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STORIA BORGO S. GIOVANNI:
RIMINI FALLÌ COME SEDUTTORE E TRIONFÒ COME PITTORE
Autore: Luca Vici

Forlì dedica una grande mostra a Guido Cagnacci
La sua fuga d’amore con una nobildonna naufragò, ma dopo essere stato bandito da Rimini finì i suoi giorni alla corte dell’imperatore viennese






La figura di Guido Cagnacci (1601-1663) ha attirato negli ultimi anni l’attenzione di storici dell’arte, che ne hanno rivalutato l‘opera artistica.
Tra le mostre che hanno segnato la riscoperta del santarcangiolese, vanno segnalate quelle tenutesi nella nostra città: nel 1952 “La pittura del 600’ a Rimini”, ma soprattutto la prima mostra monografica del 1993 allestita nelle sale del Museo della Città, che ancora oggi espone alcuni suoi capolavori. Tra le opere di Cagnacci realizzate per le chiese del riminese ci sono “La vocazione di San Matteo”, “Sant’Antonio Abate fra due santi”, “ San Pietro”, “San Francesco”, oltre alle recenti acquisizioni “Ritratto di giovane frate”, già ammirato da Federico Zeri che lo giudicò “bellissimo”, e una delle tante versioni della “Cleopatra”.
Nel 2006 anche Santarcangelo, città natale dell’artista, ha celebrato Cagnacci, esponendo le quattro tele della collezione milanese Koelliker e tra queste, “La Madonna col Bambino”, è stata data in prestito a tempo indeterminato al Musas, Museo storico archeologico di Santarcangelo.
Il 20 gennaio, a Forlì, presso i Musei di San Domenico, è stata inaugurata la grande mostra “Guido Cagnacci, protagonista del Seicento tra Caravaggio e Reni”, che si propone di mettere a confronto le opere dei più grandi artisti italiani del XVII secolo di cui Cagnacci fa parte a tutti gli effetti.
Della vita dell’artista non sappiamo molto, ma in quel poco non manca un tocco di avventura davvero appropriato al suo secolo. Il padre Matteo è banditore del Comune di Santarcangelo, conciapelli, e commerciante di pelli; sua madre, Livia, è cesenate e figlia di un collega di Matteo, il cesenate Carlo Serra, banditore nel Comune di Rimini. Guido nasce a Santarcangelo nel 1601, si forma a Bologna presso il nobiluomo Girolamo Leoni. Qui si ipotizzano frequentazioni, non documentate, con Guido Reni o con i Carracci; successivamente si sa di una sua presenza a Roma presso il Guercino.
Il fatto “romanzesco” accadde nel 1628, quando il pittore tentò di una fuga d’amore con la patrizia riminese Teodora Stivivi vedova Battaglini, che gli si era promessa. Ciò rappresentava uno scandalo (ed anche un reato), poiché nel ‘600 ad una nobildonna non era dato avere una relazione con un modesto “artefice” né tanto meno sposarlo. Fu lo stesso Matteo Cagnacci a denunciare la tresca del figlio all’autorità pontificia; dopo turbolente vicende, il matrimonio non si fece e il seduttore fu bandito da Rimini.
Fra gli anni ‘20 e ‘30 del ‘600 Cagnacci lavorò a Rimini, nella chiesa di San Giovanni Battista, e nei dintorni (Montegridolfo, Saludecio, Santarcangelo e Urbania), dove ancora oggi si conservano sue opere. Successivamente passò a Forlì, Cesena, Faenza e Venezia, sebbene con un diverso cognome (Canlassi?). Intorno al 1660 fu a Vienna alla corte di Leopoldo I d’Asburgo. Morì nella capitale asburgica nel 1663 e fu sepolto nella Augustiner Kirche.


Un capolavoro nel Borgo San Giovanni


Sopra l’altare della prima cappella a sinistra della chiesa di San Giovanni Battista, entro una ricca ancona dell’epoca, si trova una straordinaria opera del Cagnacci, una tra le più rappresentative dell’intero repertorio dell’artista: “La Madonna col Bambino e Sant’Andrea Corsini, Santa Teresa d’Avila e Santa Maria Maddalena de’ Pazzi”.
Questa grande tela (misura 335x210 cm) non ha ancora una datazione certa, sebbene sia stato proposto il 1631, due anni dopo la canonizzazione di Andrea Corsini (1301-1374).
I personaggi raffigurati rappresentano figure di primissimo piano all’interno dell’ordine carmelitano, che resse la chiesa di San Giovanni Battista dal 1573 al 1797. In basso a sinistra un angelo con una veste rossa scaglia la freccia simboleggiante l’Amore Divino nel petto di S. Teresa d’Avila (la mistica spagnola morta nel 1582 e canonizzata nel 1622), che ben rappresenta quello che ci dice la santa nella sua autobiografia: “Gli vedevo nelle mani un lungo dardo d'oro, che sulla punta di ferro mi sembrava avere un po' di fuoco. Pareva che me lo configgesse a più riprese nel cuore, così profondamente che mi giungeva fino alle viscere, e quando lo estraeva sembrava portarselo via lasciandomi tutta infiammata di grande amore di Dio. Il dolore della ferita era cosi vivo che mi faceva emettere dei gemiti, ma era cosi grande la dolcezza che mi infondeva questo enorme dolore, che non c’era da desiderarne la fine, né l'anima poteva appagarsi che di Dio. Non è un dolore fisico, ma spirituale, anche se il corpo non tralascia di parteciparvi un po', anzi molto. È un idillio cosi soave quello che si svolge tra l'anima e Dio, che io supplico la divina bontà di farlo provare a chi pensasse che io mento” .
In basso a destra, invece, possiamo osservare la figura di Maria Maddalena de’ Pazzi, che tiene un pezzo di pane in una mano, simbolo dell’Eucarestia, e alla quale viene posta una corona di spine, simbolo della Passione, da un angelo parzialmente nascosto dalla cornice, e di cui vediamo solo parte di un’ala. La due scene di estasi delle sante sono illuminate da una luce proveniente da sinistra, che evidenzia la teatralità della rappresentazione, e uno studio attento dell’opera di Caravaggio da parte del Cagnacci.
Nella parte alta la grande tela culmina con la figura di Sant’Andrea Corsini nell’atto di celebrare la sua prima messa, nel corso della quale gli appare la Vergine col Bambino sopra una nuvola nell’atto di benedirlo.

Fonte: Guido Cagnacci / a cura di Daniele Benati e Marco Bona Castellotti.






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