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RIMINI - CEIS, L’EDUCAZIONE ALIMENTARE COME GESTO QUOTIDIANO
Autore: Michele Marziani

Il puré è morbido e suadente, quasi un’icona dell’infanzia. Il risotto allo zafferano è considerato una grande leccornia. E il menù è scritto tutti i giorni su una bacheca davanti alla cucina. Non è un ristorante, ma una scuola


Il puré di Ivonne, anzi “dell’Ivonne” come dicono qui, è in cima ai desideri gastronomici: soffice, cremoso, ricco di formaggio, saporito, profumato, con qualche pezzetto di patata che lo rende così diverso da quelli nelle buste. Così vero. In pochi resistono alla tentazione del bis, pur avendo già mangiato a quattro palmenti i buoni quadrucci in brodo vegetale e il ricco brasato. Si mangia bene al Ceis, il Centro educativo italo svizzero, la scuola nelle baracche di legno nata nel Dopoguerra e diventata punto di riferimento per chi crede che l’educazione non sia un optional. Non che alla scuola materna o alle elementari del Ceis s’imparino cose migliori o diverse che altrove. No, dirlo sarebbe davvero ingiusto nei confronti di chi si dà da fare nella scuola pubblica. Si vive meglio, però, questo sì. Perché il Ceis è un villaggio sociale pensato a misura di bambino. E tra i bambini mio figlio, Ludovico, 7 anni, che un giorno mi guarda serio e dice: “papà, tu che vai a provare tutti i ristoranti perché non vieni alla mia scuola dove si mangia benissimo?”
Ho raccolto l’invito, l’hanno raccolto le maestre, l’ha raccolto il direttore, l’hanno raccolto i compagni e le compagne di scuola di Ludovico. Anche loro, gli altri bambini, concordano: al Ceis si mangia bene. Cucinano forse leccornie particolari? No, semplicemente cucinano. Due cuoche che fanno anche la spesa. Fornitori locali. Frutta e verdura biologiche. Ma soprattutto attenzione: ogni giorno c’è il menù scritto davanti alla cucina, dove si passa e si sa cosa si mangerà. Frittata con le zucchine, spaghetti con il pomodoro, insalata, carotine... Le cose che prevede l’Ausl nelle diete per le scuole. Ma anche hamburger (autocostruiti: “svizzera” e insalata dentro ad un panino) e salsicce di pollo, cose che sono finite nella lista delle pietanze quotidiane dopo che i bambini hanno fatto un incontro con la dietista. Gli stessi bambini che da ogni aula, da ogni “baracca”, a turno, prendono un carrettino, un attrezzo con le ruote, da spingere a mano, vanno in cucina, caricano il pranzo e lo portano alla loro classe. Fanno scenette per augurarsi buon appetito, mangiano sui banchi, dopo averli ben puliti e utilizzano i loro tovaglioli, come in normali luoghi del cibo. Non come accade nelle scuole con piatti, posate, bicchieri, tovagliolini e cibi di plastica portati dai catering. Un mondo asettico, spesso cucinato lontano, con materie prime ottenute tramite appalti ancor più lontani. Al Ceis si pranza, con i sapori, semplici, da bambini, anche un po’ insipidelli se occorre, ma ben fatti. E per i bambini mangiare è vita quotidiana: “l’educazione alimentare – dice il direttore del Ceis Giovanni Sapucci – non è quella che passa attraverso i corsi che si possono organizzate, ma quella che si sviluppa nella pratica di ogni giorno, nel rapporto concreto dei bambini con il cibo e con chi lo prepara”. Già, non a caso la cucina è centrale, è luogo di passaggio, dove si butta l’occhio, dove si chiedono le cose alle cuoche. Noi intanto puliamo con pane il mitico puré, oggetto del desiderio infantile secondo solo ad un altro piatto gettonatissimo: il risotto allo zafferano. Ecco bambini di sette anni che dicono: il risotto della scuola è buonissimo. Non comincia forse così la formazione del gusto? O c’è chi pensa che si possa imparare a distinguere le cose buone da quelle mediocri, a diventare consumatori attenti e consapevoli, dopo un intero percorso scolastico nelle mense dove il cibo arriva già pronto, confezionato e impiattato? Viva, allora il puré. Golosità dal valore simbolico. Come la pappa col pomodoro di Giamburrasca.






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