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STORIA BORGO S. GIOVANNI:
RIMINI I SANTI E LA NATURA
Autore: Luca Vici

Gaudenzo cambiò in vino l’acqua di un fiume, Marino si fece servire da un orso, Mercuriale e Ruffillo scacciarono un drago


Nei racconti delle vite di vari Santi, molti dei quali vescovi, si possono rintracciare numerosi miracoli legati frequentemente al mondo della natura. Episodi nei quali, animali spesso legati a Satana, venivano sconfitti o diventavano mansueti dopo l’intervento del vescovo o del Santo patrono. Nei testi del periodo compreso tra i secoli IX e XII, la presenza di animali in testi agiografici raggiunge il suo apice, poiché di quel momento storico le fonti pervenuteci sono più lunghe e letterariamente strutturate, ma anche storicamente più precise perché riferite a Santi contemporanei.
In quel periodo, inoltre, gli uomini resero fertili terreni fino ad allora incolti o abbandonati e dunque si scontrarono maggiormente con gli animali – o con elementi naturali ostili, come le paludi malsane, spesso personificate in forma di mostri - che avevano occupato fino ad allora quello spazio, aumentandone la conflittualità.
In un episodio della Vita Marini, composta tra IX e XI secolo, si narra la storia del santo che si era ritirato nella solitudine del monte Titano, da cui si allontanò per un giorno.
Quando ritornò, scorse nel suo orticello un orso gigantesco, di aspetto orribile e spaventoso, intento a divorare quell’asino che era l’unico aiuto nella durezza della vita eremitica; Marino quindi si rivolse all’animale e gli impose di non andarsene prima di aver portato a termine il lavoro precedentemente svolto dall’asino, che l’orso aveva mangiato.
Strette le briglie all’orso, il santo lo portò alla macina facendolo girare e miracolosamente l’animale assunse un comportamento docile, simile a quello dell’asino, diventando inoltre erbivoro e accontentandosi del fieno.
Un altro episodio miracoloso viene descritto dalla Vita Mercurialis del IX secolo, ed è legato alle vite di Mercuriale e Ruffillo, rispettivamente vescovi di Forlì e Forlimpopoli: un drago inquinò l’aria in una zona a metà tra le due città; di comune accordo i due pastori, decisero di liberare le loro comunità da questo flagello.
Giunti là dove si annidava il drago, i due vescovi gli avvolsero le loro stole (insegna dell’ordine sacro indossata da vescovi, sacerdoti e diaconi durante le funzioni liturgiche) attorno alla gola del mostro, lo estrassero dalla buca dove era rintanato e lo gettarono in un pozzo poco lontano, che chiusero con un masso. La popolazione rurale conficcò sulla bocca del pozzo, a memoria dell’accaduto, i pastorali dei presuli che ben presto miracolosamente misero radici mutandosi in enormi alberi. Successivamente il luogo rimase circondato da un’aura di prodigioso: nel giorno del dies natalis di S. Mercuriale, secondo la tradizione, la terra trema poiché il drago si dibatte ancora nel fondo dell’abisso dov’è stato imprigionato.
Altro episodio che mi pare interessante citare riguarda ancora una volta Ruffillo, protovescovo di Forlimpopoli; si trova nell’opera “Miracula Rophilli” del XI secolo. Il testo esordisce raccontando l’invito del popolo forlivese al proprio vescovo, perché affiancasse alla chiesa dedicata a Ruffillo, pressoché priva di sorveglianza, un monastero. Il presule rifiutò e dopo poco tempo, in occasione della festa del santo, lo stesso vescovo, si recò alla testa di tutto il clero locale, nella chiesa di San Ruffillo per celebrarvi la messa. Quando giunse qui ebbe l’amara sorpresa di constatare come l’edificio sacro giacesse in uno stato di totale abbandono, poiché i buoi e altro bestiame se ne erano impadroniti quasi fosse una stalla, sporcandone il pavimento con i loro escrementi. Lo sporco era tale che si dovettero mettere delle assi di legno per permettere al vescovo di raggiungere il sarcofago del santo. Il vescovo, abbigliato con i paramenti più solenni, però cadde nel bel mezzo della disgustosa fanghiglia e così, in lacrime, si pentì di non aver ascoltato le richieste della popolazione cittadina, e di aver permesso che la rovina della chiesa giungesse fino a quel punto. Solo allora convocò un gran numero di autorità tra le quali l’arcivescovo di Ravenna e dispose che alla chiesa fosse affiancato un monastero.
Anche nella vita del riminese San Gaudenzo si segnala un miracolo di tipo “naturalistico”: si narra infatti che durante il suo viaggio da Roma a Rimini, avrebbe cambiato in vino l'acqua del fiume Misa, oggi in provincia di Ancona, per dissetare e rafforzare i suoi compagni di viaggio. Una parte delle reliquie di San Gaudenzo è tutt’ora custodita a Ostra, che sorge proprio nella valle del Misa.

Fonte
Elisa Anti, Santi e animali nell’Italia Padana Secoli IV-XII




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