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OPINIONI:
RIMINI HERACLES NELLA SUA PRIMA PROVA: CONTRO IL LEONE
Autore: Cesare Padovani

MITI SCELTI
Nella sua Prima delle 12 Fatiche, Heracles uccide il Leone di Nemea con la forza delle sue sole mani



Chi percorre, oggi, la regione di Nemea nell'alta Arcadia, si troverà davanti distese di vigneti d'uva nera su viti basse da cui esce il Rosso di Nemea noto ai buongustai di mezzo mondo. Evidentemente, all'incirca 3500 anni fa questa landa non era così fertile, e con molta probabilità era infestata da scorribande devastatrici di animali e di predoni “feroci quanto un leone”. Da qui, la simbolizzazione del Leone come animale (immaginario, dato che non era presente in Grecia) che riassumeva tutti i mali da estirpare, e che i micenei scolpirono persino sulla porta di Micene a monito per chi la varcasse. Nella stessa area sopravvivono i resti di uno stadio dove, in onore ad Heracles vincitore sul terribile Leone, si tenevano periodicamente i primi Giochi Nemei per ricordare la liberazione da quell'incubo devastatore.
Come ho accennato per la Fatica precedente (la VI, per cui in un sol giorno Heracles pulì le immense Stalle del re Aughias), il nostro Eroe, in ognuna delle sue 12 imprese, dava dimostrazione di liberare una popolazione da un flagello particolare (il Cinghiale devastatore, gli Uccelli mortiferi), oppure di colmare la mancanza di una risorsa (i Pomi d'oro portati dall'estremo occidente, la diffusione per il Mediterraneo dei Bovini di Gerione), oppure di una prova rituale di iniziazione (la lotta contro il Toro cretese, il tema della morte con la sfida contro Cerbero…). Al tempo stesso, ogni Fatica simboleggia un percorso individuale, portato a termine per ottenere dignità, e nel caso di Heracles per purificarsi dai crimini compiuti quando Hera, per vendetta, gli aveva fatto perdere il senno.
Queste forme di ritualità collettiva - per certi versi e con modalità differenti a seconda delle culture - vengono lette dalla psicologia come “passaggi obbligati” dall'adolescenza alla maturità, per cui l'iniziato dà prova di coraggio o di autonomia, per essere ritenuto “degno” di entrare a far parte della schiera degli adulti. “Prove” che hanno avuto un senso e per cui il giovane assumeva responsabilità, stimolato com'è stato da secoli dagli esempi positivi dei padri. Ora, però, tutto questo diventa sempre più raro; gli ostacoli da superare svaniscono (i “leoni” non si affrontano, perché è più facile corromperli), si comprano le competenze, e gli adulti (nel privato, nella politica, nell'economia e persino in Parlamento) offrono esempi squallidi, come ogni giorno si vede.
Molti giovani, allora, come reagiscono, come superano le loro “prove” di autonomia e di scelte “coraggiose”, quali esempi trovano nel sociale?. I “leoni” da combattere o sono stati addomesticati, o non esistono quasi più come le specie in via d'estinzione. Allora, parecchi giovani s'inventano i loro “leoni” da affrontare, perché è nella loro natura mettersi alla prova (ci vuole un atto di forza!), e così se li plasmano deboli, indifesi, facili da abbattere o da ricattare.
A questo punto, i “piccoli eroi del nulla” (come li definisce Vittorino Andreoli) lottano contro fantasmi, o contro false difficoltà, o contro “avversari” inventati, trasferendo la carica del loro coraggio in facili espressioni di vigliaccheria: ecco il “bullismo” verso i compagni più deboli, ecco i pestaggi inferti a barboni o ad extracomunitari, ecco vandalismi notturni a danno di beni pubblici, ecco le violenze di gruppo su coetanee indifese, i sassi lanciati dai cavalcavia, e persino riti satanici con pestaggi e omicidi dei malcapitati, identificati come “vittime sacrificali”… Fanno questo ed altro ancora, per ammazzare la noia del vivere in un clima dove troppi adulti fanno altrettanto, o peggio, e dove si svegliano ogni giorno senza sapere più che leone pigliare.



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