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STORIA BORGO S. GIULIANO:
IL PORTO MALATESTIANO DI RIMINI
Autore: Luca Vici

Ospitava fino a sessanta grosse navi

La città si dovette dissanguare per riparare i continui danni provocati delle piene del Marecchia


Rimini fu fondata fra due fiumi, che erano anche altrettanti porti: i Romani sfruttavano infatti sia la foce del Marecchia che quella dell’Ausa, ai loro tempi separate solo da una sottile striscia di sabbia. Ma nel Medioevo il Marecchia cambiò il suo corso, probabilmente a seguito di una delle sue ricorrenti e disastrose piene.
Sappiamo che nell’anno 1059 i Benedettini dell’Abbazia dei Santi Pietro e Paolo (poi San Giuliano), sistemarono un nuovo ramo deltizio apertosi a sinistra di quello principale. Per molti anni i due porti convissero e il Cardinale Anglico descrisse quello sull’Ausa: ”Bellissimo verso la città e tutto opera del mare”.

Il progetto di Carlo Malatesta
Con i Malatesta, ed in particolar modo sotto la signoria di Carlo, tuttavia, fu il Marecchia a ricevere le maggiori attenzioni. Sul finire del XIV secolo, infatti, le attrezzature portuali e il ponte di Tiberio vennero danneggiate se non addirittura rese inagibili dagli ennesimi straripamenti del fiume e dalle burrasche che nell’inverno 1396-97 flagellarono la costa. Alle riparazioni concorsero anche il vescovo e il clero, per un totale di 300 scudi d’oro. I lavori di fortificazione delle muraglie ormai pericolanti furono affidati ad un tal mastro Domenico “esperto ingegnere del duca di Milano”. Durante tali lavori, che iniziarono il 28 aprile 1400, venne abbattuto anche un tratto di mura del borgo di San Giuliano, che favorì un più diretto deflusso del fiume verso il mare; un tentativo per rendere meno distruttive le piene. Come ci ricorda il Tonini, fu da quel momento che il porto assunse la direzione che vediamo ancora oggi.

Ancora disastri
Le opere dovettero procedere in fretta e con ottimo esito, se già nel 1402, avendo Gian Galeazzo Visconti esteso il proprio dominio sopra Bologna, Pisa, Piombino e l’isola d’Elba, i Fiorentini chiesero a Carlo Malatesta di poter usare per i loro traffici proprio il porto di Rimini. Purtroppo il Marecchia tornò a chiedere il suo tributo il 22 dicembre 1410, abbattendo un lungo tratto di mura adiacente alla porta Gramignola (ancora visibile accanto alla Madonna della Scala), alla quale erano ormeggiate grosse navi. Altri danni assai gravi, alle banchine e alla cosiddetta bocca del porto, si verificarono negli 1440 e nel 1442. Nel 1469 anche il torrione della porta sul ponte di San Giuliano era in rovina.
Già governava Sigismondo Pandolfo Malatesta e il porto di Rimini godette comunque il suo momento di massimo splendore: il signore di Rimini provvide alle difese collegando al Marecchia il fossato di Castel Sismondo, che con il tiro delle sue artiglierie proteggeva se non l’accesso al canale, almeno il ponte di Tiberio.

L’immagine di Agostino di Duccio
Se diamo retta a Balacco dè Balacchi da Longiano, che scriveva nel 1525, il porto di Rimini nel secolo precedente dava ricovero a 60 “navilj da gabbia” ossia da carico. Lo squero della riva destra - ossia lo spiazzo attrezzato con le baracche in cui conservare materiali ed attrezzi - era fortificato da un tratto di bastioni presso la chiesa di San Nicolò. Due borghi su quattro, ed i più popolosi, vivevano del porto: Marina e San Giuliano.
L’immagine del porto malatestiano ci viene data dal bassorilievo “del Cancro” di Agostino di Duccio (1454) che si trova nella cappella dei Pianeti del Tempio Malatestiano: si tratta probabilmente della celebrazione del progetto di Carlo Malatesta, di cui non sappiamo con certezza quanto fosse stato realizzato e quanto fosse sopravvissuto alle continue sfuriate del fiume.
I Malatesta furono anche armatori e Sigismondo usava una sua “cocca” personale: era una nave “tonda” a vela quadra di circa mille tonnellate, forse la stessa raffigurata in primo piano nel bassorilievo. Non che Rimini abbia mai ambito ad essere potenza marittima: fin dell’Xi secolo aveva ceduto, per amore o per forza, il monopolio dei commerci sul mare alla Repubblica di Venezia, che presidiava lo scalo con la Confraternita di San Marco e l’annesso “Canevone”.

Pandolfaccio ci riprova
Nel 1484, Pandolfaccio Malatesta fortificò la riva destra del Marecchia nel punto in cui Alessandro Sforza, guadata la corrente, era penetrato nel Borgo, salvo poi essere respinto dalla strenua difesa dei riminesi guidati da Roberto Malatesta. Tali lavori vennero ancora una volta vanificati dall’opera distruttrice del fiume, tanto che alla fine del XV secolo lo stato del porto era ancora una volta critico.
Nei secoli successivi la lotta dei Riminesi per rendere agibile il loro porto non conobbe tregua. Ancora oggi, nonostante il deviatore impedisca alle piene di danneggiare il canale, le muraglie di Carlo Malatesta hanno bisogno di restauri, che sono stati programmati e stanno lentamente procedendo.

Fonte: Alessandro Serpieri: “Il porto di Rimini dalle origini a oggi”




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