STORIA BORGO S. GIOVANNI:
RIMINI - ARTE CHE LASCIA DI STUCCO
Autore: Luca Vici
Le opere del riminese Antonio Trentanove nella chiesa di San Giovanni
La chiesa di San Giovanni Battista, così come gran parte di quelle del centro storico di Rimini, è davvero uno scrigno di tesori artistici. Tra le opere che più sorprendono il visitatore c’è sicuramente la cappella della vergine del Carmine, all’interno della quale si trova la spettacolare ancona in stucco che circonda la cinquecentesca statua della Vergine, realizzata da Antonio Trentanove, artista riminese considerato da Piergiorgio Pasini, “uno dei più affascinanti plasticatori italiani della seconda metà del Settecento”. Nato intorno al 1740-45, Trentanove studiò a Bologna, dove riportò due premi all’Accademia Clementina negli anni 1765 e 1766, per poi tornare a Rimini negli anni attorno al 1770. Lavorò in molte città romagnole, e si trasferì stabilmente a Faenza. Qui collaborò con l'organizzata bottega di Felice Giani, che comprendeva ornatisti, stuccatori e mobilieri, come i fratelli G.B. e F.Ballanti Graziani e Gaetano Bertolani. Giani fu un personaggio "irregolare" nel panorama artistico del neoclassico, conduceva una vita girovaga e bohemién e lavorava con un'organizzata bottega che comprendeva ornatisti, stuccatori e mobilieri. Tra i suoi principali collaboratori troviamo i plasticatori Antonio Trentanove, i fratelli G.B. e F.Ballanti Graziani e Gaetano Bertolani.conducendo una vita girovaga e bohemién. La carriera di Trentanove si concluse a Carrara, dove lavorò per l’Accademia delle Belle Arti; vi morì nel 1812. L’ancona, probabilmente realizzata nell’anno 1772, è davvero ricca di ornamenti nelle sue diverse parti e si conclude con un originale coronamento di gusto ancora spiccatamente barocco. Ai lati dell’ancona si trovano due figure allegoriche che rappresentano la Devozione e la Mansuetudine, l’una con le braccia incrociate sul petto, l’altra con la colomba in mano; forse in origine anche l’altra mano recava una seconda colomba. Le due figure mostrano nelle vesti un panneggio davvero pieno e complesso, indice della maturità dell’artista al momento della realizzazione. Nella chiesa si trovano anche altre opere del Trentanove, tra cui un’altra ancona che si trova nell’abside e che fa da cornice al crocifisso duecentesco, già appartenuto alla distrutta abbazia di San Gaudenzo. Anche se meno spettacolare rispetto a quella della cappella del Carmine, mostra una sua sobria eleganza, con gli angeli ai lati. Sempre attribuibile all’artista, nella parte superiore della navata centrale, si trova il grande stemma dei Carmelitani, con le tre caratteristiche stelle a otto punte, sorretto da due angeli. Inoltre, a lui probabilmente si deve l’ornamento con stucchi dei capitelli, dai quali occhieggiano vivaci angioletti. Opere del Trentanove si trovano anche in altre chiese riminesi: tra queste ricordiamo la splendida Cantoria dei Servi, realizzata nel periodo compreso tra gli anni 1774-77, probabilmente il capolavoro assoluto del plasticista riminese, e il gruppo scultoreo in gesso in ricordo del passaggio a Rimini di Papa Pio VI del 1784, che si trova nella chiesa dei Santi Bartolomeo e Marino. La tecnica dello stucco, fondamentale nell’arte barocca e neoclassica, ha origini molto antiche. Sebbene infatti lo stucco sia tutt’oggi considerato e usato come semplice materiale di rivestimento o riempimento (che si ottiene mescolando calce, polvere di marmo, sabbia e caseina in proporzioni variabili a seconda della maggiore o minore consistenza che si vuole dare all’impasto in funzione del suo utilizzo), era impiegato come elemento decorativo, spesso dipinto o modellato, già in Egitto, nella civiltà cretese, in area etrusca, in epoca augustea, nell’arte islamica. In epoca moderna la tecnica dello stucco venne riportata alla luce e perfezionata da un collaboratore di Raffaello ossia Giovanni da Udine. Come detto, lo stucco trovò grande diffusione soprattutto fra ‘600 e nel ‘700 per figure a tutto tondo su un’armatura metallica, e la sua grande diffusione, così come quella della scagliola, ossia il finto marmo, fu dovuta al basso costo e alla facilità con cui si poteva reperire e plasmare, soprattutto se confrontato al marmo.
Per fonti e immagini : www.sangb.org
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