CULTURA E TEATRO:
RIMINI HERACLES MANDRIANO: QUANDO I BOVINI INVASERO L'EUROPA
Autore: Cesare Padovani
MITI SCELTI Tengo presenti due Fatiche (la settima sulla cattura del Toro di Creta, e la decima sul furto dei Buoi di Gerione) per proporre due aspetti di un unico mito: quello che focalizza l'importanza dell'animale bovino nei territori dell'occidente a partire dall'inizio dell'era neolitica
Nietzsche, nella Nascita della tragedia, vede che, alle sue origini più remote, questo racconto a forti tinte si presenta come un rituale (religioso e politico) per cui indossando la pelle del caprone («tràgos» in greco, da cui tragedia) si sarebbe ottenuto maggior vigore nell'esprimersi, nel raccontare i misfatti tra gli umani. Sarebbe così diventata la prima maschera teatrale della nostra cultura. Ricoprirsi con la pelle d'un animale, in altre occasioni, poteva rappresentare la pratica per acquisirne la forza o per incutere terrore (è il caso di Heracles quando, ucciso il Leone di Nemea, ne indossa la pelliccia e si reca alla reggia di Euristeo che, dalla paura, si nasconde in una grotta). Nel corso dei millenni muta la priorità di certi animali, altri emergono alla ribalta, altri acquistano nell'immaginario caratteri funzionali secondo le epoche. Così, allorquando terminava l'ultima glaciazione, all'inizio del Neolitico (all'incirca 12/10 mila anni fa), la presenza dei bovini in occidente risultò massiccia tanto da far nascere parecchi nuovi miti sui rapporti tra le popolazioni mediterranee e questi forti e utili animali non più feroci com'erano i leoni, le ydre o le meduse. Anche i simboli che li rappresentavano andavano mutando. Le Vacche “dalle corna lunate”, di cui parla Omero nell'Odissea (XII, al verso 355), erano sacre al dio Sole, i buoi erano “pazienti” collaboratori dell'uomo, “teneri” erano detti i vitelli per le loro carni… In modo particolare, i possenti Tori erano venerati con ritualità di vario genere, dall'Egitto a Creta, al Peloponneso, alla Magna Grecia: le loro arcuate corna ora proteggevano il disco del Sole nei geroglifici, ora ornavano le mura della città, quali simbolo di prosperità dei regni solari, come si mostravano a metà del II millennio sulle mura del Palazzo di Knosso, ora andavano a rappresentare simboli di fertilità, di prova di coraggio, di gioco. Due sono le fatiche di Heracles dove si allude alla diffusione dei bovini (la decima) e alle rituali competizioni con il toro (la settima). Nella decima, l'Eroe s'impadronisce dei Buoi di Gerione, (come racconta Esiodo nella Teogonia, versi 287 e segg.), e, dall'isola di Erizia, collocata all'estremo occidente, percorre parecchie regioni da ovest ad est, da sud a nord, seminando bovini per tutto il Mediterraneo, certamente come allegoria delle nuove presenze di questi animali. Similmente, con la settima fatica, la cattura del Toro di Creta (Apollonio, Miti greci, II, 5-7), che Eracle prende per le corna (e forse da qui deriva il detto) per riportarlo vivo ad Euristeo, si alludeva non solo ad una sfida di grande coraggio, ma anche a ritualità legate a cerimoniali giocosi e a sposalizi. E, il Toro Sacro fecondo portatore di nuovi simboli e di cambiamenti di epoche, lo ritroviamo in altre narrazioni mitologiche: nella metamorfosi di Zeus che s'accoppia con Europa, assumendo le sembianze dell'Animale, da cui prenderà inizio la stirpe minoica; e ancora, nella seducente figura del Toro Bianco venuto dal mare che si unirà a Pasifae, moglie del re Minosse - come s'è visto -, da cui nascerà il Minotauro… In seguito, però, il possente Toro perderà la sua forza simbolica di fecondità e di rinnovamento, per diventare vittima nei massacri delle arene, lottando con l'uomo che tuttora lo uccide ad armi impari, e non certo “a mani nude” come avveniva nel mito. Ma nelle ancor più recenti “corride” la sfida ha sempre più l'aspetto dell'impotenza: non si prendono più i tori per le corna, perché i tori sono scomparsi dalle scene (muggiscono soli nelle monte e nei macelli). E perfino i giovani, ai loro esordi e nelle loro prove d'iniziazione, non sanno più compiere imprese coraggiose, né giochi, né feste, né corteggiamenti. Preferiscono stupirsi e stupire il loro pubblico, e conquistare le ragazze, con sostituti meno impegnativi: montando sul sedile di una turbo, impugnando il volante, premendo l'acceleratore, lontani trentasei secoli dalle festose acrobazie con i tori.
Se vuoi inviarci commenti, chiedere approfondimenti o esprimere la tua opinione sull'argomento in oggetto
compila il modulo sottostante. La redazione di ti risponderà quanto prima.
|
|