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OPINIONI:
RIMINI PERCHÈ MAI CIARRAPICO A RICCIONE?
Autore: Nando Piccari

Formule strampalate per riportare in auge la dolce vita


Non me ne voglia il presidente degli albergatori riccionesi, ma mi è sembrata alquanto bizzarra l'intervista della scorsa settimana in cui egli si dice convinto che, per far tornare “la dolce vita” nella Perla Verde, bisogna che negli alberghi vengano segnalate, con adeguata scenografia del ricordo, le camere in cui hanno dormito i “vip”.Intanto, credo che anche il presidente Cevoli riconosca che il fatto non è che la dolce vita abbia lasciato Riccione, ma che la dolce vita -come ce l'ha immortalata Fellini- proprio non esiste più. Nel dopoguerra, per una parte di Italiani essa rappresentò il modo di riempire il “tempo dell'ozio” -momentaneo o permanente- con una sorta di edonismo creativo, fatto di un mix intrigante in cui non mancavano pure ingredienti psicologici e sottofondi sociali di segno positivo, o comunque garbato: lo stile in qualche modo misurato, l'eleganza e un certo gusto estetico, il godere la vita in compagnia come parte dell'ottimismo con cui guardare al futuro. Non a caso, in quegli anni a nessuno venne mai in mente la cretinata di inventare l'acronimo “vip”. Oggi è tutt'altra cosa: si è passati a quel “divertimentificio di massa” che magari può sembrare più “democratico”, perché coinvolge molta più gente che la dolce vita, e più egualitario perché traversale ai diversi ceti sociali; ma che, in realtà, si fonda su di una pacchiana “ossessione edonistica” di cui, non a caso, i Corona ed i Briatore sono i più degni esemplari.
In quanto poi ad immortalare il ricordo del passaggio di qualche vip in albergo, c'è il rischio che la cosa si riduca ad una segnaletica provincial-gabbietta simile a quella che deturpa il mio meraviglioso teatrino di Montefiore, (“mio” a giusto titolo, perché considero la mia più gratificante avventura amministrativa essere riuscito, all'inizio degli anni 90, a restaurarlo nonostante le disperate finanze del Comune); il cui ingresso è oggi deturpato da una serie di ridicole targhette di ottone, a ricordarci che lì, in un certo giorno, il Generale Tal dei Tali mise tutti sull'attenti; in un altro, Casini arringò le folle; in un altro ancora, il Sen. De Gregorio grugnì uno dei suoi memorabili discorsi.
Riguardo poi all'esempio-forte portato dal presidente («Succede pure in Germania, con la stanza che ricorda Hitler»), direi che è meglio lasciar perdere: tradotto in salsa italiana, porterebbe all'affannoso moltiplicarsi di qualche “stanza del duce”, col rischio di ritrovarsi l'auto-dichiarato fascista Ciarrapico che, per festeggiare la sua fresca designazione a Senatore del Regno di Berlusconia, si precipita a ciondolare in mutande sul lungomare di Riccione.
A proposito, avete visto come si è ridotto il povero Pier Silvio Fini? Prima è dovuto andare in TV a spiegare che se Berlusconi strappa in pubblico il programma di Veltroni, non è cafonaggine anti-democratica, ma «un gesto dimostrativo»; poi non ha potuto fare a meno di subire l'imposizione berlusconiana di riportarsi a casa l'odiata Mussolini; infine, gli è toccato improvvisare una lezioncina di antifascismo a Ciarrapico/a là-là, mentre il Cavaliere si sganasciava dalle risate, ricordandogli che è stato suo l'ordine di metterlo in lista, dunque zitto e mosca.
Tutto preso dall'esercizio del conquistato ruolo di “delfino della libertà”, gli si può dunque perdonare il piccolo lapsus freudiano in cui è incappato a Milano, quando ha dichiarato che se vincerà Berlusconi-sex, il 13 aprile diventerà per il Paese «la festa della liberazione». Fini sa bene che l'Italia ha già la Festa della Liberazione il 25 Aprile; e anzi, ormai la cosa non lo disturba più di tanto. Ma -per dirla con Pascoli- la colpa è del “fanciullino che è in noi”; quello di Fini ogni tanto fa capolino con ancora addosso la camicia nera.




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