TACCUINO:
CESENA :DA PITTO, SAPORI FEDELI DA DECENNI
Autore: Michele Marziani
Il ristorante a ridosso del fiume Savio a Cesena ha saputo mantenere costante la semplice bontà delle sue proposte
Forse bisogna andarsele a scovare dove uno meno se le aspetta le “vere” trattorie con i sapori della tradizione. No, non i soliti locali finto rustico che propongono una cucina romagnola standardizzata, magari decente, ma noiosa, ripetitiva, senza verve, senz’anima, senza gusto. Di posti così ce ne sono tanti sparsi un po’ ovunque: nella campagne, nei centri storici, sulle colline, dove vi pare. La moda del finto autentico dilaga ormai da anni, soprattutto in una terra, come la Romagna, incredibilmente conservatrice in cucina. Eppure i piatti di “una volta” non convincono quasi mai il palato fino in fondo. Eccezioni, ovviamente ce ne sono e sono quelle di lunga e solida tradizione. Da Pitto (tel. 0547 22030), a Cesena, vicino al ponte sul fiume Savio, né centro, né periferia, ci ha portato Matteo Tontini giovane artista, pittore, incontrato a Milano, ma cesenate da generazioni. Lui parlava ammirato di questo locale, con la passione di quando ci si ricorda di come si era da bambini: “è l’unico ristorante che conosco dove i sapori sono sempre quelli, fedeli a se stessi, da trent’anni da quando ci andavo da piccolo con i miei genitori...” Così arriviamo da Pitto una domenica d’estate di trent’anni dopo, ovvero di questo 2006, con la curiosità dell’infanzia di Matteo. Il ristorante è locale da palati robusti, da commessi viaggiatori che mangiano primo e secondo tutti i giorni (che la clientela sia quella lo dice il giorno di chiusura: sabato). Poi la domenica a mezzogiorno Pitto si trasforma e diventa il ristorante per famiglie golose e di stretta osservanza cesenate. La sala è linda, ordinata, vetusta negli arredi, semplice, pacata, accogliente, verrebbe da dire “di mezza età”. Sembrerebbe un ristorante degli anni Settanta se a tradire la modernità non ci fossero l’aria condizionata (non alta, discreta) e quei grossi piattoni che si usano nella ristorazione di oggi (ma come erano belle le fondine e i piatti piani...). Il servizio è discreto, puntuale, le comande prese a voce. Le proposte sono sempre quelle, da generazioni, con qualche “novità” di tanto in tanto. Tra le cose “nuove” il sugo ai porcini – i funghi ormai hanno invaso qualunque cucina, come la rucola negli anni Ottanta - che condisce i ravioli (“antichi”, quelli di sempre, fatti a mano, ottimi, pasta fine e buon ripieno). La tradizione, da cucina borghese, non popolare, cucina buona della domenica, impazza nelle tagliatelle finissime, saporite, condite con un succulento ragù o col semplice sugo ai piselli. Sapori d’infanzia, sì, di qualunque infanzia. Profumi, consistenze, atmosfere di quando si è bambini abbastanza grandi per scoprire che è bello mangiare fuori. Le stesse sensazioni che si provano di fronte al buonissimo coniglio, accompagnato da patate arrosto da primato. Incantano meno le verdure grigliate o gratinate.L’alternativo sono agnello, maialino ed altre carni al forno. A fine pasto intonate un inno alla gioia scucchiaiando la corpulenta e casalinga zuppa inglese. Ad accompagnare i piatti non c’è – per fortuna – il vino sfuso, ma bottiglie del locale e buono Sangiovese dell’azienda Braschi.
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