STORIA BORGO AD ZìTA':
RIMINI COSÌ RINASCERÀ SAN FRANCESCO
Autore: Luca Vici
Una parte del convento sarà ricostruita per ospitare spazi universitari
E’ passato quasi un anno (precisamente il 20 febbraio 2007) da quando la giunta comunale ha approvato all’unanimità la ricostruzione di un edificio di straordinaria importanza per la storia riminese: l’ex convento di San Francesco. I danni della seconda guerra mondiale, oltre a quelli - spesso peggiori - della ricostruzione post-bellica, hanno lasciato profonde ferite alla nostra città; non solo a livello architettonico, ma anche nella memoria storica. San Francesco è l’emblema che le riassume tutte. Edifici e ruderi, antico e moderno si affastellano nel caos. Prima della sua distruzione il convento occupava un’area molto vasta, dal Tempio Malatestiano a via Castelfidardo, comprendendo l’area dell’attuale mercato coperto. Un’area importante anche dal punto di vista archeologico, come hanno dimostrato i numerosi mosaici e reperti apparsi durante riedificazioni spesso discutibili. In particolare, la ricostruzione dell’antico chiostro del convento, accanto al Tempio Malatestiano, davvero poco armonica con le costruzioni circostanti, fu progettata dal famoso studio milanese BBPR, dove operavano tra i più affermati architetti italiani del XX secolo, come Lodovico Barbiano di Belgiojoso, Gianluigi Banfi, Enrico Peressutti, Ernesto N. Rogers, già autori della Torre Velasca di Milano. D’altra parte gli stessi progettisti affermavano che il loro intervento poteva anche non armonizzarsi con il contesto, poiché la nostra città è un insieme di soluzioni architettoniche diverse, che danno quindi la libertà di scelta all’architetto che deve operare; un punto di vista tenuto valido ancora oggi da molti professionisti che lavorano nella nostra città!. A fianco all’edificio della BBPR, si trovano archi diroccati e muri smozzicati, quasi a volerci ricordare che Rimini per tanti anni ha preferito non ricostruire ciò che era stato distrutto: è stato così anche per il Palazzo Lettimi e per il teatro Galli. Quando non ha distrutto ciò che era salvabile, come il Kursaal e il palazzo del Cimiero. In altre città europee che hanno subito le devastazioni della guerra, invece, ricostruire tal quali gli edifici di pregio è ancora oggi la norma; basti pensare alla recentissima riapertura della Frauenkirche, chiesa simbolo della città di Dresda, che fino a pochi anni fa era un vero e proprio rudere. Di San Francesco sarà ora ricostruita solo la parte su via IV Novembre, di proprietà comunale, per ospitarvi una biblioteca universitaria e spazi per lo studio. Il progetto di restauro, per essere il più fedele possibile all’edificio originario, si è basato sulla documentazione ancora oggi esistente che, oltre che le foto d’anteguerra, comprende anche dall’atto di enfiteusi del 1840 dove si vede la pianta del complesso e la divisione interna degli spazi. Per l’ingresso principale della biblioteca, che sarà organizzata su tre piani, sarà riproposto l’originario scalone monumentale. Il paramento di facciata sarà realizzato in mattoni faccia a vista realizzati a mano, mentre la copertura sarà in coppi così come quella della parte attigua da restaurare.
Da baluardo contro gli eretici a centro di cultura
La nuova biblioteca universitaria nascerà in un luogo davvero appropriato, Infatti, secondo alcuni studiosi, il convento di San Francesco ospitò la prima biblioteca pubblica d’Italia, istituita nel 1430 da Galeotto Roberto Malatesta. Gli scaffali si andarono arricchendo nel tempo, grazie alle donazioni sia dei Signori che di loro illustri cortigiani, come Roberto Valturio. I documenti elencano testi latini, greci, ebraici, caldei, allo scopo di diffondere una conoscenza aperta a tutte le voci. Nel secolo XVII, di questo patrimonio rimanevano solo 400 volumi, che cento anni dopo erano del tutto dispersi. Il convento francescano era sorto nella seconda metà del ‘200 accanto alla chiesa, già esistente e dedicata a Santa Maria in Trivio. Piazzato come un baluardo nel cuore del popolare quartiere Pataro – cioè abitato dagli eretici Patarini – i Malatesta e le famiglie a loro collegate ne fecero uno dei fulcri vitali della città. Il complesso comprendeva chiostri, chiese minori e cappelle, oltre a decine di sepolture monumentali, ma anche la fossa comune per le vittime – le cronache parlano di 2400 morti – della Peste Nera del 1348. Il complesso subì una radicale ristrutturazione tra il 1762 e il 1764, che gli diede l’aspetto mantenuto fino alla distruzione bellica, qui particolarmente pesante anche perchè dal 1923 vi era ospitata la galleria archeologica della biblioteca Gambalunga, dal ‘24 la pinacoteca, e il museo civico dal ‘38. Gran parte dei beni furono messi al sicuro in tempo, ma non tutti riapparvero. Soprattutto, finì trafugato il medagliere malatestiano al completo, una collezione numismatica di inestimabile valore. Fra le opere dell’edificio originario resta solo un’Ultima Cena, grande affresco cinquecentesco di Benedetto Coda (3 x 11, 50 metri) che ornava il “refettorio nuovo”, ora al Museo della Città. Per la ricostruzione, ora siamo nella fase degli appalti; il lavori potrebbero iniziare nel 2009.
Si ringrazia per la collaborazione l’architetto Stefano Guidi, autore del progetto di restauro
Fonti: Antonio Montanari, Alessandro Bianchi
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