CULTURA E TEATRO:
RIMINI - MEDEA, IL MITO DELLA DONNA TRADITA
Autore: Cesare Padovani
Per questa tragedia arcaica, che si ripete anche ai nostri tempi, tengo presente, oltre ai classici, anche la Medea di Pier Paolo Pasolini, nell'interpretazione della potente figura di Maria Callas
Ci sono varie forme di tradimento, e, come conseguenza, vari aspetti di risposta al tradimento, in un arco che può andare dal perdono alla vendetta contro il partner, fino al delitto più atroce rappresentato dalla soppressione del proprio figlio per punire il consorte o la consorte. La madre - come tutte le Grandi Madri dell'antichità - è, e si sente, “totopotente” nei riguardi della propria creatura, e questo lei lo sa, lo sa per sua costituzione, quasi avesse una sapienza biologica; e lo sanno tutte le madri a prescindere dall'ambiente socioculturale in cui si trovano ad essere gravide e sanno di dare alla luce un figlio. Ognuna, in un angolo del proprio preconscio, sa di esercitare un suo potere: può nutrire così come può sopprimere, dare alla vita e toglierla, proteggere fino al sacrificio la propria creatura o abbandonarla. Come il vulcano modifica la propria conformazione, distruggendo e sagomando sé e ciò che si trova attorno, così la madre trasforma e plasma il proprio nascituro fin dal concepimento, mantiene in sé potenzialità di creazione e di distruzione, di rinascita e di perdita, di espressione e di repressione.
Il perché di un delitto atroce Questo fa parte dell'etica, di quel comportamento originario che riguarda l'umanità fin dall'inizio: salvaguardarsi e continuare la specie; poi subentrano le varie culture: morali quasi sempre costruite su modelli organizzativi di politica della convivenza che frenano le eruzioni, reprimono gli istinti, attutiscono i poteri delle madri, criminalizzano le vendette. Quando una madre sopprime il proprio figlio, ci troviamo di fronte ad un delitto atroce ed inspiegabile. La ricerca delle cause è pressoché impossibile. Sarebbe riduttivo puntare unicamente nella sua follia, perché sono parecchi i moventi che concorrono, primo fra tutti il senso dell'abbandono. Una speranza oppure una promessa disattesa, per cui la donna si sente tradita o abbandonata dal gruppo sociale, o dal partner, o da chi l'ha messa incinta, oppure da tutti questi fattori messi assieme. Il crimine tuttavia non ha giustificazioni, eppure si compie, eppure si ripete…perché spesso le madri rimangono sole pur nella loro arcaica potenza.
Inganno e vendetta Quando Medea, per amore di Giasone, fugge dalla sua terra di Kòlkide verso Corinto, teme l’ignoto e chiede con profonda umanità quale mondo potrà trovarsi ad occidente, in terre sconosciute. L'Eroe suo amante la rassicura, come si legge in Apollonio Rodio: nei luoghi dove ti sto portando avrai onore e rispetto dagli uomini e dalle donne… e giunti che saremo là, dividerai con me il letto nuziale legittimo… (Argonautiche, IV, versi 365-385) Ma ben presto Medea s'accorge dell'inganno compiuto da Giasone, con cui ha avuto due figli, e prepara una lucida vendetta: ucciderà le proprie creature e incendierà il palazzo (edificio, dirimpetto alla reggia, dove dimoravano le sacre prostitute), non sopportando di essere concubina, “seconda” alla moglie ufficiale, a Glauce. E quando Giasone accorrerà trovandosi davanti a siffatta strage, griderà a Medea: … il mio dolore è anche il tuo!. Al che Medea gli risponderà: Mi giova questo dolore, perché ora non puoi più ridere di me… – come si legge sia in Euripide (versi 1362-3) e sia nella Medea di Pier Paolo Pasolini. Qui, si scontrano due ragioni di “salvezza” inconciliabili: quella della città rappresentata da Giasone e dalla sua impresa, per cui tutto, compreso l'inganno, è funzionale al “bene” di Corinto, e quella della soggettività della madre per cui Medea rivendica la centralità del tradimento subito.
Dimenticare di essere madre Così la madre Medea è talmente esasperata da attuare una netta separazione tra il suo gesto e l'amore materno, tra la sua sete di vendetta e l'etica che la vuole protettrice dei figli, tra sé e la propria mano, pure mantenendone il conflitto: Necessità è che i miei figli periscano; e poiché è necessario, io li ucciderò, io che li generai… E dunque, sciagurata mano, prendi la spada, prendi la spada e vai, salta la sbarra, di là una vita di dolore ti si apre davanti! Non ti vinca viltà, non ricordare che sono i tuoi figli e amatissimi figli e da te generati... Dimentica! Almeno per questo breve istante del giorno dimentica, e poi... piangi! Sì, tu li ucciderai, ed erano i tuoi figli diletti... Oh, la disgraziata madre che io sono! (Euripide, Medea, versi 1236-1250).
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