STORIA BORGO S. ANDREA:
RIMINI LA SACRA SINDONE A SANT’ANDREA
Autore: Luca Vici
L’ultima festa del Borgo ha dedicato una mostra alla preziosa reliquia
Durante l’ultima edizione della festa del borgo di Sant’Andrea, è stata organizzata un’interessantissima mostra sulla Sacra Sindone, probabilmente la più importante reliquia del mondo cristiano. Tale esposizione ha avuto il merito di far conoscere ad un vasto pubblico la storia e il valore intrinseco di questa reliquia, ancora oggi oggetto di studio da parte della scienza. Oggetto di venerazione da oltre 700 anni, questo semplice pezzo di tela di lino lungo 4,34 e largo 1,10 metri, comparve in Francia verso la metà del XIV secolo: sebbene non si sappia come la Sindone arrivò in Europa, conosciamo la vita del suo primo detentore, Goffredo di Lirey, valoroso combattente. Il vescovo di Lirey si oppose all’ostensione di tale reliquia che stava richiamando pellegrini da tutta Europa, e fu papa Clemente VII ad autorizzare che i fedeli vedessero la Sindone, seppur informandoli che si sarebbe trattato di un dipinto. Nell’anno 1453, l’unica figlia del signore di Lirey, Margherita, cedette la reliquia al Duca di Savoia, in cambio di protezione e favori: per la Sindone venne allora costruita una apposita cappella a Chambery, allora capitale dello stato sabaudo; inizialmente, però, la corte si portò sempre il cimelio appresso durante i suoi spostamenti. Il 4 dicembre 1532, un terribile incendio divampò nella Sainte Chapelle di Chambery. La Sindone fu salvata solo grazie al rapido intervento del consigliere ducale Filiberto Lambert, che con l’aiuto di due monaci francescani e di un fabbro riuscì a portare in salvo la preziosa cassa d’argento che conteneva la reliquia. Tuttavia le fiamme avevano in parte fuso il metallo, danneggiando per sempre il Sacro Lino. Molti affermarono che la Sindone fosse andata del tutto distrutta, e solo grazie all’intervento di Papa Clemente VII, furono messe a tacere queste voci, verificando l’autenticità della Sindone, e procedendo al suo restauro. Nel 1553 la Sindone venne salvata di nuovo salvata, questa volta dal rischio di una razzia. Il canonico Jean Antoine Costa la sottrasse infatti alle truppe francesi che avevano invaso la città di Vercelli, dove la reliquia era stata precedentemente depositata. La Sindone fu riportata a Chambery il 3 giugno dell’anno 1561. Nel frattempo i Savoia avevano ingrandito il loro territorio e Torino era divenuta la nuova capitale: già nel 1578 la Sindone fu trasferita nella città piemontese per abbreviare il viaggio a S. Carlo Borromeo, che la volle venerare in adempimento del voto fatto per la liberazione di Milano dalla peste. Nel 1694 una apposita cappella venne realizzata nella Cattedrale di Torino dal celebre architetto Guarino Guarini. Nei secoli XVIII e XIX, la Sindone venne mostrata solo in occasioni importanti, quali nozze di eredi di casa Savoia, trattati di pace, o per aderire alle richieste di devozione da parte di personaggi illustri. Alla fine dell’800, la Sindone fu oggetto di attenzioni fotografiche da parte dell’avvocato torinese Secondo Pia, il quale rese conto che l’immagine del Cristo raffigurata sul lino era il corrispondente del negativo di una pellicola. Nel 1939, con l’approssimarsi della guerra, la Sindone lasciò Torino per essere custodita nel Santuario di Montevergine, nei pressi di Avellino. Il 31 ottobre 1946, tornò a Torino nell’omonima cappella della Cattedrale. L’ultima minaccia arrivò da un incendio scoppiato nella cappella nel 1997, ma, anche stavolta, la Sindone fu salvata, grazie all’intervento tempestivo dei Vigili del Fuoco. Nel 2002, il programma di conservazione del Sacro Lino è stato concluso con i lavori di rimozione delle toppe poste dalle Clarisse di Chambéry nel 1534 e la sostituzione del tessuto d'Olanda che foderava il Lenzuolo. La Sindone è stata sottoposta a diversi esami per stabilirne la datazione storica: il 21 aprile del 1988, da una zona marginale della Sindone, vennero prelevati tre campioni di tessuto per essere sottoposti alla datazione con il metodo del radiocarbonio. Il successivo 13 ottobre, in un'affollata conferenza stampa, il Card. Anastasio Ballestrero, allora Arcivescovo di Torino e Custode Pontificio della Sacra Sindone, annunciò i risultati ottenuti dai tre laboratori incaricati dell'esame (Oxford, Zurigo e Tucson), i quali assegnarono al tessuto della Sindone un'età compresa nell'intervallo 1260-1390 d.C. ossia nel periodo medievale, momento in cui comparve in Europa. Altri studi però farebbero retrodatare il manufatto: furono infatti scoperte tracce di aloe e mirra, oltre a granuli di polline che sono compatibili con una provenienza medio-orientale della Sindone. Tali conclusioni furono confermate negli anni '90 dai ricercatori israeliani Danin e Baruk. Nel 1977 gli statunitensi Jackson e Jumper dimostravano che l'immagine sulla Sindone contiene una informazione tridimensionale, evidenziabile con l'uso del computer. I ricercatori Tamburellli e Balossino a Torino con tecniche più sofisticate hanno perfezionato le elaborazioni tridimensionali, ricavando tra l'altro con studi successivi l'immagine del volto ripulita dalle ferite e riuscendo ad evidenziare particolari che potrebbero ricondurre alla presenza di monete dell'epoca di Cristo poste sugli occhi della salma. Dunque la scienza non ha ancora dato una sua parola definitiva. Ma la fede sì, e da molto tempo.
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