TACCUINO:
RIMINI È PIÙ BUONA LA SPESA VICINA
Autore: Michele Marziani
Gli scaffali vuoti dei supermercati durante lo sciopero degli autotrasportatori a metà dicembre e l’aumento dei prezzi dei trasporti, ci mostrano un’altra realtà da sostenere: le colorate e ricche bancarelle degli agricoltori e dei produttori locali
È stato lo sciopero degli autotrasportatori di metà dicembre del 2007 a mostrare lo scenario dei supermercati con interi spazi privi di merci, l’assenza quasi totale delle verdure, la penuria di pesci, di carni, di frutta. È stato come vedere dietro le quinte, nell’armadio degli scheletri del commercio alimentare: gli unici luoghi dove non mancavano le cose erano i banchi del mercato, quelli dei contadini e dei piccoli pescatori. Già se i pescatori erano un po’ più grossini non uscivano in mare perchè la rete di trasporti, non funzionando, gli impediva di vendere il pesce nelle altre piazze italiane. Viviamo infatti in tempi di paradossi, anche nel piatto. Così se solo un quarto di pinnuti e crostacei serviti nella ristorazione riminese vengono dall’Adriatico, gran parte dei pesci pescati dalla marineria riminese prendono la via di altre città, se non addirittura di altre nazioni. Emblematico il caso delle ostriche di Cattolica, introvabili a Rimini, ma apprezzate e ricercate in Spagna. A dettare le regole della spesa è il mercato, non quello con le bancarelle, ma quello che muove azioni e denari, questa sorta di gioco al Monopoli che rende più conveniente importare l’aglio dalla Cina invece che coltivarlo nell’orto di casa. Ma allo stesso tempo fa sì che i cinesi vengano a produrre le sementi di cavolo sulle colline di Coriano. È l’economia, dirà qualcuno. Certo, ma c’è qualcosa di malato, di sbagliato, nelle piante da frutto delle nostre campagne dove marciscono i frutti a terra senza che nessuno li raccolga perché non è conveniente. Costano meno le mele che arrivano dal Cile. Costano anche meno del tempo che impiegheremmo a piegare la schiena per quelle che cadono dall’albero dietro a casa. Anche perché le cose da mangiare abbondano, strabordano e ci interessano poco, ci sembrano care. Nel 1951 gli italiani spendevano il 47% del loro reddito in cibo e vino, ma allora bisognava uscire dalla fame. Nel 1975 quando già la fame era un ricordo dei nonni, ma mangiare era ancora importante si era arrivati al 34,4%, oggi siamo al 18,9%, in discesa. Eppure sembra che tutto costi troppo, probabilmente perché oltre a mangiare ci sono da pagare il mutuo, l’auto, la palestra, il telefonino e l’abbonamento a qualche tv satellitare, oltre al pieno di benzina, sempre più costosa. Ecco, l’aumento del petrolio farà crescere anche i prezzi dei trasporti e con loro quelli del cibo che proviene da questo pazzo andare da una nazione e l’altra. D’altra parte voler mangiare a gennaio pomodori e melanzane al posto di cavoli e verze, tranci di pesce spada anziché vongole e sgombri, banane invece di mele ed arance, porta ad un mondo che muove le merci in base alle richieste, magari indotte, dei consumatori. Esistono però cose di stagione che vengono prodotte qui, vendute qui, che ci sono anche quando scioperano i tir, che richiedono trasporti minimi, non inquinano, non intasano le autostrade e sono buonissime. Si trovano nei mercati, primo tra tutti quello coperto di Rimini che ormai può essere considerato, almeno nella parte di vendita diretta tra produttore e consumatore, una sorta di baluardo del gusto, ma anche, involontariamente, del miglior pensiero no global. L’alternativa è andare nelle aziende del territorio e acquistare direttamente, sapendo che nel Riminese si pescano pesci ghiottissimi (e poco costosi se si seguono le stagioni), carni ovine, avicole, bovine e suine (alcune di grandissima qualità), latte, formaggi, frutta, verdura, cereali, farine di altissimo livello (si pensi solo al Mulino Ronci di Ponte Messa di Pennabilli), sopraffino olio extravergine d’oliva e ottimo vino. Quanto basta per sopravvivere agli scioperi dei tir, all’impatto ambientale mostruoso delle merci che viaggiano e al carovita.
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