AUTORE Proni Giampaolo
Non ho letto il libro di Marcello Pera Perché dobbiamo dirci cristiani, ma ho letto, sul Corriere della Sera, la lettera di Joseph Ratzinger che lo introduce.Ratzinger (e Pera) distinguono tra un dialogo interreligioso e un dialogo interculturale.Entrambi si svolgono tra persone che hanno religioni diverse, ma il primo tratta argomenti di fede, il secondo le conseguenze della fede.
Per esempio, in un dialogo interreligioso un musulmano e un cristiano discutono se sia giusto mangiare carne suina. In un dialogo interculturale parlano di come convivere con
questa differenza.
[{Università e meritocrazia} Non sempre i ricercatori sono costretti ad emigrare, ma certo chi resta ha che fare con un datore di lavoro ingiusto: lo Stato] Una considerazione realistica della scuola e dell'università, come ogni settore, richiede conoscenza. Oggi i sistemi sociali sono...
[{Mentre la Gelmini sta lavorando al decreto per gli atenei} Frequenza obbligatoria, basta con le cattedre a vita e più tasse ma con vere borse di studio] Il disagio dell'Università italiana emerge sotto la spinta di cambiamenti che coinvolgono tutti i sistemi formativi dei paesi occidentali...
[{Fra Superenalotto e borsa} La difesa del risparmio non ha bisogno di ideologie] In questi giorni mi viene da confrontare l'ennesima 'febbre da lotteria' italiana con la crisi finanziaria mondiale (anch'essa ennesima). Il Superenalotto, l'ultima macchina da soldi dello Stato, ha raggiunto un...
[{Continuano i tagli sulla risorsa più importante: la mente} Abbiamo pochi ricercatori e vogliamo diminuirli ancora] Albert Bruce Sabin nacque a Białystok, una città che allora era Russia e oggi è in Polonia, nel 1906. Si chiamava Saperstein ed era ebreo. Emigrò negli USA a quindici...
[{Antropologia delle “zebre”} Storie di ordinaria arroganza nella jungla della città] Ci sono diversi indici per misurare le differenze tra le culture e le mentalità. Uno di quelli che uso personalmente è quanti automobilisti rispettano i passaggi pedonali. In particolare ce n'è uno che...
[{Ancora sui project per il lungomare} Cosa si aspettano i residenti e cosa serve al turismo] I cittadini vedono il territorio nel quale vivono come uno spazio dotato di senso, cioè di funzioni pratiche (come lo si può utilizzare) e di altri segni, per esempio valori identitari (il borgo, la...
Continuando a riflettere sul posto che la religione occupa nella società contemporanea, è fondamentale mettere in chiaro il rapporto tra religione e scienza.
La scienza non è qualcosa di lontano e complicato. Al contrario, la scienza nasce dal modo di conoscere il mondo che la nostra specie ha praticato da quando possiede coscienza di sé.
Come scrive lo Herald Tribune del 5 novembre 2008: "La storia del viaggio di Obama al vertice della politica degli Stati Uniti è quella di una campagna che è stata, anche agli occhi di molti avversari, quasi impeccabile." E ogni pezzo di comunicazione lo ha confermato.
E' possibile in Italia imitare Obama, come ha cercato di fare Veltroni?
[{Il dibattito sui progetti} Rimini deve interrogarsi a fondo su quanto è ancora disposta a scommettere sul turismo] Il dibattito sui nuovi progetti ferve e ferverà ancor più in autunno. E’ utile, prima di analizzare le proposte di intervento, avere chiarezza su alcuni princìpi. La città...
[{Berlusconi e la magistratura} Complotto dei giudici o regime mediatico-criminale? A chiunque si creda, lo scenario sarebbe terrificante] All’indirizzo http://it.wikipedia.org/wiki/Procedimenti_giudiziari_a_carico_di_Silvio_Berlusconi si trova un elenco dei processi. Sono 20, 18 chiusi a...
[{Europei di calcio, occasione per riflettere} Cosa c’è dietro una vittoria della Nazionale] Quando c'è una vittoria della nazionale di calcio e sento i clackson delle auto per strada mi capita sempre di pensare a quanto bisogno di gioia, di festa, sia presente nelle persone. L'I Ching, un...
[{La questione dell’immigrazione} Le società multiculturali e multietniche sono più ricche e più dinamiche] E' possibile dimostrare senza ombra di dubbio che le società multiculturali e multietniche sono più dinamiche, più creative e più ricche di quelle monoetniche e monoculturali. La più...
Ho scritto altre volte della burocrazia. Ma ogni volta che penso di aver visto tutto, ancora sa stupirmi. In Italia, ha oggi generato un mostro deforme e angosciante: la buroinformatica. I tentativi di informatizzare la pubblica amministrazione hanno dato vita a ibridi ributtanti, forme di vita contorte, e alla figura minacciosa del buroinformatico.
Non sono un teologo, ma sono andato a catechismo da piccolo. Ho imparato che siamo composti di anima e corpo. Il corpo è mortale, l'anima è immortale. Quando moriamo, l'anima si separa dal corpo e viene giudicata da Dio.
Le dimissioni di Walter Veltroni e la vittoria del PDL in Sardegna hanno portato a un rafforzamento di Silvio Berlusconi tale da destare un po' d'ansia.
Dal punto di vista economico, la famiglia Berlusconi è oggi in una posizione inattaccabile.
Politicamente, attraverso la maggioranza, il Cavaliere controlla la RAI, sia pure col complicato sistema di commissioni, parlamento, ministero, CdA. La maggioranza al momento è omogenea e solida e lo sarà ancora di più col partito unico.
[{Nel Paese degli evasori}] [Dove stato e mercato funzionano bene chi paga molte tasse non è considerato un fesso ma viene onorato e rispettato] La questione della pubblicazione delle dichiarazioni dei redditi su Internet e del successivo blocco da parte dell’Autorità di garanzia è un altro...
[{Una festa che deve servire a riflettere} La Repubblica ha bisogno di aggiungere altri valori a quelli della Resistenza ] La data del 25 aprile, correttamente intesa, dovrebbe andare oltre la celebrazione. L’Italia non ha molto da celebrare della II guerra mondiale. E’ certamente...
Dal punto di vista monetario, la crisi è un 'credit crunch', cioè, per dirla alla riminese, 'scriccata del credito': girano meno soldi. Ci sono meno soldi perché una massa enorme di valore, costituita da titoli di credito, è scomparsa. Di fatto si è trattato di tanti debiti che non sono stati pagati. Un debito viene scritto in bilancio come una somma che devi avere, quindi è un 'più'. Inoltre, ci sono gli interessi, che il debitore paga nei modi previsti dal contratto di prestito, che sono profitti. Ma quando il debitore non paga, si arriva alla fine all'inevitabile: la cancellazione della somma. Quei soldi il creditore non li avrà mai più. Il debitore può averli usati in tanti modi: comprando beni, prestandoli a sua volta, facendoseli rubare, ecc ecc. Quei soldi da qualche parte sono andati a finire, quindi non sono scomparsi. Ma sono scomparsi gli interessi. Se il debitore doveva il 5% di 100, quel 5% esisteva solo sulla carta. E se il titolo di credito veniva a sua volta venduto (come di fatto avveniva) e quotato in borsa, e se questo lo moltiplichiamo per un fattore molto alto, otteniamo una cifra enorme, che però non esisteva in moneta, ed è sparita. Il valore non è moneta se non nello scambio. Ma il valore virtuale di qualsiasi cosa muove la moneta.
Alcuni anni mi trovavo a Granada, in Spagna. Ricordo un'immagine che mi disse molto sull'ordine pubblico in quella città.
Nell'incrocio centrale della città vecchia, dove passa il traffico, tipo piazzale della stazione a Rimini, c'era sempre una pattuglia di poliziotti in moto, giorno e notte. Stavano lì e basta.
Credo che nel centro di una città, dove si trovano i luoghi istituzionali e i simboli culturali, ci debba sempre essere un presidio di forze dell'ordine.
Dopo il sisma in Abruzzo sembra finalmente che in Italia molti comincino a chiedersi: “Ma la mia casa è sicura? E quanto è sicura?”
Buona domanda.
Ci si può aggiungere anche: “La scuola dove vanno i miei figli, l'ospedale, l'ufficio dove lavoro, gli edifici pubblici, lo stadio, il palasport, insomma tutti i luoghi dove passiamo la nostra vita, sono a sicuri?”
Se digitate http://zonesismiche.mi.ingv.it/ trovate nel sito dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, dove potete vedere e scaricare la mappa ufficiale del rischio sismico, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n.108 dell'11/05/2006 e la classificazione dei Comuni italiani. Rimini e tutta la costa sono in zona 2, della quale si dice: “in questa zona possono verificarsi terremoti abbastanza forti.”
Ci avviciniamo alle elezioni provinciali ed è giusto chiedersi se, come molti dicono, si tratta di enti inutili. La discussione, tuttavia, spesso è superficiale. Cosa vuol dire che un'amministrazione è inutile? Se si intende che le sue funzioni le potrebbe svolgere un'altra, è un conto, se vuol dire che tali funzioni sono vane o inesistenti, è un altro.
Il fatto è che le pubbliche amministrazioni italiane non nascono solo per svolgere dei servizi. Pertanto non sono organizzate in modo funzionale, ma, al contrario, sono costruite per essere diseconomiche. Prendete le tasse. Il sistema fiscale italiano è così complicato che per compilare i vari modelli il cittadino deve farsi assistere da esperti. Questi esperti sono i commercialisti, i CAF e l'Agenzia delle Entrate. In pratica, paghiamo per pagare.
Eventi recenti hanno portato i riflettori della giustizia e dei mass media sul sistema bancario e finanziario di San Marino.
La Repubblica di San Marino, per noi, è molto di più di uno stato estero. Fa parte del nostro territorio, in una simbiosi particolare e sotto certi aspetti unica.
Ogni riminese ha amici sammarinesi, spesso parenti. Ognuno di noi frequenta la Repubblica del Titano almeno per fare shopping. Ognuno di noi ha per lo meno sentito parlare di affari e transazioni economiche di vario tipo, ha udito storie più o meno attendibili su San Marino. Molti di noi ci lavorano o conoscono qualcuno che ci lavora. La gente della costa conosce San Marino più di ogni altro italiano.
Qualche giorno fa, tornando a casa, ho visto il mio sindaco sul corso, a piedi, con una pesante borsa da ufficio. Aveva l'aria stanca ed era solo. Nessuno, in quel momento, gli prestava particolare attenzione. Molti forse non lo riconoscevano neppure.
Ho percepito il senso della democrazia. In una città di 130.000 abitanti il sindaco può camminare per strada come un normale cittadino, può essere stanco come un normale cittadino dopo una giornata di lavoro, è un normale cittadino. In questa normalità c'è tutta la forza della democrazia. Quando i capi sono circondati di guardie e chiusi in palazzi sontuosi lo stato è debole. Quando i capi sono cittadini come gli altri lo stato è forte. Perché la forza dello stato non è nei capi ma nel legame tra loro e i cittadini. Dove i cittadini odiano i loro capi, lo stato non è forte. Di fronte a un pericolo, si sfalda. In democrazia c'è chi si è opposto alla scelta di un rappresentante, e forse non lo ama. Ma almeno la metà di chi ha votato, lo ha scelto. Chi non lo ha votato, può sperare di cambiarlo la volta successiva. In ogni caso, non vedrà il potere passare come eredità ai suoi figli.
Cosa succederebbe se un partito di quelli grandi, PDL o PD, decidesse di candidare alla Presidenza del Consiglio uno straniero?
In fondo, nello sport è del tutto normale sentire grandi campioni che adorano (almeno a parole) il loro club italiano e che parlano italiano con fatica. Ci sono tanti immigrati che parlano male la nostra lingua ma sono cittadini migliori di quelli con la 's' romagnola da 7 generazioni.
Come sarebbero le elezioni se, supponiamo, un partito italiano candidasse Angela Merkel?
Siamo sicuri, per esempio, che la Merkel prenderebbe meno voti di Franceschini o Berlusconi?
Come sarebbe se si scatenasse l'acquisto del 'campione' straniero anche per la politica?
Passate le elezioni, si possono riprendere alcune riflessioni politiche. La prima è che siamo alle solite. Non mi sto lamentando degli attacchi a Berlusconi né mi indigno particolarmente per la sua moralità. Se tutti i settantenni possedessero 120.000 miliardi le ragazze da piscina non basterebbero a soddisfare la domanda. E neppure quella dei loro amici. Ci sono molte persone ricche moderate nei piaceri e nel lusso, alcune semplicemente avare, e altre che hanno fatto i soldi per potersi permettere quello che gli altri immaginano. Berlusconi si circonda di fanciulle ignude e i circoli degli anziani si consolano con Miss Teen Ager (citazione storica). Persino Agnelli stava nudo sul suo yacht. E' per quello che nei paesi un po' più maturi nessuno trova opportuno eleggere un miliardario come premier. Miliardario e capo del governo sono due mestieri diversi. Lo capiremo? Mah. Di fondo c'è un'altra immaturità, molto più grave. E' l'idea che devi eleggere un potente. Non che fai potente quello che eleggi. I paesi democraticamente arretrati eleggono grandi personalità, nababbi, generali, capi religiosi. Le democrazie mature eleggono persone che sanno fare il loro mestiere, possibilmente non troppo potenti. La Thatcher era figlia di un droghiere. Sarkozy è figlio di un immigrato ungherese. Obama è anche lui figlio di un immigrato. Siamo noi, ildemos, il popolo, che diamo il potere e lo togliamo. Nel famoso paese normale, loro sono normali cittadini che per qualche anno prestano un servizio e poi se ne tornano a casa. Fine.
Cosa succede alla città di Rimini? E il centro di Rimini, come sta? E i riminesi, dove pongono la loro identità di luogo? Dov'è il focolare di tutti?
Una ricerca che ho diretto due anni fa ha dato delle risposte interessanti.
Innanzitutto, il cuore dei riminesi è ancora saldamente rinchiuso tra le proprie mura.
D'altra parte, la vita sociale, il passeggiare, i segni identitari, quelli che si invitano i parenti a visitare, sono lì. Se prendete una mappa della città, vedete che le aree residenziali esterne al centro sono molto più ampie della città dentro le mura. Ma nella maggior parte dei quartieri residenziali si va solo se ci si abita o a trovare qualcuno che si conosce. Chi, a parte i residenti, è mai entrato tra i nuovi condomini di Rivazzurra o Viserba Monte? Chi, tra i riminesi, conosce i nuovi quartieri di Santarcangelo? Tra l'altro l'attaccamento al centro è addirittura in aumento presso i giovani, che vi trovano punti di aggregazione e tempo libero.
Negli anni '50 le metropoli degli Stati Uniti avevano raggiunto un grado di sviluppo unico al mondo. Erano le prime città ad essere progettate o trasformate per l'automobile, con enormi aree commerciali lontane dal centro storico, o addirittura senza un vero centro, come Los Angeles. Percorse da autostrade fino al cuore, con enormi svincoli sopraelevati, strade diritte e grandi palazzi o grattacieli, ferrovie metropolitane, architettura moderna, cioè proporzioni razionali e standard condivisi.
Kevin Lynch era un allievo di Frank Lloyd Wright, il più grande architetto americano del '900. Si laureò all'MIT di Boston in urbanistica. Lynch conosceva l'Italia e le sue città storiche. Certamente, le città italiane del periodo, a paragone di quelle americane, erano strette, antiche, poco efficienti. Ma non era questo che colpì Lynch. Lo colpì che gli abitanti delle antiche città italiane avevano sempre una nozione molto chiara di dove si trovavano. Avevano un senso del luogo. Trovate che la cosa sia ovvia e banale? Allora, pensate di essere trasportati in un istante in un qualsiasi quartiere di nuova edificazione, di quelli solamente residenziali, con palazzi tutti più o meno uguali, un parco rettangolare, l'asilo a un piano e il supermercato all'angolo. Sapete dire dove siete? No.
Se c'è una cosa che ho imparato dalla filosofia è che spesso le verità più difficili da capire sono le più semplici. Quello che è più difficile da vedere, infatti, non è ciò che rompe le aspettative quotidiane, ma ciò che passa indisturbato sotto i nostri occhi, giorno dopo giorno. Perché la più grande forza degli esseri viventi non è l'eros o la fame o la paura, ma l'abitudine. E' l'abitudine che ci consente di vivere e di adattarci all'ambiente. Ma l'abitudine porta dei rischi. Un individuo adatto al suo ambiente vive meglio di uno meno adatto, ma solo finché l'ambiente non cambia. Di fronte a un cambiamento, un individuo meno adatto, quindi più flessibile, ha più possibilità. Le società umane (e animali) producono sempre una certa percentuale di individui meno soddisfatti del rapporto tra la loro specie e l'ambiente.
L'altro giorno andavo a fare la spesa al Conad Tiberio e osservavo la strada e le villette del quartiere. Come quasi in tutta Italia, i giardini privati sono protetti da reti e cancellate e sono molto curati. A volte ci sono dei piccoli orti, il che significa una funzione primaria, l'autoproduzione di cibo. Il marciapiede è alberato e le aiuole sono incolte, piene di erbacce, che crescono tra la strada e i muri delle case. Anche a Marina Centro, notavo proprio ieri, la zona in cui si trova il fiore della nostra attività produttiva, la pavimentazione stradale è ormai distrutta. Le strisce in pietra bianca e liscia ai due lati sono state spezzate dal peso dei filobus, in molti punti si sono frantumate e le hanno rabberciate con toppe di catrame nero. La pavimentazione in sampietrini è sconnessa, sempre a causa del traffico, e la sede stradale è disagevole sia per i mezzi a motore sia per le biciclette.
Dicono gli urbanisti (almeno quelli intelligenti) che la città è un sistema, cioè un insieme di parti tutte collegate tra loro, o direttamente o attraverso le altre. Quando si va a toccare il traffico automobilistico lo si vede bene. Il traffico è una cosa in movimento, la città una cosa ferma. Sotto un certo aspetto è come un fiume: l'acqua si sposta, il letto del fiume è fermo. Ma non è esattamente così. La differenza è che l'acqua, se la si lascia fare, il letto del fiume se lo fa da sola. Le automobili non possono fare le strade. Ma ciò non toglie che, tutte insieme, si comportano come un fluido. Se le si lascia muovere liberamente, riempiono tutti i buchi, come l'acqua, finché non c'è più posto.
Università, una qualsiasi, anche molto vicina a noi. Primo anno, primo giorno di lezione. L'aula è pronta, pulita e luminosa. Arrivano i primi studenti. In anticipo, perché è il loro debutto, e sono emozionati. Iniziano a prendere posto. Come sempre, i più chiassosi in fondo, i più diligenti davanti, le belle fanciulle in mezzo, pronte a sorridere al bel prof, se sarà un bel prof. Pian piano l'aula si riempie. Puntuale arriva il docente. Inizia a sistemare il computer per proiettare le immagini. Il video funziona, tutto a posto. Gli studenti continuano ad arrivare.
Ben presto l'aula è piena. Chi entra cerca con gli occhi un posto. Ne resta qualcuno qua e là, i primi già si appoggiano alle pareti, in piedi. Il docente invita ad occupare tutte le sedie, gli studenti si intrufolano, si siedono in prima fila, sempre l'ultima ad essere riempita. Rapidamente, tuttavia, sedie e pareti sono piene, ma ragazze e ragazzi ne entrano ancora. Passano davanti a quelli in piedi, fino allo spazio attorno alla cattedra, si siedono per terra. Il docente inizia la lezione. Ora l'aula è stracolma. I ritardatari non riescono più a entrare. Il numero previsto dalle norme di di sicurezza è ampiamente superato. Si è già violata una legge. Se dovesse accadere un incidente, ci sarebbero responsabilità colpose. Ma siamo in Italia, le leggi non si rispettano. Qualcuno resta a sbirciare dalla porta, altri ciondolano nell'atrio, altri se ne vanno. Al bar, magari a chiacchierare e divertirsi, come non divertirsi a vent'anni? Ma per loro la prima lezione non ci sarà, che il prof sia un Adone o un mostro.
Ho ascoltato a Radio Radicale un dibattito (scaricabile dal sito di Radio Radicale, giorno 24/10) tra i tre candidati alla segreteria del PD. Ho prestato particolare attenzione alla domanda sull'università. Bersani ha iniziato dicendo che dietro la Gelmini vede sempre Tremonti. Intendeva dire che la politica universitaria è determinata dai tagli alla spesa. Ha poi proposto una (ennesima) grande riforma del sistema formativo fatta dai migliori cervelli del paese e dal Parlamento, senza scendere nei particolari. Mi chiedo: ma questi migliori cervelli, da dove li prende e come li sceglie? Può evitare di rivolgersi all'università? E se sono universitari, probabilmente anche professori ordinari (cioè il massimo grado e la massima anzianità) quante probabilità ci sono che vogliano cambiare il sistema nel quale sono i massimi favoriti? Uno dei difetti maggiori dell'università italiana è infatti che è stata consegnata in mano ai docenti, non solo per quanto i docenti conoscono, cioè la didattica e la ricerca, ma anche -di fatto- per il reclutamento e l'amministrazione. Il risultato è che l'università italiana è diventata una delle corporazioni italiane che ha come obiettivo il massimo benessere dei suoi membri.
Premesso che non voglio iscrivermi alla lista dei riformatori dilettanti, vorrei riprendere il punto che concludeva l'articolo precedente, dove usavo la metafora della leva per parlare di un modo di fare le riforme dell'Università.
Partiamo da un punto che consideriamo inamovibile. Per esempio: che ogni studente iscritto deve frequentare. Poi ne traiamo le conseguenze.
Se ogni studente iscritto deve frequentare, ci vuole una sedia per ogni studente (e tutte le altre attrezzature, dai bagni alle mense ecc).
Per dare una sedia ad ogni studente bisogna sapere con un certo anticipo quanti sono.
Per sapere quanti sono bisogna anticipare la chiusura delle iscrizioni e programmare la didattica. E' inoltre indispensabile prevedere un numero massimo (non usiamo il termine numero chiuso), basato sullo storico e sulle previsioni possibili, dato che il numero e le dimensioni delle aule non può aumentare magicamente oltre un certo limite.
Ho spesso indicato nell'ipocrisia uno dei maggiori problemi culturali dell'Italia. Ipocrités, in greco antico, significava attore. L'ipocrisia è la menzogna dell'attore, cioè condivisa e convenzionale, quella che tutti fingono di prendere per vera. Come il riporto, quella banda laterale di capelli che i calvi stendevano pietosamente sul cranio. Tutti vedevano che erano solo dei poveri fili di capelli, ma si fingeva educatamente che fossero una chioma.
Se ci fate caso, il riporto è scomparso. Sostituito dalla rasatura del capo (modello Crozza) o dal trapianto di capelli (modello Berlusconi). La moda ci insegna i cambiamenti culturali.
L'ipocrisia è infatti in via di estinzione. Perché era legata a codici piccolo borghesi. Nella nuova società globalizzata non c'è più spazio per le pietose bugie. Non c'è via di mezzo tra la brutale verità (la rasatura) e l'artificio (il trapianto di capelli).
E' iniziato il 2010. Come sappiamo, non abbiamo cominciato a contare gli anni a partire dalla nascita di Cristo dalla nascita di Cristo. Non è un refuso. Intendo dire che abbiamo cominciato molto dopo. Il primo a fissare la data fu un certo Dionigi il Piccolo, un monaco scita, in quello che lui stesso fece essere il 525, avendo stabilito che l'annunciazione (e concepimento di Gesù) era avvenuta il 25 marzo del 753 dalla Fondazione di Roma (ab Urbe Condita), e quindi il Natale era esattamente nove mesi dopo. L'uso però cominciò più tardi, nel VII-VIII secolo. Il primo che usò anche la datazione 'avanti Cristo' fu però Beda il Venerabile, santo e storico anglosassone.
Oggi, il sistema di datazione cristiano è usato il tutto il mondo. E' solo uno dei tanti segni del fatto che la cultura occidentale è la cultura 'ombrello' del pianeta. Uso questa metafora perché oggi è evidente, e lo sarà sempre più nel decennio che inizia ora, che non è più la cultura dominante. L'occidente è la 'scatola' dentro la quale tutte le altre culture si sono poste, ma restano e saranno sempre più evidenti le loro diversità. In primo luogo dovremo studiare e comprendere la cultura cinese, la sua storia, la sua economia, perché la Cina sarà la potenza planetaria dei prossimi decenni, se non dei prossimi secoli. Dovremo estendere la nostra conoscenza a stati come il Kazakhistan, che, con 2,7 milioni di kmq, è il nono paese più grande del mondo. Dovremo ricordare che il grattacielo più alto del mondo è la Burj (in arabo 'torre') di Dubai, alta circa 820 metri.
L'altro giorno parlavo con mio cugino e a un certo punto è venuta fuori l'Alfa Romeo Arna. Pochi se la ricordano, ma non tutti l'hanno dimenticata. Uno degli ultimi parti dell'industria automobilistica di stato, prodotta assieme alla Nissan, vinse il premio di auto più brutta in un sondaggio del Sole24Ore del 2008.
Ebbene, non appena il discorso cade sulla sfigatissima Arna, mi torna in mente il suo altrettanto goffo slogan "Chilometrissima Arna". Era l'epoca in cui l'advertising italiano giocava con gli aggettivi (la Fiat Uno fu lanciata con gli slogan "Uno è comodosa", "Uno è risparmiosa", "Uno è scattosa").
Le primarie del PD finora hanno avuto una strana caratteristica, che non si ritrova negli USA: c'è un candidato dell'apparato che si scontra con candidati della base o dei simpatizzanti o addirittura di partitini entrati nel PD. Se il partito-apparato ha un candidato forte, questi non ha veri avversari, come Bersani per la segreteria, e le primarie sono percepite come inutili. Se invece perde, si parla ovviamente di sconfitta del partito. Questo modello -sicuramente temporaneo - è poco vantaggioso, perché il cosiddetto partito, se impone il suo candidato appare non democratico perché si sapeva già l'esito delle elezioni; se il suo candidato invece perde il partito appare sconfitto. La scelta è quindi tra apparire autoritari o perdenti. Non è un granché.
Negli USA non c'è un candidato del Partito Repubblicano o Democratico che si presenta alle primarie del partito sfidando gli altri.
Tutti gli anni, più o meno in febbraio, sposto i messaggi di posta elettronica dell'anno prima in una cartella archivio. Perché sono uno che non butta via niente. Non si sa mai. E poi i bit non occupano veramente posto. Ebbene, quest'anno ho ricevuto 10783 mail. E ne ho inviate quasi 4000.
Più quelle che ho spostato in cartelle di lavoro, che non archivio. Diciamo una su cinque. Facciamo 12 mila mail. Diviso 365f anno 33 mail al giorno.
Certamente, molte sono conferme o pubblicità, o spamming, o circolari dei vari uffici universitari. Messaggi che non sempre mi riguardano o mi interessano. Ma avrei potuto ricevere altrettanta posta cartacea? Sicuramente no. Neppure una media azienda riceveva 30 plichi postali al giorno. Lo so perché ho fatto il postino. Avrei potuto ricevere 33 telefonate? Neppure. Avrei passato metà giornata al telefono.
Questo significa che la posta elettronica ha aumentato notevolmente il volume di informazione personale che una persona riceve. Certamente, a causa del mio lavoro uso molto la posta elettronica, soprattutto per comunicare con gli studenti e i colleghi, probabilmente più della media delle persone. Ma se la mail non ci fosse semplicemente comunicherei di meno.
C'è una costante nelle discussione sulla memoria di Fellini a Rimini. La ritrovo sui giornali e nei discorsi comuni. Ci si chiede sempre 'come far rendere Fellini'.
Ora, che Fellini sia stato uno dei più grandi registi nella storia del cinema, non è in dubbio. Detto questo, Rimini è la sua città natale ma non è stata la città nella quale ha lavorato e vissuto. E' stata però un luogo del quale Fellini ha parlato, in un modo o nell'altro, in molte sue opere. Un luogo del suo immaginario, più che un luogo reale. Fellini non ha mai voluto raccontare la Rimini storica, ma ne ha fatto una città mitica, un territorio della poesia: dunque, universale. Un film come Amarcord fu amato e capito infatti in tutto il mondo.
C'era una volta un paese nel quale non si poteva dire la verità. E' un paese immaginario, perché nel paese nel quale siamo noi, cari lettori, non è così: nel nostro paese la verità si può dire, poiché l'onestà è quasi assoluta e corruzione e falsità sono bandite sia nell'alto sia nel basso della società. Per la verità, in quel paese immaginario, non è che non si potesse dire proprio la verità. La situazione era così: questo paese finto era diviso in due, come il giorno e la notte, la casa e la cantina: c'era il paese vero e poi c'era un altro paese finto, che veniva raccontato nei discorsi, in particolare dai notabili e dai potenti, ma un po' da tutti, nelle situazioni in cui faceva comodo raccontarlo. Nel paese finto di questo paese finto, fatto solo di discorsi, chi parlava era onesto, ed erano onesti in genere i suoi famigliari, e quasi sempre i suoi amici e i suoi compagni di partito, o di qualsiasi gruppo al quale apparteneva. Al contrario, gli avversari (che andavano dai vicini di casa ai tifosi della squadra avversaria, ma soprattutto erano quelli degli altri partiti) erano sempre disonesti, delinquenti, ladri e quasi sempre anche assassini. Questo era vero ovviamente per tutti. In pratica, se un viaggiatore parlava con un cittadino, questo gli diceva: "Caro amico, io e i miei siamo persone affidabili, ma gli altri sono tutti dei delinquenti, stia attento..." Il bello è che ognuno lo diceva, e il viaggiatore aveva l'impressione di un paese sgangherato dove tutti erano nemici di tutti.
Il compito dell'Università è formare persone che possano assumere un ruolo di riferimento nelle organizzazioni (pubbliche e private) e nella società. Dirigenti e professionisti, ma anche persone capaci per cultura ed educazione di una maggiore consapevolezza, raggiunta in quel numero di anni che hanno dedicato alla propria formazione.
Ci deve insomma essere un motivo serio perché la comunità spenda del denaro, e le persone investano anni della loro vita in formazione, invece di entrare subito a nel mondo produttivo. E non può essere solo il denaro. La risposta alla domanda “Ma perché devo studiare 5 anni, sposarmi e fare figli più tardi, scegliere una carriera più lenta, invece di andare subito a lavorare?” non può essere solo “Perché guadagno di più”. Se fosse così, allora solo le lauree che danno salari alti dovrebbero esistere.
In Italia, dalla riforma che introdusse l'elezione diretta del Presidente regionale, i governi, dopo aver vinto le elezioni, non riuscivano a mantenere il sostegno popolare e regolarmente venivano puniti dagli elettori alla prima occasione. Dopo aver battuto il record di durata in carica, Berlusconi rovescia anche questa regola. Piaccia o no, il suo governo gode di un notevole sostegno.
A questo punto, alla sinistra italiana conviene fare un'analisi concreta.
Anche il più ostinato ideologo deve ormai cedere ai fatti: l'attacco a Berlusconi, giudiziario o mediatico, non solo non serve, ma produce l'esito opposto. Inoltre logora la morale pubblica e il sistema giudiziario, che oggi rappresenta un vera catastrofe, una palla al piede dell'Italia. Per citare Andrea Orlando, responsabile giustizia del PD "le cause attualmente pendenti sono più di 5 milioni [...].
Premetto che sono un docente universitario del Polo di Rimini e quindi la mia opinione è influenzata dalla posizione che occupo. Ma mi consente anche una certa visibilità.
Detto questo, vorrei dare un parere sulle notizie di 'affari' di persone e istituzioni col Polo universitario.
Il primo punto è che 'fare affari' è spesso usato, nel nostro paese, per significare attività illecite, come se ogni rapporto economico fosse un reato. Eppure chi usa questo linguaggio si definisce spesso liberale. Il profitto, nelle forme e nei limiti leciti, è del tutto legittimo. Quando poi il profitto non c'è, ma i proventi di una transazione economica vanno tutti a coprire costi e salari, per poter parlare di 'affari' proficui bisogna dimostrare o che i bilanci sono falsi o che vi sono costi impropri.
L'Università, come in ogni paese evoluto, è un centro di ricavi e di spese, e dialoga nelle forme previste dalla legge con i diversi soggetti economici.
Si sentono spesso politici ed economisti dire "Quando usciremo dalla crisi", o "Quando l'economia tornerà nella normalità". A mio modesto parere questa crisi non è un malessere temporaneo. E' l'emergere di un cambiamento geopolitico, cioè di equilibri tra le nazioni e i sistemi economici, ed è definitivo, cioè non torneremo più come prima.
A livello geopolitico, il dato più evidente è il porsi della Cina e dell'estremo oriente come l'area economicamente più forte del mondo. Entro un decennio, la Cina rappresenterà il 60% del PIL del pianeta. Nelle ultime feste natalizie, le aziende cinesi hanno prodotto oltre l'80% dei regali di tutto il globo. La UE dell'Asia, ASEAN, sta procedendo verso accordi monetari che avranno la valuta cinese al centro. Già ora dobbiamo imparare a dire, di fronte a una metropoli sfavillante di luci "Sembra Shanghai" e non "Sembra New York".
Mi scrive un lettore, non una mail, ma una lettera di carta. Firmata, ma mi prega di non riportare il nome. La apro e contiene un foglio scritto e un piccolo foglietto giallo. Lo guardo. E' la ricevuta per un lettino rilasciata da un bagnino.
La lettera dice:
“Caro Proni
[tralascio apprezzamenti per i miei articoli, è logico altrimenti scriveva a un altro] l'altra domenica mi sono recato al bagno [omissis] e ho chiesto due lettini, uno per me e uno per la mia consorte. Per una questione famigliare non eravamo nella solita zona dove ci rechiamo da oltre vent'anni. Il ragazzo arriva con due brandine e io come sempre pago in anticipo. Il giovanotto corre a prendere il resto e noi ci sistemiamo. Quale non è la mia sorpresa quando, assieme agli spicci di resto, il giovane mi consegna una ricevuta, anzi due, una per ogni lettino. Caro Proni, io sono riminese da sempre ma non avevo mai visto questo tipo di documento. Tornato a casa l'ho mostrato ai miei figli e ai vicini. Nessuno aveva mai visto una cosa del genere. Pensando che neppure lei mi avrebbe prestato fede, rinuncio al notevole valore storico di questo pezzo di carta per inviarglielo.
Sono sul treno ad alta velocità da Milano a Bologna. Per un tratto corre lungo l'autostrada. Guardo dei camion e penso "Sono fermi, ci deve essere un ingorgo." Poi mi rendo conto che non sono fermi. Il treno va così veloce che i 90 all'ora dei TIR li fanno sembrare immobili. In effetti, per andare in un'ora da Milano a Bologna, calcolando accelerazione e tratte percorse a bassa velocità, deve raggiungere a pieno regime almeno i 250 all'ora. Persino le auto più veloci, che quando mi superano in autostrada sembrano dei missili, dalla Freccia Rossa sono ridotte come la mia Uno. Godo dunque di una certa rivincita. Non che le Ferrovie dello Stato mi siano simpatiche. In tanti anni di viaggi, per dirla all'italiana, mi hanno fatto patire i sette dolori. E come me a milioni di passeggeri. Dai ritardi impossibili alle coincidenze perse col treno fermo fuori della stazione, dai gabinetti talmente fetenti da dover fare pipì in apnea agli scioperi senza alcun preavviso, dai poggiatesta unti di grasso umano ai locomotori rotti che ti abbandonano in mezzo al nulla. E così via. Si parte e si viene sequestrati corpo e beni e rilasciati quando non si sa (e a volte neppure dove).
Qualche ragione per seguire lo sciopero dei giornali predicato dal nostro Premier forse c'è, a mio parere, anche se non la stessa: troppe pagine sono dedicate alla politica parlata. Cioè sono piene di ciò che i vari leader dicono. Solo in Italia la dichiarazione di un esponente di un partito che ha il 3,5% è una notizia. Se ci fosse solo quello che fanno basterebbe una pagina, forse mezza. Se aggiungiamo anche quello che fanno ma nascondono, diciamo due.
Detto questo, i giornali contengono anche dati interessanti, in questo caso forniti da Istat e Commissione UE, dal Corriere della Sera del 29/6/2010.
Dove troviamo in bella evidenza due numeri. Il rapporto spesa pubblica Pil, vale a dire quanto lo Stato ha speso rispetto a quanto l'intero paese ha prodotto (escluso il nero...) nel 2009. Ebbene lo Stato ha speso una cifra equivalente al 51,9% del Pil, vale a dire poco più della metà. Quantità comunque paragonabile agli altri europei: 51,7% il Regno Unito, un po' di più la Francia (55,6%) e un po' meno la Germania (47,6%). Da dove prendono questi soldi gli stati? Il grosso dalle tasse.
Caldo. Le cicale ossessive nascoste negli alberi si sfiniscono di frinire. Con l'età il caldo da più fastidio, si dice. Ma gli anziani si lamentano anche del freddo. La verità è che con l'età dà fastidio tutto. Caldo. Il cervello va a passo lento, e mi tornano ricordi come nella canzone di Paolo Conte, Azzurro, già questa un ricordo (la cantava Celentano ma è di Conte), e tra questi di quando ero un ragazzino e giocavo a baseball e il pomeriggio alle due col sole a picco si andava al campo dei ferrovieri, una desolata landa di polvere (dove ora c'è il parcheggio) a scaldare i guantoni (come se fossero stati freddi), e a volte ci si trovava Bertoni, il pitcher del Rimini e della nazionale, un ragazzo mi pare di Mantova, lungo e magro, che lanciava raccogliendosi come una molla. Ci insegnava i rudimenti. E ricordo quando con i miei cugini che venivano al mare qui da Roma, si prendevano le biciclette e ci si arrampicava su fino a San Marino, senza borracce, senza caschi, una volta uno di loro se la fece tutta con una Graziella, e poi in cima a cercare una fontana e spanzarsi di acqua e poi giù a capofitto sulla superstrada a sorpassare le macchine in curva. E la sera per riempire i nostri giovanili stomaci ci aspettavano padellate di melanzane e pomodori in gratin, piada e cocomero.
Una buona regola all'estero è non cedere alla nostalgia gastronomica e, dopo tre giorni di lontananza dalla patria, cercare rifugio nel primo ristorante che ostenta una bandierina tricolore. Il rischio è trovare un gestore bengalese che si finge partenopeo, dover scegliere tra spaghetti bolognese e pizza pepperoni (il salame piccante per gli americani), ed uscire avendo oltre la nostalgia anche la delusione.
Tuttavia, quando sei arrivato in Australia, che è veramente lontano, e vedi sulla guida Lonely Planet (un tempo Bibbia del viaggiatore con zaino, o backpacker, oggi vademecum del turista fai-da-te) che a Sydney c'è uno che fa la piada, la curiosità è troppo forte. Il posto si chiama La piadina, e può farlo perché è l'unico in Australia. E' a Bondi Beach, la spiaggia 'in' di Sydney, un po' interno rispetto alla passeggiata. La sabbia di Bondi (pronuncia 'Bòndai') è pulitissima (come tutto ciò che è pubblico, del resto), dorata e farinosa, si estende a mezzaluna in una baia dell'oceano per un chilometro circa. Ahimé, non ci sono 'zone' da comprare né bagnini. La spiaggia è - appunto - pubblica. C'è ancora un vecchio stabilimento bagni dove puoi cambiarti, riporre i tuoi abiti negli armadietti e fare la doccia. Gratis. Va anche detto che qui ci sono centinaia di chilometri di spiagge.
Mount Surprise è nel Queensland nordorientale, nell'outback australiano, vale a dire in quella infinita distesa arida, a tratti desertica, che costituisce la maggior parte di questo continente.
E' una piccola località, con qualche centinaio di abitanti. Ci fermiamo a dormire dopo 470 chilometri di strada in un Caravan Park, in una cabin, che non è una 'gabina' ma quello che noi chiamiamo bungalow, un'altra parola inglese che gli italiani usano a modo loro. Migliaia di australiani, in particolare anziani, girano il loro immenso paese in roulotte (che in inglese si dice caravan, appunto), o in tenda. L'immensa distesa dell'outback è infatti un ottimo posto per stare tranquilli in mezzo a una natura ricchissima. Il sole è forte, l'aria asciutta, le notti fredde, non ci sono pericoli di sorta, ovunque ci sono spazi attrezzati, gratuiti o a pagamento, per fermarsi, dove si trovano altre persone e si può socializzare. Ci sono, in mezzo a questo nulla solo apparente, fiumi, laghi, caverne, vulcani spenti, villaggi abbandonati, e ogni minuscola comunità si sforza di offrire qualcosa di unico, dal museo dello spionaggio alla statua in grandezza naturale del più grande coccodrillo dell'Australia.
Supponiamo di fare a un campione di riminesi la seguente domanda: "Dovete rinunciare alla Festa del Borgo o alla Notte Rosa, quale delle due scegliete?", penso che dalla torre cadrebbe la costosa e grande kermesse di luglio, e resterebbe la piccola (ma neanche tanto!) festa di San Giuliano.
La Festa del Borgo coincide con il vero inizio dell'anno, che non è in gennaio ma dopo le ferie di agosto. In giro per le piazzette e i vicoli si incontrano persone che a volte non vedi da dieci,vent'anni. O semplicemente da prima dell'estate. E' questo l'evento che ha dato a Rimini la sua identità. Il Borgo, uscendo dalla sua miseria antica, risorto anche urbanisticamente con il restauro delle sue case, ha saputo dare a questa città un cuore, un perno affettivo. A una città che soffre dal dopoguerra di una carenza di identità.
I borghi sono, nella struttura delle città, agglomerati di abitazioni che sorgono fuori dalle mura, lungo le strade e oltre i ponti. Sono le prime periferie che nascono attorno alle città murate. Raramente riescono a prendere il posto del centro vero e proprio negli affetti dei cittadini. Un bolognese troverebbe impossibile pensare che l'identità felsinea risieda lungo Via Mazzini o fuori Saragozza. Invece a Rimini il cuore della città è nel Borgo San Giuliano.
Lo stato di salute dell'Università italiana è precario, inutile nasconderselo. Accanto a Facoltà e Atenei quasi paragonabili ai migliori del mondo, scontiamo un forte ritardo e una grande arretratezza in altri. Un esempio tra i tanti è l'insegnamento in lingua straniera, soprattutto (ma non solo) l'inglese. E il problema fondamentale sono i docenti, come sa ogni Preside e Rettore. Anche se tutti i docenti italiani al momento del concorso devono dimostrare la conoscenza di due lingue straniere, come in altri aspetti i verbali sono del tutto inattendibili. Ancora oggi una grande percentuale di docenti non sa né leggere né scrivere né parlare inglese al livello appropriato per un professore. Siamo forse gli unici al mondo. Non perché siano persone ignoranti o pigre, ma perché nessuno ha mai avuto l'onestà di dire che un professore universitario deve sapere bene l'inglese e imporlo veramente. L'ignoranza della lingua porta con sé l'emarginazione del sistema accademico italiano: non sapere l'inglese significa non andare ai congressi internazionali, non pubblicare in inglese, non leggere in inglese, quindi non acquistare libri in inglese, e dunque non farli leggere agli studenti che l'inglese lo sanno ancora meno. Oggi molte Facoltà faticano a offrire corsi in inglese perché non hanno i docenti. Non basta masticare quattro parole per tenere un corso.
I sintomi di una grave crisi italiana ci sono tutti. Tra poco anche il governo probabilmente sarà costretto alle dimissioni e l'era di Berlusconi volgerà forse al termine. Forse, perché la vitalità dell'uomo è certamente straordinaria.
Ma il malessere che è arrivato alle alte sfere parte da lontano. La crisi italiana è la crisi di un paese che accanto a settori e soggetti di grande valore, operosità, creatività ed efficienza si trascina ancora dietro pezzi di Medio Evo, problemi irrisolti, che lo stanno portando a fondo come palle di piombo legate alle zampe di un cavallo che potrebbe correre.
Università e ricerca, professioni, mass media, giustizia, fisco, mobilità, criminalità organizzata, costituiscono nodi connessi tra loro che non si possono risolvere senza un grande sforzo di rinnovamento che sia allo stesso tempo sociale e politico. Purtroppo, la classe politica appare interessata solo al potere. L'unica proposta chiara, forte e autorevole è quella della Lega.
Come premettono sempre i gesuiti, sono un peccatore. Quando ho il ruolo di pedone mi indigno se le auto non si fermano ai passaggi pedonali, ma quando guido mi scoccia dover frenare ogni venti metri per dare la precedenza a carrozzine e vecchiette con le borse della spesa.
Detto questo, però, so da che parte sta il diritto e so altrettanto bene che un conto è un fastidio un altro è la frustrazione di un diritto negato.
Alcuni mesi fa proprio in questo spazio pubblicai un pezzo che stigmatizzava la diffusa inciviltà degli automobilisti riminesi, che spesso non si fermano agli attraversamenti pedonali. Questo è uno dei segni che distingue un paese civile da uno incivile. L'altro è gettare rifiuti per terra. Non c'è niente da discutere. Nei paesi civili questi due comportamenti sono semplicemente estinti, inimmaginabili. Come - scusate l'esempio - sputare sul pavimento nei locali pubblici. Ve la sentite di scatarrare per terra in una pizzeria affollata? Eppure un tempo nelle osterie e nei bar si faceva, così come spegnere le sigarette, e c'era la segatura sparsa a terra.
Quando si parla di ricerca in Italia si entra in un terreno minato. Il concetto stesso di ricerca è estraneo alla cultura di massa del nostro paese. Ma in un paese democratico non si può portare avanti un settore se non è compreso dagli elettori. Paghiamo il prezzo di un'educazione che trascura la scienza fin nella scuola, la minimizza e a volte le contrappone addirittura la fede. Mentre tra gli scienziati, in realtà, sono tanti coloro che, attraverso la propria ricerca, hanno visto ancor più forte la presenza di Dio nel creato. E tra i religiosi vi sono stati grandi scienziati e filosofi della scienza.
La verità, io credo, è che i nemici della scienza sono solo i poteri autoritari che non si basano sulla scelta della comunità. Cercherò di spiegare perché.
La ricerca è l'essenza stessa della scienza. E la scienza è di per sé anti-autoritaria. Infatti l'unico giudice che stabilisce se un'ipotesi scientifica è valida è l'esperienza, la sperimentazione. Ogni scoperta umana si è dovuta misurare con la realtà. Per fare un esempio, se la ruota è rotonda, è perché le ruote quadrate sono state scartate dalla verifica sperimentale. La scienza è semplicemente il modo con il quale l'uomo accelera in modo consapevole la propria evoluzione. Per milioni di anni la ricerca era casuale e condotta senza metodo. Così l'uomo ha imparato ad accendere il fuoco, a costruire un arco, a costruire mulini. Ognuna di queste invenzioni è stata preceduta da tentativi sbagliati, che sono serviti a trovare la strada giusta. Chi fa ricerca sa che le ipotesi smentite sono importanti quanto quelle verificate. Sapere che una banconota è falsa è un'informazione utile.
Credo che la cosa più pesante nella vita di una persona sia il destino, o quello che gli indù e i buddisti chiamano karma. La conseguenza delle azioni. Il Vangelo si riferisce a questo quando narra che i giudei gridarono "Il sangue di costui ricada su di noi e sui nostri figli" allo scopo di spingere Ponzio Pilato a condannare Gesù. La frase è probabilmente dovuta a un apologeta cristiano che voleva in tal modo giustificare la colpa eterna degli ebrei. Uno dei miti che ha causato maggiori sofferenze al popolo di Israele.
Il destino è dunque ciò che deriva dalle azioni umane. Fatte o subite. E si imprime come un marchio su persone e popoli, a volte per secoli.
Questo marchio è a volte così profondo che sembra impossibile cancellarlo, qualsiasi cosa si faccia. Diventa una profezia auto-avverante, come si usa dire.
E' come una donna che subisce il marchio di ‘donna facile'. Se tutti ci credono, gli uomini si rivolgeranno a lei solo per un'avventura, e se lei cercherà di costruire un rapporto serio e continuativo, la prenderanno in giro e si approfitteranno di lei per timore che il resto della società li derida. In tal modo, questa persona sarà costretta a diventare ciò che gli altri credono che sia. Liberarsi da trappole come questa è molto difficile.
Responsabilità Sociale dell'Impresa è un concetto ancora troppo poco noto all'opinione pubblica italiana. Prima di parlarne è dunque utile una premessa. Il mondo delle imprese è diverso da quelli della politica e della cultura ideologizzata che purtroppo dominano i media. Fare impresa è un'attività pratica, che richiede un uso razionale del tempo e delle risorse umane e materiali. E' un mondo in cui l'intelligenza vale in quanto applicata. L'impresa parla con i risultati ottenuti nel mercato. Il mercato è la doccia di realtà che ogni imprenditore si fa tutte le mattine quando esce di casa. Perciò le imprese parlano con il linguaggio del progetto e del fare. Non significa che non si possa parlare di idee o di sogni. Anzi. L'impresa nasce tante volte da un sogno, e vive -oltre che di duro quotidiano lavoro- di idee, innovazione e rischio. Ma i sogni devono generare fatti. Le idee devono passare la griglia del bilancio. L'impresa produce fatti che sono la realizzazione di idee che si radicano nella realtà e ne traggono alimento per crescere.
Che l'impresa abbia una responsabilità nei confronti della società è cosa ovvia. Il profitto dell'impresa deriva da quanto sa dare alla società. E alla società l'impresa è legata indissolubilmente. Le idee di impresa come parassita della società è sbagliata. Possiamo avere forme sociali eccessivamente orientate a favorire le imprese, ma l'impresa da sola non può farsi carico dello sviluppo della comunità, neppure a proprio vantaggio.
Se si guarda le televisione non si capirà mai la politica italiana. Se si guarda alla televisione, tutto è più chiaro.
Sol che i numeri annoiano, ma questi numeri sono importanti.
Publitalia, la concessionaria pubblicità di Mediaset, è il canale attraverso il quale il denaro della tv commerciale entra nel gruppo. Nei primi nove mesi del 2010 ha dichiarato 1,914.8 miliardi di euro di fatturato, con un incremento del 5% rispetto al 2009. Dopo la diminuzione del 2009 gli investimenti in pubblicità sono tornati a crescere. Il gruppo Mediaset dichiara per lo stesso periodo un fatturato netto in Italia di 2,423.9 Mld con un utile di 347 milioni prima delle tasse (che sono di 134,6 milioni di Euro, cioè il 38%). La raccolta pubblicitaria costituisce ovviamente la maggiore fonte di entrate della società.
Il bilancio di SIPRA, la concessionaria pubblicità della Rai, è difficile da reperire. Sul sito SIPRA non sono riuscito a trovarlo. Ho cercato nei bilanci pubblici della Rai, ma i dati sono del 2009. In quest'anno Rai dichiara una contrazione nella raccolta del 16,9% a fronte di una flessione di Mediaset dell'8,4. Comunque, nel 2009 la Rai dichiara di aver introitato 1,645 miliardi di canone, 908,6 milioni di pubblicità (attraverso SIPRA) e 415 milioni da altre fonti. Totale 2,970 miliardi.
Gli italiani non possiedono una vera cultura urbana, intendo quella dei parigini, dei newyorkesi o dei londinesi, per capirci, cioè di metropoli che da secoli hanno regole per la vita in comune. Un po' di questa cultura si trovava nelle città prima della guerra, ma l'immigrazione del dopoguerra l'ha sommersa. Le città si sono estese enormemente in decenni recenti accogliendo popolazioni provenienti dalla campagna, che non conoscevano la vita urbana.
Quando ero piccolo e abitavo al grattacielo e stavo... al primo piano, avevo un grande terrazzo ma mia madre non mi ci lasciava andare perché gettavano ogni sorta di roba dai piani superiori.
Una volta arrivò sulle nostre finestre una pentolata di minestrone.
Ancora oggi nel mio condominio c'è chi getta dalla finestra mozziconi di sigari, noccioli di pesca, pacchetti di sigarette vuoti, a volte intere arance, senza contare le cicche di sigaretta, che in Italia è come se fossero nulla, o i chewing gum masticati che sono la vera pavimentazione del Corso. Nulla, come se non esistessero.
E' vero, la vita urbana richiede tanta sensibilità verso gli altri. E' comodo buttare dalla finestra e non pensarci più. E' meno comodo trovarsi il piscio del cagnolino sulla saracinesca del garage, ogni giorno. Perché i cani, come si sa, marcano il territorio. E perché devi preoccuparti di tirare via il tuo adorato animale, mica è tuo il garage.
Ci stiamo avvicinando alle elezioni amministrative ed è tempo di ragionare su cosa vogliamo dai candidati.
Ben ha fatto il nostro direttore ad aprire il discorso partendo dai 600 mila euro della serata RAI di Capodanno.
Una persona un po' cattiva potrebbe dire così: "Io lavoro in un settore che non ha niente a che fare col turismo. Perché devo vedere i soldi delle mie tasse usati per far lavorare gli alberghi e le discoteche? A me che cosa viene in tasca? Le strade sono malmesse (il Corso stesso è tutto una buca), i parchi si allagano e diventano delle paludi, i mezzi di trasporto sono inefficienti, abbiamo bisogno di scuole, biblioteche, servizi sociali: ce li pagano gli imprenditori del turismo? E infine, perché il turismo e non -che so- la moda, che è in crisi, o l'informatica, o altri settori? Il turismo riminese è ormai un prodotto più che maturo, non può crescere, ha senso dargli una tale massa di denaro?"
Allargando un po' l'obiettivo ed evitando le cattiverie inutili, credo che il ruolo stesso dell'Amministrazione locale vada comunque discusso.
Effettivamente, spetta al Comune operare con capitali ingenti in azioni di marketing a favore di aziende del territorio? Il Comune di Torino fa pubblicità alla Fiat? Semmai è il contrario: è la Fiat che sponsorizza iniziative sul territorio. I Comuni si sono attribuiti nei decenni passati il ruolo di investitori e operatori economici che non è detto sia il loro compito. O comunque non è detto che venga prima di altri doveri. La cura del territorio, la qualità della vita urbana, le scuole, gli impianti sportivi, la cultura, l'assistenza alle fasce deboli, sono forse più importanti degli aiuti ai settori economici. Ma soprattutto, l'azione delle Amministrazioni locali è raramente capace di dirigere veramente lo sviluppo economico. Al massimo può migliorare il quadro normativo in cui operano le imprese.
Nel mio lavoro mi capita spesso di fare da tutor a studentesse che vanno in aziende del settore moda per il tirocinio. Contatti con aziende - anche di altri settori - li ho avuti inoltre come consulente. Posso dire di averne conosciute diverse, dalle più piccole alle più grandi. Alcune di rilevanza internazionale.
Ho rilevato grandi differenze in quella che si definisce 'cultura aziendale', vale a dire i codici delle relazioni sociali ed umane di una organizzazione. Un'azienda, infatti, è qualcosa che assomiglia a un esercito, una tribù e una famiglia. Ci deve essere disciplina come tra i militari, regole che valgono solo per il territorio come in una tribù e relazioni personali quotidiane come in una famiglia. La cultura di un'azienda è un sistema originale e nella grandi organizzazioni viene studiata, insegnata e progettata. E' evidente che in una banca svizzera le regole e gli stili di comportamento (dal vestire al parlare al cibo ai discorsi ecc) saranno diverse da quelle di un parco tematico, ma anche in aziende dello stesso tipo si lavora e si vive in modo molto diverso. E' noto, per esempio, lo stile rock e casual della Diesel: si può andare a lavorare in sandali e c'è musica in tutti gli ambienti. Diverso è il caso della nostra Teddy: vi è uguale famigliarità e informalità, tante persone giovani, ci si dà del tu, ma la cultura aziendale fa riferimento all'impegno nel volontariato cattolico e ai valori di solidarietà e carità. C'è in comune che si lavora tanto!
La cultura aziendale serve anche a filtrare le risorse umane e a costruire una comunità coesa e unita. E' chiaro che se un giovane è allergico alla giacca e alla cravatta preferirà un'azienda dallo stile più informale e collaborativo. Se invece si sente un manager aggressivo e competitivo preferirà un'organizzazione dinamica che favorisce il confronto dell'uno contro l'altro.
Non si può che osservare con una certa disillusione mista a tristezza la vicenda politico-giudiziaria che coinvolge Berlusconi. In essa si contrappongono due sistemi entrambi malati e fuori del tempo. Da una parte una democrazia ancora ingenua e giovane, ahimé con un elettorato vecchio, dall'altra una giustizia ideologizzata e inefficiente.
Certamente, il fatto che per i suoi primi 40 anni la nostra è stata una democrazia fittizia, in cui una sola parte politica poteva governare, non ha giovato a darne agli italiani una buona immagine. L'idea che 'votare non cambia niente' ha avuto decenni di verifiche sperimentali. Allo stesso modo, l'emarginazione di una parte dell'elettorato ha rafforzato in esso l'idea complementare che dunque per cambiare serve prendere il potere, non votare.
L'altro dogma del quale gli italiani sono fermamente convinti è: "In galera vanno solo i poveracci". E in effetti, anche di questo le conferme empiriche non mancano. Evasori, truffatori, bancarottieri, politici corrotti, miliardari corruttori, raramente sono stati inquisiti e condannati. Con Mani Pulite parve che qualcosa sarebbe cambiato, ma presto ci si rese conto che, per diversi motivi, la giustizia ci vedeva da una parte sola. Il denaro elargito da Mosca al PCI non fu mai considerato un reato (anche perché ce n'era per tutti, in un modo o nell'altro), e in generale i partiti di opposizione, proprio per una maggiore vulnerabilità, hanno costruito e gestito i loro affari meno puliti con maggiore prudenza. Pensioni d'oro, proprietà immobiliari apparse dal nulla, misteriosi conti esteri, passaggi di denaro tra cooperative e organizzazioni politiche, e soprattutto la capillare gestione della speculazione edilizia locale, non hanno mai attirato l'attenzione degli inquirenti.
Avere a disposizione queste righe su Chiamami Città è per me ormai un'abitudine. L'articolo più vecchio che trovo nelle budella del mio PC è del 1988. Ventitre anni fa, quando iniziava l'avventura di questa testata, guidata dall'amico Giuliano Ghirardelli.
Mi sembra impossibile ora pensare che per oltre vent'anni ho servito le mie parole ai riminesi. Ovviamente non ricordo tutto quello che ho scritto. Probabilmente se mi mettete di fronte una frase non la riconosco neppure. Il sentimento che provo è di paura: chissà quante contraddizioni tra le mie affermazioni. Chissà quanti errori! E certo, qualche pezzo buono lo avrò tirato fuori. Ma in questi giorni in cui una bufera aspra martella la Romagna, quello che provo è timore. Compiacersi per le proprie parole è forse l'unica soddisfazione per noi scribacchini, e non mi perdo mai il piacere di leggerle stampate appena il giornale mi arriva a casa. Ma se ci si limita a questo si è ben miseri scrittori. L'arte -si sa- è lunga, e la vita è breve, intendendo arte nel vero senso del termine, cioè artigianato. E apprendere la propria arte è cosa che non ha fine e dà sempre soddisfazione.
Pubblicare su un giornale, però, non è solo arte. E' un atto civile. Ogni volta mi chiedo: "Ma perché dovrebbero leggermi?". E di qui nasce quello che scrivo, dalla capacità di darmi una risposta. Sbaglierò, certamente, di frequente e molti lettori deposto il foglio si diranno: "Ma potevi andare a fare una passeggiata?" Tuttavia, mi hanno negli anni confortato tanti apprezzamenti, a volte persino eccessivi, perché chi ti approva ti approva con tutto il suo ardore, e chi ti disprezza altrettanto, quando si tratta di parole. In genere però ho creduto, se non di dire il giusto, di far pensare a un tema, anche in disaccordo, ma di far riflettere.
Oggi è stata la giornata del 150esimo anno dell'Unità d'Italia. L'ho passata per motivi famigliari percorrendo la Romagna da Rimini a Faenza e ritorno. Una delle aree storiche dei mazziniani e del Partito Repubblicano. Mia nonna mi raccontava che sua mamma le raccontava di quando i repubblicani (pericolosi estremisti) sparavano ai papalini dietro mucchi di neve. E di quando catturarono un gruppo di preti, tagliarono loro i codini (tipici dell'acconciatura del clero) e li appesero a ghirlanda di traverso al Corso spalmati di letame. La nonna, buona credente, diceva che il Signore li aveva puniti per questo. I repubblicani, ovviamente.
Da una parte questo centenario mi è piaciuto per la sua modestia, la celebrazione una volta tanto sottotono e senza gli sprechi delle Colombiadi e dell'Anno Santo. Certo però che uno Stato che spende di più per l'Anno Santo che per festeggiare la propria indipendenza la dice lunga! E c'era un governo di sinistra.
Però la gente più comune ha tirato fuori la sua bandiera, e quel poco che si è fatto è stato fatto in modo spontaneo.
Mi ha invece fatto veramente scuotere la testa vedere i militanti del PD, anche vecchi, manifestare con le bandiere tricolori. Perché un conto è che un partito che era comunista e internazionalista diventi democratico e socialdemocratico, ma che gli stessi attivisti e dirigenti che erano comunisti ora sventolino la bandiera nazionale a me fa un po' ridere.
A volte osservando la situazione politica locale mi sorge il dubbio che le opposizioni non siano opposizioni. Avete presente quanto vi prende un attacco di dietrologia? Improvvisamente vi pare evidente che tutti sono d'accordo: chi in apparenza si azzanna e si azzuffa senza pietà e compassione, a momenti vi pare ammiccare, strizzarsi l'occhio. Quello che giura odio eterno all'avversario, poi pare, si dice, che di fatto abbia affari in comune. O abbia messo la figlia a lavorare nell'azienda del peggior nemico. Insomma, una farsa per ingannarvi.
D'altro canto, dall'interno delle compagini in apparenza salde e granitiche, emergono voci di contrasti, pugnalate alle spalle, vendette e camarille in lotta tra loro. Chi pare essere al comando si sussurra sia in realtà controllato da un oscuro tramatore...
Non dovete cedere a questi pensieri, perché portano al sospetto, alla nevrosi e infine alla paranoia, che è una malattia.
Tuttavia, l'ostinazione e l'accuratezza con la quale il Centro Destra riminese si dedica a distruggere sé stesso è così evidente che anche qualche sano di mente può vederla. Sembra proprio che la minima possibilità di vincere le elezioni li getti nel panico.
Prendo spunto da una vicenda personale per una riflessione più generale. Negli ultimi mesi e poi nelle ultime settimane ho seguito la vicenda di un congiunto che era ammalato di una grave forma di tumore, per il quale è poi deceduto, il 20 aprile, a 46 anni.
La riflessione generale è sulla bontà delle persone.
Lo spunto, lo confesso, mi viene dalla zia ottantatreenne alla quale raccontavo quello che seguirà. E che mi dice: "Ma perché non scrivi di queste cose? Non accadono solo cose brutte, nel mondo."
Per il giornalismo è una vecchia questione. "Perché ci sono solo brutte notizie al TG?", si chiede a volte la gente. Primo: non è vero. Ci sono tante belle notizie. Per esempio che una squadra ha vinto un trofeo. Che un partito ha vinto le elezioni. Che il Presidente del Consiglio è stato assolto. Che il Presidente del Consiglio è inquisito. Il fatto è che le belle notizie elencate sopra lo sono solo per qualcuno: per la squadra che vince, per il partito che ha vinto, per chi sostiene il Premier, per chi contrasta il Premier.
Invece, le brutte notizie sono brutte per tutti.
Omicidi, scomparse, catastrofi naturali, guerre, ci interessano. Perché, anche se non lo diciamo apertamente, da una parte stimolano le nostre paure e dall'altra ci rassicurano in quanto non riguardano noi. La notizia, per definizione, è il racconto di un fatto accaduto ad altri. E da sempre gli esseri umani, per quanto riguarda gli altri, sono più curiosi di sventure che di fortune.
Caro Futuro Sindaco,
non so ancora chi sarai anche se mi dicono che faranno un ragazzo biondo che si vede nei manifesti. Ma io non ci credo che dopo un dottore fanno un ragazzo così, quasi a caso.
So che ci sono tanti candidati, ma al bar dicono che sono messi su a posta per fare confusione. Però, siccome c'è la democrazia, per me possono vincere tutti.
Caro Futuro Sindaco, nella mia bucalettere è arrivata tanta carta con le facce dei candidati che promettono delle grandi cose. Ma guardando la nostra città, mi pare che tu non avrai tanto potere.
Proprio ieri passavo davanti alla Murri. E' vero che ormai non ci facciamo caso, ma da quant'è che questo cantiere è lì fermo, con le impalcature e la gru, come se ci lavorassero, ma non succede niente? Lì si è capito che i sindaci non possono fare niente e che è facile che tutto resti così fino ai miei nipoti e chissà quanto tempo ancora.
Penso anche alla Questura Nuova, che è lì da meno tempo ma anche per quella, poverini, mi sa che i sindaci non potevano fare proprio niente. Altrimenti l'avrebbero fatto, ne sono certo. Anche lì mi sa che non ce la fai né a buttarla giù né a riempirla di poliziotti, perché ce ne vorrebbe un casino.
Pensavo però che per esempio un sindaco potesse far venire l'acqua dalla fontana della Sacramora. Non è tanto difficile, credo che basta girare un rubinetto, perché l'acqua c'è. Ma anche di quello non si è potuto fare nulla. Magari tu con un po' di fatica ci riuscirai.
I risultati delle elezioni amministrative, per lo meno alla prima tornata, confermano secondo me alcune semplici ipotesi.
La prima è una generale diffidenza verso i partiti principali: se Atene piange, Sparta di certo non ride. Il calo dei voti che PDL-Lega hanno avuto in città come Milano rivela quanto si sapeva già: tante promesse erano state fatte e non sono state mantenute. Gli anni sono passati e il rinnovamento berlusconiano è stato timido e parziale. Milano è decaduta anche per la crisi dell'economia e del terziario, ma non solo per questo. Tuttavia l'affermazione delle liste 5 Stelle di Grillo in città di sinistra come Bologna e Rimini, mostrano che tanti elettori del PD sono assai scontenti, soprattutto dove il partito non ha brillato per buona amministrazione o non presenta candidature autorevoli.
A Torino il PD si è infatti affermato perché Chiamparino è stato un bravo amministratore, una persona onesta e capace, e Fassino si presenta in modo simile. Torino è cambiata in meglio durante l'amministrazione Chiamparino con una decisa innovazione pur nel rispetto delle tradizioni della città. A Napoli invece la popolarità ai minimi termini prodotta dall'ostinazione prima di Bassolino e poi della Iervolino a restare incollati alle loro poltrone e la goffa gestione delle primarie ha portato voti di sinistra al giustizialista De Magistris, senza peraltro premiare la destra di Lettieri fin dal primo turno
L'esito elettorale ha avvicinato di un altro passo la fine dell'era Berlusconi. Silvio Berlusconi resterà nella storia italiana come l'uomo che ha saputo utilizzare nel modo migliore la situazione sociale, mediatica e politica dalla metà degli anni '70 al primo decennio del 2000. La sua fase giovanile lo vede primeggiare nell'insinuarsi prima e forzare poi un sistema televisivo arretrato, aprendo in Italia il mercato della pubblicità, di fatto tenuto chiuso dalla talebana visione della DC. Berlusconi non edifica un'impresa mattone su mattone come nella tradizione lombarda, ma si muove nel tramonto della Prima Repubblica appoggiandosi di volta in volta ai socialisti e ai democristiani e crescendo nelle falle di uno stato dominato dagli interessi miopi dei partiti. Non a caso i suoi settori di intervento sono la speculazione edilizia e la televisione, controllate dalla politica. E' sempre accompagnato da un robusto staff di avvocati col pelo sullo stomaco. Eppure non solo sopravvive là dove personaggi come Gardini, Calvi e Sindona perdono addirittura la vita, ma vince e prospera. Non si può certo dire che sia un imprenditore modello integro e moralista, ma sicuramente nel periodo in cui diede vita alla sua impresa l'Italia non era l'ambiente ideale per questa specie, se mai lo è stata.
La seconda parte della vita di Berlusconi è quella della politica.
I risultati dei referendum sono stati molto più significativi delle elezioni amministrative. Dal 1995 nessun referendum abrogativo aveva raggiunto il quorum, a parte il referendum costituzionale del 2006.
Sull'esito pratico dei referendum è lecito avere dei dubbi: diversi referendum sono stati annullati dalla partitocrazia prendendo letteralmente per i fondelli gli elettori. Nel 1993 furono abrogati tra l'altro: le pene per la detenzione ad uso personale di droghe leggere, il finanziamento pubblico ai partiti, il Ministero dell'Agricoltura, il Ministero del Turismo e Spettacolo. Ogni commento è superfluo.
Ma il segnale che l'elettorato italiano è scontento di una serie di cose è ormai troppo evidente per poterlo negare.
Il voto sul nucleare è l'espressione di paure irrazionali, e quello sul legittimo impedimento è la prova che Berlusconi è ormai visto come un politico al pari degli altri.
Il voto sull'acqua è più interessante. Pochi votanti hanno capito veramente di che cosa si trattava. Ma il senso del voto significa chiaramente: "Non crediamo più nelle privatizzazioni". Sia quelle di destra sia quelle di sinistra. Tant'è che, come spiegato da Nando Piccari su queste pagine, l'esito del referendum ha creato seri problemi nel colosso emiliano-romagnolo Hera.
Nell'ultimo articolo avevo scritto che ci aspettava una dura manovra da 40 miliardi di euro, che appariva inevitabile essendo stata richiesta dalla UE e approvata dal Parlamento. Ma sono stato giocato dall'astuzia della partitocrazia italiana. D'altra parte, se da 40 anni se ne stanno sulle loro poltrone profumatamente pagate con i nostri soldi, è chiaro che sono più furbi di noi.
A questo proposito, vediamo che ci sono società che premiano l'intelligenza e altre la furbizia. La furbizia è una forma di intelligenza, ma sotto certi aspetti non solo se ne distingue, ma vi si oppone.
"Chi copia un compito è furbo... chi lo scrive è intelligente..." - scrive una blogger.
La furbizia è intelligenza applicata al qui, ora e io e mirante a ottenere obiettivi personali senza troppo guardare ai mezzi. Che sia virtù italica lo dicono in molti: "Che la furbizia sia caratteristica servile, e mai signorile, è la sola fondamentale scoperta politica che milioni di italiani devono ancora fare." (Michele Serra); "La furberia è una qualità italiana potente, però ci ha rovinato." (Roberto Benigni).
In Università, per esempio, un tipo di furbo è quello che, mentre gli altri studiavano e scrivevano libri, ha saputo entrare nelle grazie dei baroni che di volta in volta controllavano i concorsi, facendo qualsiasi lavoro essi trovavano utile, evitando con cura di essere più brillante di loro. Ottenuta la cattedra in tempi rapidi, è passato alla tattica di lavorare il meno possibile e cercare ogni occasione per integrare il già cospicuo stipendio con altre docenze o consulenze. Non ha scritto nulla di notevole, non ha mai dato nulla a nessuno senza avere un utile, non ti contatta se non per chiedere favori che non restituirà mai.
Quando i soldi mancano i furbi abbondano. Vado a fare la spesa dal mio fruttivendolo.
Pago e la commessa mi fa: "Questi non sono buoni", ridandomi indietro quattro monetine da due centesimi. "Come non sono buoni?" faccio io, guardandoli. Si sa che nessuno fa monetine false, perché il costo non vale il guadagno. E infatti la ragazza non si è espressa correttamente (anche lei, come il proprietario del negozio, immigrata e anche lei grande lavoratrice): si tratta di monete perfettamente valide, ma sono centesimi di dollaro. Per l'esattezza, monete da un cent. Che sono identiche per taglia e colore a quelle da due cent di Euro.
Mi viene da ridere: "Ma certo - dico - un cent di dollaro vale circa 0,70 cent di euro, due cent di dollaro valgono 1,4 cent di euro, quindi ci guadagni 0,6 cent di euro per ogni monetina!"
A casa, faccio i conti. Se qualcuno si procura un bel sacchetto di cent americani, diciamo 1.000 monetine, per un totale di 10 dollari, e li spaccia per 2 cent di euro, realizza un utile di 0,6 per 1.000 = 600 cent di euro = 6 euro. 10.000 monetine = 60 euro. Ma quanto ci vuole a spacciare 1.000 monetine? E vale la pena portare fin dagli USA tutti quei cent (visto che in banca non tengono i centesimi per il cambio)? Dato che una donna delle pulizie prende 8 euro all'ora, vale veramente la pena?
"Diligite iustitiam qui iudicatis terram" (Sapienza, I, 1), sono le parole con cui inizia il libro della Bibbia attribuito a Salomone, che Dante riprende nel XVIII canto del Paradiso. "Amate la giustizia, voi che giudicate la terra".
Ogni governo, dalla democrazia alla più assoluta monarchia, trova il suo fondamento solo nella giustizia. Oggi riteniamo la democrazia migliore della monarchia solo perché si è dimostrato un sistema di governo più giusto degli altri. E' dunque la giustizia la funzione di un governo. Amministrare i rapporti della comunità in modo giusto. E' solo per questo che gli uomini accettano di essere governati. Tuttavia, poiché gli uomini sanno che la giustizia perfetta non è possibile (né augurabile), accettano che la bilancia del governo a tratti penda un po' da una parte e a tratti dall'altra. Vi sono governi che pendono un po' di più verso i lavoratori che verso le imprese, altri verso i militari più che i civili, altri verso i sacerdoti più che i laici, ecc.
La politica non è altro che decidere la misura e la direzione delle deroghe dalla giustizia.
Avere in mente questo principio ci deve servire per valutare con lucidità i comportamenti del nostro Stato (Governo, Parlamento e Istituzioni).
Ahimé, la valutazione è triste. Il governo italiano come gruppo di persone che ha la capacità e la forza per prendere decisioni giuste di fatto non esiste. La manovra correttiva di bilancio, essendo una seria emergenza, mette in piena luce questa situazione.
Il tema dell'evasione fiscale è delicatissimo e coperto da molta ipocrisia. La rozza fase che la politica italiana sta attraversando non è in grado di trattarlo con la circospezione e la franchezza che richiede. Ma basterebbe dire alcune cose che tutti sappiamo, con pacatezza e sincerità.
Sei cose che sappiamo tutti
Primo: non c'è un'evasione fiscale giustificata, si tratta sempre di un reato. Però, quando si parla di 50 miliardi di euro all'anno, non si può dire che tutti gli evasori sono criminali come un rapinatore o un camorrista. Tutti sappiamo che gli evasori sono spesso professionisti, imprenditori, artigiani e commercianti che per il resto della loro vita sono cittadini stimati e a volte occupano posti prestigiosi nella comunità.
Secondo, spesso siamo complici dell'evasione fiscale sotto forma di 'sconto-ricatto': "Sarebbe 100, ma se non ha bisogno della ricevuta sono 80". E noi accettiamo, perché l'alternativa è pagare di più o andare a sporgere denuncia alla Guardia di Finanza. Due alternative che non ci danno nessun vantaggio certo e molte beghe sicure.
Terzo: l'evasione per alcune categorie è un modo per poter fare prezzi accettabili. Se tutti dovessero pagare il 20-30% di tasse in più i prezzi aumenterebbero. Lo Stato, facendosi truffare, concede uno sconto ai clienti-consumatori e un reddito più alto ai venditori-evasori.
Quarto: siamo un paese di evasori, ma non siamo i soli. Parlando solo di IVA, l'Italia evade il 22% delle imposte, la mitica Gran Bretagna ne evade il 16%, e il 14% l'Austria (dati Sole24ore 24/8/11). Davanti a noi la Grecia con il 30%, Slovacchia e Ungheria con il 28 e 23%.
Se c'è una cosa che mi è fastidiosa è apparire un moralista. Perché alla fine credo che sia valido il detto evangelico «Come puoi dire al tuo fratello: "Lascia che tolga la pagliuzza dal tuo occhio, mentre nel tuo occhio hai una trave"» (Matteo 7,3). Tuttavia, l'ipocrisia che il sistema sociale e culturale italiano ha raggiunto non è solo una questione morale, ma sta danneggiando economicamente l'intero paese, non si può tacere. A costo di essere monotono, attribuisco questo difetto a quella cultura peculiare che viene chiamata ‘cattocomunista', e che in politica si traduce in partitocrazia o consociativismo. Sia da parte cattolica (a mio parere un malinteso cattolicesimo) sia da parte comunista, l'errore di base è quello di non considerare l'individuo e la società nel suo complesso di interessi, principi, desideri, pulsioni, insomma come un sistema dotato di dinamiche, forze, movimenti interni, un soggetto ‘pieno'. Al contrario, ci si rappresenta un soggetto vuoto, neutro, né buono né cattivo, governato da forze esterne. In sostanza, se alla società si danno leggi giuste, deve diventare giusta. Leggi ovvero regole, forme, contratti. Per un comunista, eliminare le differenze di classe, per un cattolico applicare la dottrina sociale.
Non sto difendendo il principio ‘homo homini lupus' (l'uomo è un lupo per l'altro uomo).
In questi mesi si è formato un movimento di protesta nuovo. Viene usato per definirlo il termine
indignados. Persino Wall Street a New York è presidiata da giovani indignati al grido di "Siamo il 99%". Intendono con esso contestare la ricchezza smisurata concentrata nelle mani dell'1% dei cittadini.
La loro analisi non è campata per aria: negli ultimi decenni i differenziali dei redditi sono aumentati in misura notevole. Se nel 1974 l'amministratore delegato di una grande società USA guadagnava 30 volte un impiegato di medio livello, nel 2004 prendeva da 3 a 400 volte tanto (cit. in Sennett, 2008). Questo fenomeno in economia è noto. In certi periodi la ricchezza si concentra, in altri si distribuisce. Quando la concentrazione ha luogo in periodi espansivi la società la tollera meglio: se anch'io aumento il mio reddito mi dà meno fastidio che altri lo accrescano più di me. In periodi di crisi, vedere che altri si arricchiscono è meno piacevole, a volte francamente offensivo. In alcuni casi lo squilibrio ha portato a vere rivoluzioni.
La novità di questa crisi è però in due punti.
Come la maggior parte di noi seguo quotidianamente le vicissitudini del nostro paese in mezzo a speculazioni finanziarie, richieste da parte dei partner europei, lettere della BCE, risposte del Governo, proteste delle opposizioni, prediche del Vaticano, scontri di piazza, ecc.
Purtroppo sono decenni che le persone avvedute avvisavano di quanto sta accadendo. Uno Stato non può trovare le proprie risorse con i debiti, e non ci si può arricchire in eterno prestando allo Stato, rubandogli lo stipendio, la pensione o direttamente il contante. Alla fine il parassita e il parassitato muoiono tutti e due.
La politica italiana è infantile in modo desolante. Tutti, dal governo all'opposizione, continuano a comportarsi come marmocchi. Raccontano in sostanza tutti delle bugie ridicole. Dal primo all'ultimo.
Se guardate il TG3, appaltato alla maggioranza che governa l'Emilia-Romagna, sembra che la nostra regione non sia in Italia Solo i padroni che vogliono chiudere le fabbriche sono cattivi. Gli immigrati sono buoni, le scuole modello (non fosse per la cattiva Gelmini), Bologna pare la capitale mondiale della cultura, i sindaci sono dei paciocconi o dei capaci leader che guardano al futuro, i sindacati, le associazioni di categoria, il volontariato, marciano come avanguardie del Bene. La Regione e la Sanità, poi, sono praticamente santificate.
Se invece seguiamo trasmissioni nazionali della stessa rete, da Flores a Santoro, allora non funziona niente, l'Italia è allo sbando: gente che piange e urla, disperati senza casa e senza lavoro, immigrati che dormono sotto i ponti, cifre da fallimento, corruzione, degrado, violenza.
Quello che è successo in Italia non sarebbe successo in una democrazia solida e seria. E' impensabile che il premier e il governo stesso siano scelti in deroga al risultato elettorale. E' impensabile che in un periodo di crisi, se il governo in carica perde la maggioranza per sue beghe interne, non si vada alle elezioni, anzi, proprio in queste situazioni la fiducia dell'elettorato è il primo requisito. Però, se non impensabile, è sicuramente vergognoso che un Parlamento sia disposto ad approvare praticamente all'unanimità una serie di riforme con un premier non scelto dal popolo e non sia invece disposto a farlo con un governo uscito dalle urne. E' come dichiarare la propria inutilità. E questo è molto pericoloso. Perché a cosa serve un Parlamento se ha bisogno di un capo del governo esterno, non eletto, nominato dal Presidente, a sua volta non eletto dal popolo, per fare ciò che sa di dover fare?
Se la democrazia è il sistema che regge la nostra Repubblica, allora è alla democrazia che dobbiamo rivolgerci nelle difficoltà. Quando un paese, in una situazione drammatica, sceglie invece questa democrazia di ridurla, ciò significa che la ritiene un obbligo esteriore, ma non crede in essa.
In uno degli ultimi articoli avevo scritto che la crisi non è globale ma è localizzata in Europa, Usa e Giappone. Tra l'altro i paesi europei ex socialisti non se la passano affatto male, avendo tassi di sviluppo significativi e i conti a posto. I paesi a rischio sono Grecia, Italia, Spagna e Irlanda, in secondo ordine la Francia. Uniti solo dal non essere di religione protestante, ma tutti cattolici a parte la Grecia.
E' la crisi degli ex-ricchi, insomma, di quelli che controllavano il mondo. E la crisi è derivata dalla globalizzazione, e la globalizzazione dalla caduta dei regimi comunisti, dal passaggio al capitalismo della Cina e dall'apertura dei mercati.
Tuttavia continuo a leggere qua e là che stiamo assistendo al fallimento del capitalismo. A me pare che sia quasi l'opposto, se avesse senso dirlo. Non ha infatti senso dire che il capitalismo trionfa perché il capitalismo non ha mai avuto alcuna intenzione egemonica, checché credano i suoi oppositori. Il termine capitalismo ha molti significati (vedi Wikipedia).
Quello che rende tristi, nel vedere dei paesi normali, e nel paragonarli alla povera Italia di questi anni, è esattamente il fatto che sono normali. Nessuno infatti si meraviglia se i treni non sono sporchi, che i pendolari trovino un posto a sedere, che se per strada devi buttare una carta ci sia un cestino nel raggio di venti metri, e che non sia rigurgitante di mondezza, che nelle città vi siano parcheggi sotterranei e le strade dei centri storici non siano ricoperte di auto, soprattutto se antichi e ricchi di edifici monumentali. E se i trasporti urbani, bus, tram e metro, sono puntuali, nuovi, puliti, anche questo è normale, come lo è se le stazioni ferroviarie sono moderne, si accede ai binari, sopraelevati o sotterranei, con scale mobili, e vi sono tutti i servizi che servono ai viaggiatori: negozi, ristoranti, caffé, fast food. Inoltre, cosa mirabolante, è normale che non devi fare la fila al bar, il cibo non è regolarmente più cattivo che fuori, e, miracolo, non costa il 30% in più come in Italia, dove se viaggi sia in treno sia in autostrada devi patire cibo pessimo e prezzi alti.
In questi paesi normali, e ciò è veramente curioso, gli immigrati sono molti: africani, italiani, arabi, ma non ci sono quei venditori abusivi che chiamiamo vu cumprà. E che sembrano un arredo inamovibile delle nostre città, soprattutto di quelle che dovrebbero dare lustro al paese: davanti ai negozi di lusso di Roma, Venezia, Firenze, vengono vendute le copie contraffatte delle stesse merci esposte nelle vetrine. Eppure, i paesi normali non sono razzisti: gli immigrati sono normali cittadini. Come faranno? L'italiano si meraviglia di tutta questa normalità.
Rangzen è una cover band riminese ormai storica. Ma non è solo la durata, comunque onorevole, che la caratterizza, bensì la capacità di evolversi continuamente fino a diventare una realtà significativa a livello nazionale e internazionale. Questa continua crescita è sicuramente nelle corde del leader e fondatore del gruppo, Claudio Cardelli.
Conosco Claudio da molti anni e non c'è dubbio che rappresenti integralmente, intendo nella vita, il rock. Il rock è qualcosa che si è, non che si fa. E' un fenomeno ampio e mondiale, al suo interno vi sono oggi tanti filoni, dall'hard al punk dal classico al rock'n roll. E ogni artista è tenuto a interpretarlo personalmente, perché questo è un requisito del rock. Rock è il modo in cui Claudio sta sul palco con i suoi due figli, Francesco a Riccardo. E' un modo di vivere questo rapporto famigliare. Rock è l'impegno che i Rangzen rappresentano per la libertà del Tibet. Rangzen in tibetano significa: indipendenza.
Rangzen ha sempre saputo mescolare in modo aperto e forte questa posizione con il suo repertorio, che ha continuato a crescere negli anni fino ad assumere una straordinaria varietà e ricchezza.
Gli eventi legati al governo nella Repubblica italiana hanno da sempre lo stesso andamento. Per tempi lunghissimi Parlamento ed Esecutivo si gingillano in discussioni interminabili e producono leggi per lo più inutili o semplicemente dovute. Poi, di colpo, ci si accorge che c'è un'emergenza e allora le leggi fioccano come frustate sulla schiena dei sudditi, senza quasi il tempo di fiatare.
Il continuo ripetere che la democrazia non è sospesa da parte di chi ha architettato e sostiene questo governo è il tentativo di convincerci che è così. Ma non è vero.
La democrazia non sta nel rispetto formale della Costituzione.
La Costituzione è uno strumento della democrazia, ma non la edifica da sola. La Costituzione dice che il popolo elegge il Parlamento, e il Parlamento vota un governo. Con questi strumenti si ottengono i veri obiettivi: l'alternanza dei governi contro la dittatura e il potere dei programmi e non degli uomini. La Costituzione non può obbligare all'alternanza. Questo significa che un Parlamento può avere sempre la stessa maggioranza e lo stesso governo? In teoria sì. In pratica no.
La Costituzione può dire che una maggioranza deve proporsi con un programma e che i governi si valutano in base al rispetto di esso? No, non può farlo perché è impossibile definire in termini di legge un programma e come si debba rispettare.
Ma una Costituzione democratica serve proprio a consentire il cambio di governo senza morte né violenza. In Corea del Nord e nell'URSS di Stalin solo la morte poteva cambiare il dittatore. Eppure si votava. In Cile e nella Spagna di Franco idem. In Egitto e in Libia solo la violenza ha potuto portare al cambiamento. Eppure si votava.
Gli eventi legati al governo nella Repubblica italiana hanno da sempre lo stesso andamento. Per tempi lunghissimi Parlamento ed Esecutivo si gingillano in discussioni interminabili e producono leggi per lo più inutili o semplicemente dovute. Poi, di colpo, ci si accorge che c'è un'emergenza e allora le leggi fioccano come frustate sulla schiena dei sudditi, senza quasi il tempo di fiatare.
Il continuo ripetere che la democrazia non è sospesa da parte di chi ha architettato e sostiene questo governo è il tentativo di convincerci che è così. Ma non è vero.
La democrazia non sta nel rispetto formale della Costituzione.
La Costituzione è uno strumento della democrazia, ma non la edifica da sola. La Costituzione dice che il popolo elegge il Parlamento, e il Parlamento vota un governo. Con questi strumenti si ottengono i veri obiettivi: l'alternanza dei governi contro la dittatura e il potere dei programmi e non degli uomini. La Costituzione non può obbligare all'alternanza. Questo significa che un Parlamento può avere sempre la stessa maggioranza e lo stesso governo? In teoria sì. In pratica no.
La Costituzione può dire che una maggioranza deve proporsi con un programma e che i governi si valutano in base al rispetto di esso? No, non può farlo perché è impossibile definire in termini di legge un programma e come si debba rispettare.
Uno dei peggiori difetti della nostra cultura nazionale è l'oscillazione drammatica tra disperazione ed euforia. Anche se andiamo poco a teatro, siamo il paese della tragedia (in particolare lirica) e della commedia (in particolare dell'arte). Anzi, forse non andiamo a teatro perché lo facciamo quotidianamente.
Questo carattere italico dovrebbe farci preoccupare per la tanto conclamata 'seconda fase' dell'esecutivo 'd'emergenza'.
Prendiamo i tassisti. Certamente, i prezzi dovrebbero essere ritoccati verso il basso, e i margini di guadagno sono ancora troppo alti (quelli veri). Un taxi non può essere una rendita. Il taxi deve essere accessibile anche in provincia e agli anziani, non solo a chi si fa rimborsare dall'azienda. Il taxi deve essere un mezzo di trasporto come gli altri. Bisogna sfruttare il vantaggio che, mentre il biglietto del bus si moltiplica per i viaggiatori, il taxi si divide. Ci sono molte soluzioni. Per esempio abbonamenti su tratte fisse fatti a gruppi di 3-4 persone che ogni giorno alla stessa ora vanno e tornano dal lavoro. Internet può servire a trovare persone dello stesso quartiere o strada che fanno quotidianamente lo stesso percorso.
Codice Fiscale-P.IVA 02 410 730 408 - Reg. Imprese Rimini n° 02 410 730 408 Capitale Sociale euro 35.000,00 i.v.

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