'entra nemmeno la sindrome «Anima mia», che oggi è anche fuori moda, nonché circonfusa da un'aura veltroniana di jella. Quello che rimpiangiamo è la possibilità di scegliere. Noi bambini riconoscevamo i diverse tabelloni a grande distanza, e con la relativa libertà di movimento di cui l'infanzia godeva ancora negli anni Settanta, ci avventuravamo di bar in bar alla ricerca della marca preferita. A me piacevano i Toseroni e i Chiavacci, che erano anche i marchi più creativi, mentre snobbavo Besana (salvo il Gemini, un biscotto bicolore proprio buonino). Per tragica ironia, oggi sono sopravvissuti solo i marchi che mettevo rispettivamente in cima e in fondo alla mia top ten: Algida e Motta. L'Algida faceva la panna migliore, e sfido chiunque a sostenere il contrario. La Motta all'epoca non mi convinceva. Troppo legata al panettone per essere credibile come gelataia. E dire che era stato proprio Angelo Motta il pioniere italiano del gelato da passeggio con lo stecco. Poi, sarà che trovavo i gelati Motta solo in bar che avevano un frigo balordo, ma la consistenza era sempre granulosa. Adesso sono migliorati – i frigoriferi dei bar, e anche i gelati. Con il fior di gelaterie artigianali che ci sono a Rimini è quasi un sacrilegio, almeno per un adulto ragionevole, cedere alla tentazione del confezionato. Ma a volte capita. E non hai scelta. Nove bar su dieci hanno Motta. Nei parchi tematici trovi solo Motta. Perfino le pizzerie a domicilio ti offrono Motta. Il quadrato bianco-azzurro con i bordi smussati è ovunque, con effetto orwelliano «Il Grande Gelato ti guarda». C'è qualcosa che si chiama «saturazione del marchio» e genera rifiuto, e la Motta dovrebbe saperlo. Non c'è bisogno di avercela su con la Nestlé, che possiede Motta, per allungare la passeggiata fino al primo bar che vende un'altra marca. E grazie all'aggressività di Motta, la passeggiata diventa ogni anno più lunga. Le alternative si sono estinte una a una. Se vedete un bar col tabellone della Chiavacci, entrate. Probabilmente il barista è Jim Morrison.
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