AUTORE Proni Giampaolo
Non ho letto il libro di Marcello Pera Perché dobbiamo dirci cristiani, ma ho letto, sul Corriere della Sera, la lettera di Joseph Ratzinger che lo introduce.Ratzinger (e Pera) distinguono tra un dialogo interreligioso e un dialogo interculturale.Entrambi si svolgono tra persone che hanno religioni diverse, ma il primo tratta argomenti di fede, il secondo le conseguenze della fede.
Per esempio, in un dialogo interreligioso un musulmano e un cristiano discutono se sia giusto mangiare carne suina. In un dialogo interculturale parlano di come convivere con
questa differenza.
[{Università e meritocrazia} Non sempre i ricercatori sono costretti ad emigrare, ma certo chi resta ha che fare con un datore di lavoro ingiusto: lo Stato] Una considerazione realistica della scuola e dell'università, come ogni settore, richiede conoscenza. Oggi i sistemi sociali sono...
[{Mentre la Gelmini sta lavorando al decreto per gli atenei} Frequenza obbligatoria, basta con le cattedre a vita e più tasse ma con vere borse di studio] Il disagio dell'Università italiana emerge sotto la spinta di cambiamenti che coinvolgono tutti i sistemi formativi dei paesi occidentali...
[{Fra Superenalotto e borsa} La difesa del risparmio non ha bisogno di ideologie] In questi giorni mi viene da confrontare l'ennesima 'febbre da lotteria' italiana con la crisi finanziaria mondiale (anch'essa ennesima). Il Superenalotto, l'ultima macchina da soldi dello Stato, ha raggiunto un...
[{Continuano i tagli sulla risorsa più importante: la mente} Abbiamo pochi ricercatori e vogliamo diminuirli ancora] Albert Bruce Sabin nacque a Białystok, una città che allora era Russia e oggi è in Polonia, nel 1906. Si chiamava Saperstein ed era ebreo. Emigrò negli USA a quindici...
[{Antropologia delle “zebre”} Storie di ordinaria arroganza nella jungla della città] Ci sono diversi indici per misurare le differenze tra le culture e le mentalità. Uno di quelli che uso personalmente è quanti automobilisti rispettano i passaggi pedonali. In particolare ce n'è uno che...
[{Ancora sui project per il lungomare} Cosa si aspettano i residenti e cosa serve al turismo] I cittadini vedono il territorio nel quale vivono come uno spazio dotato di senso, cioè di funzioni pratiche (come lo si può utilizzare) e di altri segni, per esempio valori identitari (il borgo, la...
Continuando a riflettere sul posto che la religione occupa nella società contemporanea, è fondamentale mettere in chiaro il rapporto tra religione e scienza.
La scienza non è qualcosa di lontano e complicato. Al contrario, la scienza nasce dal modo di conoscere il mondo che la nostra specie ha praticato da quando possiede coscienza di sé.
Come scrive lo Herald Tribune del 5 novembre 2008: "La storia del viaggio di Obama al vertice della politica degli Stati Uniti è quella di una campagna che è stata, anche agli occhi di molti avversari, quasi impeccabile." E ogni pezzo di comunicazione lo ha confermato.
E' possibile in Italia imitare Obama, come ha cercato di fare Veltroni?
[{Il dibattito sui progetti} Rimini deve interrogarsi a fondo su quanto è ancora disposta a scommettere sul turismo] Il dibattito sui nuovi progetti ferve e ferverà ancor più in autunno. E’ utile, prima di analizzare le proposte di intervento, avere chiarezza su alcuni princìpi. La città...
[{Berlusconi e la magistratura} Complotto dei giudici o regime mediatico-criminale? A chiunque si creda, lo scenario sarebbe terrificante] All’indirizzo http://it.wikipedia.org/wiki/Procedimenti_giudiziari_a_carico_di_Silvio_Berlusconi si trova un elenco dei processi. Sono 20, 18 chiusi a...
[{Europei di calcio, occasione per riflettere} Cosa c’è dietro una vittoria della Nazionale] Quando c'è una vittoria della nazionale di calcio e sento i clackson delle auto per strada mi capita sempre di pensare a quanto bisogno di gioia, di festa, sia presente nelle persone. L'I Ching, un...
[{La questione dell’immigrazione} Le società multiculturali e multietniche sono più ricche e più dinamiche] E' possibile dimostrare senza ombra di dubbio che le società multiculturali e multietniche sono più dinamiche, più creative e più ricche di quelle monoetniche e monoculturali. La più...
Ho scritto altre volte della burocrazia. Ma ogni volta che penso di aver visto tutto, ancora sa stupirmi. In Italia, ha oggi generato un mostro deforme e angosciante: la buroinformatica. I tentativi di informatizzare la pubblica amministrazione hanno dato vita a ibridi ributtanti, forme di vita contorte, e alla figura minacciosa del buroinformatico.
Non sono un teologo, ma sono andato a catechismo da piccolo. Ho imparato che siamo composti di anima e corpo. Il corpo è mortale, l'anima è immortale. Quando moriamo, l'anima si separa dal corpo e viene giudicata da Dio.
Le dimissioni di Walter Veltroni e la vittoria del PDL in Sardegna hanno portato a un rafforzamento di Silvio Berlusconi tale da destare un po' d'ansia.
Dal punto di vista economico, la famiglia Berlusconi è oggi in una posizione inattaccabile.
Politicamente, attraverso la maggioranza, il Cavaliere controlla la RAI, sia pure col complicato sistema di commissioni, parlamento, ministero, CdA. La maggioranza al momento è omogenea e solida e lo sarà ancora di più col partito unico.
[{Nel Paese degli evasori}] [Dove stato e mercato funzionano bene chi paga molte tasse non è considerato un fesso ma viene onorato e rispettato] La questione della pubblicazione delle dichiarazioni dei redditi su Internet e del successivo blocco da parte dell’Autorità di garanzia è un altro...
[{Una festa che deve servire a riflettere} La Repubblica ha bisogno di aggiungere altri valori a quelli della Resistenza ] La data del 25 aprile, correttamente intesa, dovrebbe andare oltre la celebrazione. L’Italia non ha molto da celebrare della II guerra mondiale. E’ certamente...
Dal punto di vista monetario, la crisi è un 'credit crunch', cioè, per dirla alla riminese, 'scriccata del credito': girano meno soldi. Ci sono meno soldi perché una massa enorme di valore, costituita da titoli di credito, è scomparsa. Di fatto si è trattato di tanti debiti che non sono stati pagati. Un debito viene scritto in bilancio come una somma che devi avere, quindi è un 'più'. Inoltre, ci sono gli interessi, che il debitore paga nei modi previsti dal contratto di prestito, che sono profitti. Ma quando il debitore non paga, si arriva alla fine all'inevitabile: la cancellazione della somma. Quei soldi il creditore non li avrà mai più. Il debitore può averli usati in tanti modi: comprando beni, prestandoli a sua volta, facendoseli rubare, ecc ecc. Quei soldi da qualche parte sono andati a finire, quindi non sono scomparsi. Ma sono scomparsi gli interessi. Se il debitore doveva il 5% di 100, quel 5% esisteva solo sulla carta. E se il titolo di credito veniva a sua volta venduto (come di fatto avveniva) e quotato in borsa, e se questo lo moltiplichiamo per un fattore molto alto, otteniamo una cifra enorme, che però non esisteva in moneta, ed è sparita. Il valore non è moneta se non nello scambio. Ma il valore virtuale di qualsiasi cosa muove la moneta.
Alcuni anni mi trovavo a Granada, in Spagna. Ricordo un'immagine che mi disse molto sull'ordine pubblico in quella città.
Nell'incrocio centrale della città vecchia, dove passa il traffico, tipo piazzale della stazione a Rimini, c'era sempre una pattuglia di poliziotti in moto, giorno e notte. Stavano lì e basta.
Credo che nel centro di una città, dove si trovano i luoghi istituzionali e i simboli culturali, ci debba sempre essere un presidio di forze dell'ordine.
Dopo il sisma in Abruzzo sembra finalmente che in Italia molti comincino a chiedersi: “Ma la mia casa è sicura? E quanto è sicura?”
Buona domanda.
Ci si può aggiungere anche: “La scuola dove vanno i miei figli, l'ospedale, l'ufficio dove lavoro, gli edifici pubblici, lo stadio, il palasport, insomma tutti i luoghi dove passiamo la nostra vita, sono a sicuri?”
Se digitate http://zonesismiche.mi.ingv.it/ trovate nel sito dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, dove potete vedere e scaricare la mappa ufficiale del rischio sismico, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n.108 dell'11/05/2006 e la classificazione dei Comuni italiani. Rimini e tutta la costa sono in zona 2, della quale si dice: “in questa zona possono verificarsi terremoti abbastanza forti.”
Ci avviciniamo alle elezioni provinciali ed è giusto chiedersi se, come molti dicono, si tratta di enti inutili. La discussione, tuttavia, spesso è superficiale. Cosa vuol dire che un'amministrazione è inutile? Se si intende che le sue funzioni le potrebbe svolgere un'altra, è un conto, se vuol dire che tali funzioni sono vane o inesistenti, è un altro.
Il fatto è che le pubbliche amministrazioni italiane non nascono solo per svolgere dei servizi. Pertanto non sono organizzate in modo funzionale, ma, al contrario, sono costruite per essere diseconomiche. Prendete le tasse. Il sistema fiscale italiano è così complicato che per compilare i vari modelli il cittadino deve farsi assistere da esperti. Questi esperti sono i commercialisti, i CAF e l'Agenzia delle Entrate. In pratica, paghiamo per pagare.
Eventi recenti hanno portato i riflettori della giustizia e dei mass media sul sistema bancario e finanziario di San Marino.
La Repubblica di San Marino, per noi, è molto di più di uno stato estero. Fa parte del nostro territorio, in una simbiosi particolare e sotto certi aspetti unica.
Ogni riminese ha amici sammarinesi, spesso parenti. Ognuno di noi frequenta la Repubblica del Titano almeno per fare shopping. Ognuno di noi ha per lo meno sentito parlare di affari e transazioni economiche di vario tipo, ha udito storie più o meno attendibili su San Marino. Molti di noi ci lavorano o conoscono qualcuno che ci lavora. La gente della costa conosce San Marino più di ogni altro italiano.
Qualche giorno fa, tornando a casa, ho visto il mio sindaco sul corso, a piedi, con una pesante borsa da ufficio. Aveva l'aria stanca ed era solo. Nessuno, in quel momento, gli prestava particolare attenzione. Molti forse non lo riconoscevano neppure.
Ho percepito il senso della democrazia. In una città di 130.000 abitanti il sindaco può camminare per strada come un normale cittadino, può essere stanco come un normale cittadino dopo una giornata di lavoro, è un normale cittadino. In questa normalità c'è tutta la forza della democrazia. Quando i capi sono circondati di guardie e chiusi in palazzi sontuosi lo stato è debole. Quando i capi sono cittadini come gli altri lo stato è forte. Perché la forza dello stato non è nei capi ma nel legame tra loro e i cittadini. Dove i cittadini odiano i loro capi, lo stato non è forte. Di fronte a un pericolo, si sfalda. In democrazia c'è chi si è opposto alla scelta di un rappresentante, e forse non lo ama. Ma almeno la metà di chi ha votato, lo ha scelto. Chi non lo ha votato, può sperare di cambiarlo la volta successiva. In ogni caso, non vedrà il potere passare come eredità ai suoi figli.
Cosa succederebbe se un partito di quelli grandi, PDL o PD, decidesse di candidare alla Presidenza del Consiglio uno straniero?
In fondo, nello sport è del tutto normale sentire grandi campioni che adorano (almeno a parole) il loro club italiano e che parlano italiano con fatica. Ci sono tanti immigrati che parlano male la nostra lingua ma sono cittadini migliori di quelli con la 's' romagnola da 7 generazioni.
Come sarebbero le elezioni se, supponiamo, un partito italiano candidasse Angela Merkel?
Siamo sicuri, per esempio, che la Merkel prenderebbe meno voti di Franceschini o Berlusconi?
Come sarebbe se si scatenasse l'acquisto del 'campione' straniero anche per la politica?
Passate le elezioni, si possono riprendere alcune riflessioni politiche. La prima è che siamo alle solite. Non mi sto lamentando degli attacchi a Berlusconi né mi indigno particolarmente per la sua moralità. Se tutti i settantenni possedessero 120.000 miliardi le ragazze da piscina non basterebbero a soddisfare la domanda. E neppure quella dei loro amici. Ci sono molte persone ricche moderate nei piaceri e nel lusso, alcune semplicemente avare, e altre che hanno fatto i soldi per potersi permettere quello che gli altri immaginano. Berlusconi si circonda di fanciulle ignude e i circoli degli anziani si consolano con Miss Teen Ager (citazione storica). Persino Agnelli stava nudo sul suo yacht. E' per quello che nei paesi un po' più maturi nessuno trova opportuno eleggere un miliardario come premier. Miliardario e capo del governo sono due mestieri diversi. Lo capiremo? Mah. Di fondo c'è un'altra immaturità, molto più grave. E' l'idea che devi eleggere un potente. Non che fai potente quello che eleggi. I paesi democraticamente arretrati eleggono grandi personalità, nababbi, generali, capi religiosi. Le democrazie mature eleggono persone che sanno fare il loro mestiere, possibilmente non troppo potenti. La Thatcher era figlia di un droghiere. Sarkozy è figlio di un immigrato ungherese. Obama è anche lui figlio di un immigrato. Siamo noi, ildemos, il popolo, che diamo il potere e lo togliamo. Nel famoso paese normale, loro sono normali cittadini che per qualche anno prestano un servizio e poi se ne tornano a casa. Fine.
Cosa succede alla città di Rimini? E il centro di Rimini, come sta? E i riminesi, dove pongono la loro identità di luogo? Dov'è il focolare di tutti?
Una ricerca che ho diretto due anni fa ha dato delle risposte interessanti.
Innanzitutto, il cuore dei riminesi è ancora saldamente rinchiuso tra le proprie mura.
D'altra parte, la vita sociale, il passeggiare, i segni identitari, quelli che si invitano i parenti a visitare, sono lì. Se prendete una mappa della città, vedete che le aree residenziali esterne al centro sono molto più ampie della città dentro le mura. Ma nella maggior parte dei quartieri residenziali si va solo se ci si abita o a trovare qualcuno che si conosce. Chi, a parte i residenti, è mai entrato tra i nuovi condomini di Rivazzurra o Viserba Monte? Chi, tra i riminesi, conosce i nuovi quartieri di Santarcangelo? Tra l'altro l'attaccamento al centro è addirittura in aumento presso i giovani, che vi trovano punti di aggregazione e tempo libero.
Negli anni '50 le metropoli degli Stati Uniti avevano raggiunto un grado di sviluppo unico al mondo. Erano le prime città ad essere progettate o trasformate per l'automobile, con enormi aree commerciali lontane dal centro storico, o addirittura senza un vero centro, come Los Angeles. Percorse da autostrade fino al cuore, con enormi svincoli sopraelevati, strade diritte e grandi palazzi o grattacieli, ferrovie metropolitane, architettura moderna, cioè proporzioni razionali e standard condivisi.
Kevin Lynch era un allievo di Frank Lloyd Wright, il più grande architetto americano del '900. Si laureò all'MIT di Boston in urbanistica. Lynch conosceva l'Italia e le sue città storiche. Certamente, le città italiane del periodo, a paragone di quelle americane, erano strette, antiche, poco efficienti. Ma non era questo che colpì Lynch. Lo colpì che gli abitanti delle antiche città italiane avevano sempre una nozione molto chiara di dove si trovavano. Avevano un senso del luogo. Trovate che la cosa sia ovvia e banale? Allora, pensate di essere trasportati in un istante in un qualsiasi quartiere di nuova edificazione, di quelli solamente residenziali, con palazzi tutti più o meno uguali, un parco rettangolare, l'asilo a un piano e il supermercato all'angolo. Sapete dire dove siete? No.
Se c'è una cosa che ho imparato dalla filosofia è che spesso le verità più difficili da capire sono le più semplici. Quello che è più difficile da vedere, infatti, non è ciò che rompe le aspettative quotidiane, ma ciò che passa indisturbato sotto i nostri occhi, giorno dopo giorno. Perché la più grande forza degli esseri viventi non è l'eros o la fame o la paura, ma l'abitudine. E' l'abitudine che ci consente di vivere e di adattarci all'ambiente. Ma l'abitudine porta dei rischi. Un individuo adatto al suo ambiente vive meglio di uno meno adatto, ma solo finché l'ambiente non cambia. Di fronte a un cambiamento, un individuo meno adatto, quindi più flessibile, ha più possibilità. Le società umane (e animali) producono sempre una certa percentuale di individui meno soddisfatti del rapporto tra la loro specie e l'ambiente.
L'altro giorno andavo a fare la spesa al Conad Tiberio e osservavo la strada e le villette del quartiere. Come quasi in tutta Italia, i giardini privati sono protetti da reti e cancellate e sono molto curati. A volte ci sono dei piccoli orti, il che significa una funzione primaria, l'autoproduzione di cibo. Il marciapiede è alberato e le aiuole sono incolte, piene di erbacce, che crescono tra la strada e i muri delle case. Anche a Marina Centro, notavo proprio ieri, la zona in cui si trova il fiore della nostra attività produttiva, la pavimentazione stradale è ormai distrutta. Le strisce in pietra bianca e liscia ai due lati sono state spezzate dal peso dei filobus, in molti punti si sono frantumate e le hanno rabberciate con toppe di catrame nero. La pavimentazione in sampietrini è sconnessa, sempre a causa del traffico, e la sede stradale è disagevole sia per i mezzi a motore sia per le biciclette.
Dicono gli urbanisti (almeno quelli intelligenti) che la città è un sistema, cioè un insieme di parti tutte collegate tra loro, o direttamente o attraverso le altre. Quando si va a toccare il traffico automobilistico lo si vede bene. Il traffico è una cosa in movimento, la città una cosa ferma. Sotto un certo aspetto è come un fiume: l'acqua si sposta, il letto del fiume è fermo. Ma non è esattamente così. La differenza è che l'acqua, se la si lascia fare, il letto del fiume se lo fa da sola. Le automobili non possono fare le strade. Ma ciò non toglie che, tutte insieme, si comportano come un fluido. Se le si lascia muovere liberamente, riempiono tutti i buchi, come l'acqua, finché non c'è più posto.
Università, una qualsiasi, anche molto vicina a noi. Primo anno, primo giorno di lezione. L'aula è pronta, pulita e luminosa. Arrivano i primi studenti. In anticipo, perché è il loro debutto, e sono emozionati. Iniziano a prendere posto. Come sempre, i più chiassosi in fondo, i più diligenti davanti, le belle fanciulle in mezzo, pronte a sorridere al bel prof, se sarà un bel prof. Pian piano l'aula si riempie. Puntuale arriva il docente. Inizia a sistemare il computer per proiettare le immagini. Il video funziona, tutto a posto. Gli studenti continuano ad arrivare.
Ben presto l'aula è piena. Chi entra cerca con gli occhi un posto. Ne resta qualcuno qua e là, i primi già si appoggiano alle pareti, in piedi. Il docente invita ad occupare tutte le sedie, gli studenti si intrufolano, si siedono in prima fila, sempre l'ultima ad essere riempita. Rapidamente, tuttavia, sedie e pareti sono piene, ma ragazze e ragazzi ne entrano ancora. Passano davanti a quelli in piedi, fino allo spazio attorno alla cattedra, si siedono per terra. Il docente inizia la lezione. Ora l'aula è stracolma. I ritardatari non riescono più a entrare. Il numero previsto dalle norme di di sicurezza è ampiamente superato. Si è già violata una legge. Se dovesse accadere un incidente, ci sarebbero responsabilità colpose. Ma siamo in Italia, le leggi non si rispettano. Qualcuno resta a sbirciare dalla porta, altri ciondolano nell'atrio, altri se ne vanno. Al bar, magari a chiacchierare e divertirsi, come non divertirsi a vent'anni? Ma per loro la prima lezione non ci sarà, che il prof sia un Adone o un mostro.
Ho ascoltato a Radio Radicale un dibattito (scaricabile dal sito di Radio Radicale, giorno 24/10) tra i tre candidati alla segreteria del PD. Ho prestato particolare attenzione alla domanda sull'università. Bersani ha iniziato dicendo che dietro la Gelmini vede sempre Tremonti. Intendeva dire che la politica universitaria è determinata dai tagli alla spesa. Ha poi proposto una (ennesima) grande riforma del sistema formativo fatta dai migliori cervelli del paese e dal Parlamento, senza scendere nei particolari. Mi chiedo: ma questi migliori cervelli, da dove li prende e come li sceglie? Può evitare di rivolgersi all'università? E se sono universitari, probabilmente anche professori ordinari (cioè il massimo grado e la massima anzianità) quante probabilità ci sono che vogliano cambiare il sistema nel quale sono i massimi favoriti? Uno dei difetti maggiori dell'università italiana è infatti che è stata consegnata in mano ai docenti, non solo per quanto i docenti conoscono, cioè la didattica e la ricerca, ma anche -di fatto- per il reclutamento e l'amministrazione. Il risultato è che l'università italiana è diventata una delle corporazioni italiane che ha come obiettivo il massimo benessere dei suoi membri.
Premesso che non voglio iscrivermi alla lista dei riformatori dilettanti, vorrei riprendere il punto che concludeva l'articolo precedente, dove usavo la metafora della leva per parlare di un modo di fare le riforme dell'Università.
Partiamo da un punto che consideriamo inamovibile. Per esempio: che ogni studente iscritto deve frequentare. Poi ne traiamo le conseguenze.
Se ogni studente iscritto deve frequentare, ci vuole una sedia per ogni studente (e tutte le altre attrezzature, dai bagni alle mense ecc).
Per dare una sedia ad ogni studente bisogna sapere con un certo anticipo quanti sono.
Per sapere quanti sono bisogna anticipare la chiusura delle iscrizioni e programmare la didattica. E' inoltre indispensabile prevedere un numero massimo (non usiamo il termine numero chiuso), basato sullo storico e sulle previsioni possibili, dato che il numero e le dimensioni delle aule non può aumentare magicamente oltre un certo limite.
Ho spesso indicato nell'ipocrisia uno dei maggiori problemi culturali dell'Italia. Ipocrités, in greco antico, significava attore. L'ipocrisia è la menzogna dell'attore, cioè condivisa e convenzionale, quella che tutti fingono di prendere per vera. Come il riporto, quella banda laterale di capelli che i calvi stendevano pietosamente sul cranio. Tutti vedevano che erano solo dei poveri fili di capelli, ma si fingeva educatamente che fossero una chioma.
Se ci fate caso, il riporto è scomparso. Sostituito dalla rasatura del capo (modello Crozza) o dal trapianto di capelli (modello Berlusconi). La moda ci insegna i cambiamenti culturali.
L'ipocrisia è infatti in via di estinzione. Perché era legata a codici piccolo borghesi. Nella nuova società globalizzata non c'è più spazio per le pietose bugie. Non c'è via di mezzo tra la brutale verità (la rasatura) e l'artificio (il trapianto di capelli).
E' iniziato il 2010. Come sappiamo, non abbiamo cominciato a contare gli anni a partire dalla nascita di Cristo dalla nascita di Cristo. Non è un refuso. Intendo dire che abbiamo cominciato molto dopo. Il primo a fissare la data fu un certo Dionigi il Piccolo, un monaco scita, in quello che lui stesso fece essere il 525, avendo stabilito che l'annunciazione (e concepimento di Gesù) era avvenuta il 25 marzo del 753 dalla Fondazione di Roma (ab Urbe Condita), e quindi il Natale era esattamente nove mesi dopo. L'uso però cominciò più tardi, nel VII-VIII secolo. Il primo che usò anche la datazione 'avanti Cristo' fu però Beda il Venerabile, santo e storico anglosassone.
Oggi, il sistema di datazione cristiano è usato il tutto il mondo. E' solo uno dei tanti segni del fatto che la cultura occidentale è la cultura 'ombrello' del pianeta. Uso questa metafora perché oggi è evidente, e lo sarà sempre più nel decennio che inizia ora, che non è più la cultura dominante. L'occidente è la 'scatola' dentro la quale tutte le altre culture si sono poste, ma restano e saranno sempre più evidenti le loro diversità. In primo luogo dovremo studiare e comprendere la cultura cinese, la sua storia, la sua economia, perché la Cina sarà la potenza planetaria dei prossimi decenni, se non dei prossimi secoli. Dovremo estendere la nostra conoscenza a stati come il Kazakhistan, che, con 2,7 milioni di kmq, è il nono paese più grande del mondo. Dovremo ricordare che il grattacielo più alto del mondo è la Burj (in arabo 'torre') di Dubai, alta circa 820 metri.
L'altro giorno parlavo con mio cugino e a un certo punto è venuta fuori l'Alfa Romeo Arna. Pochi se la ricordano, ma non tutti l'hanno dimenticata. Uno degli ultimi parti dell'industria automobilistica di stato, prodotta assieme alla Nissan, vinse il premio di auto più brutta in un sondaggio del Sole24Ore del 2008.
Ebbene, non appena il discorso cade sulla sfigatissima Arna, mi torna in mente il suo altrettanto goffo slogan "Chilometrissima Arna". Era l'epoca in cui l'advertising italiano giocava con gli aggettivi (la Fiat Uno fu lanciata con gli slogan "Uno è comodosa", "Uno è risparmiosa", "Uno è scattosa").
Le primarie del PD finora hanno avuto una strana caratteristica, che non si ritrova negli USA: c'è un candidato dell'apparato che si scontra con candidati della base o dei simpatizzanti o addirittura di partitini entrati nel PD. Se il partito-apparato ha un candidato forte, questi non ha veri avversari, come Bersani per la segreteria, e le primarie sono percepite come inutili. Se invece perde, si parla ovviamente di sconfitta del partito. Questo modello -sicuramente temporaneo - è poco vantaggioso, perché il cosiddetto partito, se impone il suo candidato appare non democratico perché si sapeva già l'esito delle elezioni; se il suo candidato invece perde il partito appare sconfitto. La scelta è quindi tra apparire autoritari o perdenti. Non è un granché.
Negli USA non c'è un candidato del Partito Repubblicano o Democratico che si presenta alle primarie del partito sfidando gli altri.
Tutti gli anni, più o meno in febbraio, sposto i messaggi di posta elettronica dell'anno prima in una cartella archivio. Perché sono uno che non butta via niente. Non si sa mai. E poi i bit non occupano veramente posto. Ebbene, quest'anno ho ricevuto 10783 mail. E ne ho inviate quasi 4000.
Più quelle che ho spostato in cartelle di lavoro, che non archivio. Diciamo una su cinque. Facciamo 12 mila mail. Diviso 365f anno 33 mail al giorno.
Certamente, molte sono conferme o pubblicità, o spamming, o circolari dei vari uffici universitari. Messaggi che non sempre mi riguardano o mi interessano. Ma avrei potuto ricevere altrettanta posta cartacea? Sicuramente no. Neppure una media azienda riceveva 30 plichi postali al giorno. Lo so perché ho fatto il postino. Avrei potuto ricevere 33 telefonate? Neppure. Avrei passato metà giornata al telefono.
Questo significa che la posta elettronica ha aumentato notevolmente il volume di informazione personale che una persona riceve. Certamente, a causa del mio lavoro uso molto la posta elettronica, soprattutto per comunicare con gli studenti e i colleghi, probabilmente più della media delle persone. Ma se la mail non ci fosse semplicemente comunicherei di meno.
C'è una costante nelle discussione sulla memoria di Fellini a Rimini. La ritrovo sui giornali e nei discorsi comuni. Ci si chiede sempre 'come far rendere Fellini'.
Ora, che Fellini sia stato uno dei più grandi registi nella storia del cinema, non è in dubbio. Detto questo, Rimini è la sua città natale ma non è stata la città nella quale ha lavorato e vissuto. E' stata però un luogo del quale Fellini ha parlato, in un modo o nell'altro, in molte sue opere. Un luogo del suo immaginario, più che un luogo reale. Fellini non ha mai voluto raccontare la Rimini storica, ma ne ha fatto una città mitica, un territorio della poesia: dunque, universale. Un film come Amarcord fu amato e capito infatti in tutto il mondo.
C'era una volta un paese nel quale non si poteva dire la verità. E' un paese immaginario, perché nel paese nel quale siamo noi, cari lettori, non è così: nel nostro paese la verità si può dire, poiché l'onestà è quasi assoluta e corruzione e falsità sono bandite sia nell'alto sia nel basso della società. Per la verità, in quel paese immaginario, non è che non si potesse dire proprio la verità. La situazione era così: questo paese finto era diviso in due, come il giorno e la notte, la casa e la cantina: c'era il paese vero e poi c'era un altro paese finto, che veniva raccontato nei discorsi, in particolare dai notabili e dai potenti, ma un po' da tutti, nelle situazioni in cui faceva comodo raccontarlo. Nel paese finto di questo paese finto, fatto solo di discorsi, chi parlava era onesto, ed erano onesti in genere i suoi famigliari, e quasi sempre i suoi amici e i suoi compagni di partito, o di qualsiasi gruppo al quale apparteneva. Al contrario, gli avversari (che andavano dai vicini di casa ai tifosi della squadra avversaria, ma soprattutto erano quelli degli altri partiti) erano sempre disonesti, delinquenti, ladri e quasi sempre anche assassini. Questo era vero ovviamente per tutti. In pratica, se un viaggiatore parlava con un cittadino, questo gli diceva: "Caro amico, io e i miei siamo persone affidabili, ma gli altri sono tutti dei delinquenti, stia attento..." Il bello è che ognuno lo diceva, e il viaggiatore aveva l'impressione di un paese sgangherato dove tutti erano nemici di tutti.
Il compito dell'Università è formare persone che possano assumere un ruolo di riferimento nelle organizzazioni (pubbliche e private) e nella società. Dirigenti e professionisti, ma anche persone capaci per cultura ed educazione di una maggiore consapevolezza, raggiunta in quel numero di anni che hanno dedicato alla propria formazione.
Ci deve insomma essere un motivo serio perché la comunità spenda del denaro, e le persone investano anni della loro vita in formazione, invece di entrare subito a nel mondo produttivo. E non può essere solo il denaro. La risposta alla domanda “Ma perché devo studiare 5 anni, sposarmi e fare figli più tardi, scegliere una carriera più lenta, invece di andare subito a lavorare?” non può essere solo “Perché guadagno di più”. Se fosse così, allora solo le lauree che danno salari alti dovrebbero esistere.
In Italia, dalla riforma che introdusse l'elezione diretta del Presidente regionale, i governi, dopo aver vinto le elezioni, non riuscivano a mantenere il sostegno popolare e regolarmente venivano puniti dagli elettori alla prima occasione. Dopo aver battuto il record di durata in carica, Berlusconi rovescia anche questa regola. Piaccia o no, il suo governo gode di un notevole sostegno.
A questo punto, alla sinistra italiana conviene fare un'analisi concreta.
Anche il più ostinato ideologo deve ormai cedere ai fatti: l'attacco a Berlusconi, giudiziario o mediatico, non solo non serve, ma produce l'esito opposto. Inoltre logora la morale pubblica e il sistema giudiziario, che oggi rappresenta un vera catastrofe, una palla al piede dell'Italia. Per citare Andrea Orlando, responsabile giustizia del PD "le cause attualmente pendenti sono più di 5 milioni [...].
Premetto che sono un docente universitario del Polo di Rimini e quindi la mia opinione è influenzata dalla posizione che occupo. Ma mi consente anche una certa visibilità.
Detto questo, vorrei dare un parere sulle notizie di 'affari' di persone e istituzioni col Polo universitario.
Il primo punto è che 'fare affari' è spesso usato, nel nostro paese, per significare attività illecite, come se ogni rapporto economico fosse un reato. Eppure chi usa questo linguaggio si definisce spesso liberale. Il profitto, nelle forme e nei limiti leciti, è del tutto legittimo. Quando poi il profitto non c'è, ma i proventi di una transazione economica vanno tutti a coprire costi e salari, per poter parlare di 'affari' proficui bisogna dimostrare o che i bilanci sono falsi o che vi sono costi impropri.
L'Università, come in ogni paese evoluto, è un centro di ricavi e di spese, e dialoga nelle forme previste dalla legge con i diversi soggetti economici.
Si sentono spesso politici ed economisti dire "Quando usciremo dalla crisi", o "Quando l'economia tornerà nella normalità". A mio modesto parere questa crisi non è un malessere temporaneo. E' l'emergere di un cambiamento geopolitico, cioè di equilibri tra le nazioni e i sistemi economici, ed è definitivo, cioè non torneremo più come prima.
A livello geopolitico, il dato più evidente è il porsi della Cina e dell'estremo oriente come l'area economicamente più forte del mondo. Entro un decennio, la Cina rappresenterà il 60% del PIL del pianeta. Nelle ultime feste natalizie, le aziende cinesi hanno prodotto oltre l'80% dei regali di tutto il globo. La UE dell'Asia, ASEAN, sta procedendo verso accordi monetari che avranno la valuta cinese al centro. Già ora dobbiamo imparare a dire, di fronte a una metropoli sfavillante di luci "Sembra Shanghai" e non "Sembra New York".
Mi scrive un lettore, non una mail, ma una lettera di carta. Firmata, ma mi prega di non riportare il nome. La apro e contiene un foglio scritto e un piccolo foglietto giallo. Lo guardo. E' la ricevuta per un lettino rilasciata da un bagnino.
La lettera dice:
“Caro Proni
[tralascio apprezzamenti per i miei articoli, è logico altrimenti scriveva a un altro] l'altra domenica mi sono recato al bagno [omissis] e ho chiesto due lettini, uno per me e uno per la mia consorte. Per una questione famigliare non eravamo nella solita zona dove ci rechiamo da oltre vent'anni. Il ragazzo arriva con due brandine e io come sempre pago in anticipo. Il giovanotto corre a prendere il resto e noi ci sistemiamo. Quale non è la mia sorpresa quando, assieme agli spicci di resto, il giovane mi consegna una ricevuta, anzi due, una per ogni lettino. Caro Proni, io sono riminese da sempre ma non avevo mai visto questo tipo di documento. Tornato a casa l'ho mostrato ai miei figli e ai vicini. Nessuno aveva mai visto una cosa del genere. Pensando che neppure lei mi avrebbe prestato fede, rinuncio al notevole valore storico di questo pezzo di carta per inviarglielo.
Sono sul treno ad alta velocità da Milano a Bologna. Per un tratto corre lungo l'autostrada. Guardo dei camion e penso "Sono fermi, ci deve essere un ingorgo." Poi mi rendo conto che non sono fermi. Il treno va così veloce che i 90 all'ora dei TIR li fanno sembrare immobili. In effetti, per andare in un'ora da Milano a Bologna, calcolando accelerazione e tratte percorse a bassa velocità, deve raggiungere a pieno regime almeno i 250 all'ora. Persino le auto più veloci, che quando mi superano in autostrada sembrano dei missili, dalla Freccia Rossa sono ridotte come la mia Uno. Godo dunque di una certa rivincita. Non che le Ferrovie dello Stato mi siano simpatiche. In tanti anni di viaggi, per dirla all'italiana, mi hanno fatto patire i sette dolori. E come me a milioni di passeggeri. Dai ritardi impossibili alle coincidenze perse col treno fermo fuori della stazione, dai gabinetti talmente fetenti da dover fare pipì in apnea agli scioperi senza alcun preavviso, dai poggiatesta unti di grasso umano ai locomotori rotti che ti abbandonano in mezzo al nulla. E così via. Si parte e si viene sequestrati corpo e beni e rilasciati quando non si sa (e a volte neppure dove).
Qualche ragione per seguire lo sciopero dei giornali predicato dal nostro Premier forse c'è, a mio parere, anche se non la stessa: troppe pagine sono dedicate alla politica parlata. Cioè sono piene di ciò che i vari leader dicono. Solo in Italia la dichiarazione di un esponente di un partito che ha il 3,5% è una notizia. Se ci fosse solo quello che fanno basterebbe una pagina, forse mezza. Se aggiungiamo anche quello che fanno ma nascondono, diciamo due.
Detto questo, i giornali contengono anche dati interessanti, in questo caso forniti da Istat e Commissione UE, dal Corriere della Sera del 29/6/2010.
Dove troviamo in bella evidenza due numeri. Il rapporto spesa pubblica Pil, vale a dire quanto lo Stato ha speso rispetto a quanto l'intero paese ha prodotto (escluso il nero...) nel 2009. Ebbene lo Stato ha speso una cifra equivalente al 51,9% del Pil, vale a dire poco più della metà. Quantità comunque paragonabile agli altri europei: 51,7% il Regno Unito, un po' di più la Francia (55,6%) e un po' meno la Germania (47,6%). Da dove prendono questi soldi gli stati? Il grosso dalle tasse.
Caldo. Le cicale ossessive nascoste negli alberi si sfiniscono di frinire. Con l'età il caldo da più fastidio, si dice. Ma gli anziani si lamentano anche del freddo. La verità è che con l'età dà fastidio tutto. Caldo. Il cervello va a passo lento, e mi tornano ricordi come nella canzone di Paolo Conte, Azzurro, già questa un ricordo (la cantava Celentano ma è di Conte), e tra questi di quando ero un ragazzino e giocavo a baseball e il pomeriggio alle due col sole a picco si andava al campo dei ferrovieri, una desolata landa di polvere (dove ora c'è il parcheggio) a scaldare i guantoni (come se fossero stati freddi), e a volte ci si trovava Bertoni, il pitcher del Rimini e della nazionale, un ragazzo mi pare di Mantova, lungo e magro, che lanciava raccogliendosi come una molla. Ci insegnava i rudimenti. E ricordo quando con i miei cugini che venivano al mare qui da Roma, si prendevano le biciclette e ci si arrampicava su fino a San Marino, senza borracce, senza caschi, una volta uno di loro se la fece tutta con una Graziella, e poi in cima a cercare una fontana e spanzarsi di acqua e poi giù a capofitto sulla superstrada a sorpassare le macchine in curva. E la sera per riempire i nostri giovanili stomaci ci aspettavano padellate di melanzane e pomodori in gratin, piada e cocomero.
Una buona regola all'estero è non cedere alla nostalgia gastronomica e, dopo tre giorni di lontananza dalla patria, cercare rifugio nel primo ristorante che ostenta una bandierina tricolore. Il rischio è trovare un gestore bengalese che si finge partenopeo, dover scegliere tra spaghetti bolognese e pizza pepperoni (il salame piccante per gli americani), ed uscire avendo oltre la nostalgia anche la delusione.
Tuttavia, quando sei arrivato in Australia, che è veramente lontano, e vedi sulla guida Lonely Planet (un tempo Bibbia del viaggiatore con zaino, o backpacker, oggi vademecum del turista fai-da-te) che a Sydney c'è uno che fa la piada, la curiosità è troppo forte. Il posto si chiama La piadina, e può farlo perché è l'unico in Australia. E' a Bondi Beach, la spiaggia 'in' di Sydney, un po' interno rispetto alla passeggiata. La sabbia di Bondi (pronuncia 'Bòndai') è pulitissima (come tutto ciò che è pubblico, del resto), dorata e farinosa, si estende a mezzaluna in una baia dell'oceano per un chilometro circa. Ahimé, non ci sono 'zone' da comprare né bagnini. La spiaggia è - appunto - pubblica. C'è ancora un vecchio stabilimento bagni dove puoi cambiarti, riporre i tuoi abiti negli armadietti e fare la doccia. Gratis. Va anche detto che qui ci sono centinaia di chilometri di spiagge.
Mount Surprise è nel Queensland nordorientale, nell'outback australiano, vale a dire in quella infinita distesa arida, a tratti desertica, che costituisce la maggior parte di questo continente.
E' una piccola località, con qualche centinaio di abitanti. Ci fermiamo a dormire dopo 470 chilometri di strada in un Caravan Park, in una cabin, che non è una 'gabina' ma quello che noi chiamiamo bungalow, un'altra parola inglese che gli italiani usano a modo loro. Migliaia di australiani, in particolare anziani, girano il loro immenso paese in roulotte (che in inglese si dice caravan, appunto), o in tenda. L'immensa distesa dell'outback è infatti un ottimo posto per stare tranquilli in mezzo a una natura ricchissima. Il sole è forte, l'aria asciutta, le notti fredde, non ci sono pericoli di sorta, ovunque ci sono spazi attrezzati, gratuiti o a pagamento, per fermarsi, dove si trovano altre persone e si può socializzare. Ci sono, in mezzo a questo nulla solo apparente, fiumi, laghi, caverne, vulcani spenti, villaggi abbandonati, e ogni minuscola comunità si sforza di offrire qualcosa di unico, dal museo dello spionaggio alla statua in grandezza naturale del più grande coccodrillo dell'Australia.
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