AUTORE Piccari Nando
C’erano voluti anni di grugniti leghisti, di “lecchinaggio” giornalistico, di grida televisive sulla “sicurezza”, per convincere gli Italiani ad aver fnalmente paura anche della loro ombra; per indurre la maggioranza relativa degli elettori a dare pieni poteri a quelli che “ci pensano loro a far basta con l’immigrazione” - madre di tutte le nefandezze - e a “stroncare la delinquenza” a colpi di minileggi razziali, di fobie rondaiole e di un’elegante collezione autunno-inverno di pattuglioni militari che, per incutere il dovuto timore, non imbracciano il mitra ma esibiscono la foto dello spiritato ministro La Russa.
[{“Se scendono in campo gli imbecilli...”} Non bastava l’abbronzato, qui abbiamo “l’arrosto del barbone”] Neppure la vittoria di Obama è riuscita ad infondere un po' di buonumore in Cacciari, che anzi se l'è presa con chi nel Partito Democratico l'ha festeggiata, dandogli del patetico. La...
[{«I piò znin i'è enca i piò cativ!»} Chi ringhia contro gli studenti non capisce che fanno sul serio] La mia dolcissima nonna Elvira - in dialetto Alvira - era chiamata per tutti “l'Alviron”, sia per la prestanza fisica che per l'attitudine al comando domestico. Nonno Secondo, uomo...
[{Primizie di tardo autunno} Insieme al permesso di soggiorno a punti ci vorrebbe anche un conteggio per i “bianchi”] Dicono che l'altro giorno, nel Michigan, un uomo abbia fatto irruzione in banca tenendo in una mano la pistola e nell'altra, per terrorizzare ancora di più gli impiegati, il...
[{Il Nuovo Ordine Locale} A Montefiore la Sagra della Carfagna ha preceduto quella della Castagna] Un drappello di giulivi giornalisti, non a caso svizzeri, munito di sofisticate apparecchiature, si è rintanato per giorni nelle camere di alcuni alberghi della nostra riviera, a caccia di...
[{A quando il ritorno del frustino nelle scuole?} Ma intanto preoccupiamoci di Luca] Una volta tanto ha ragione Pizzolante. Che si sia trattato di una disposizione ricevuta o di un autonomo eccesso di esuberanza poliziesca, è stata comunque un'inutile concessione “alla scena” che i...
[{Piccola rassegna di autogol estivi} Anche la solidarietà riesce ad “allibire” qualcuno] Autogol a go go in questo scorcio d'estate riminese, ma ho lo spazio per ricordarne solo due. Il più clamoroso è l'altisonante {«boicottiamo Rimini!»} che Giorgio Cremaschi ha invocato su “Liberazione”,...
[{Quanto a cretinate agosto non delude mai} Sconfitto il caro-vita: al Billionaire con “solo” 200 euro] Agosto sta offrendo così tante “cretinate estive” che non so da dove cominciare. Forse dalla Ministra Gelmini, che dichiara di voler imporre la divisa agli studenti delle superiori?...
Egregio Babbo Natale,
nel suo archivio non troverà riferimenti a me bambino poiché la maestra, che ci aiutava a scrivere la letterina da mettere sotto il piatto al babbo (una letterina di carta, non di carne come quelle di oggi), ce la faceva indirizzare non a Lei ma a Gesù Bambino. Al quale, però, non me la sento di rivolgermi oggi, sia perché nel frattempo ci siamo un po' persi di vista, sia per non tediarlo con le mie paturnie, immaginandolo già infastidito da certe recenti gesta vaticane.
Bando ai sottili distinguo ed ai contorcimenti politologici! I responsabili dell'immane massacro di Gaza meritano un aggettivo comune: mostruoso. Mostruoso è l'imbecille furore con cui Hamas ha rotto la tregua, ha ripreso a lanciare i suoi razzi omicidi e ora si fa scudo della popolazione palestinese di fronte alla risposta israeliana. Mostruoso è il cinismo con cui il Governo di Israele ha trasformato quella risposta in uno "sparare nel mucchio", con la statistica certezza che alla fine, fra tanti cadaveri innocenti, "si nasconderà" pure un certo numero di terroristi.
[{Il caso Lugaresi} Anche in politica per crescere bisogna uccidere il padre] Se nei prossimi giorni vi suoneranno alla porta, potrebbe essere l'On Pini, mandato dal suo Ministro della Razza Padanica ad ordinarvi di guardare {Barbarossa}, la fiction nata dalla famosa marchetta telefonica di...
[{Niente di nuovo sotto il sole di Roma (ladrona)} Già duemila anni fa per entrare in parlamento bastava essere fedeli come un quadrupede] Non capisco tutto questo scandalo per il fatto che Berlusconi si sia portato al Governo un buon numero di nullità che hanno l'unico merito di essere da...
[{Questioni di stile} Come trasformare un taglio di bilancio in una vittoria di partito] È del tutto coerente che il Prefetto di Milano abbia giustificato più o meno così la schedatura etnica dei bimbi Rom: “Le impronte digitali? Mica le ha inventate Maroni! Già le prevedeva una legge del...
[{Da Mani Pulite a Mani Legate} Sicurezza è… sospendere i processi “meno importanti” ] Veltroni ci ha provato, ma ormai è chiaro: Berlusconi - come i dittatorelli sudamericani d'altri tempi - sta ritentando di “far prigioniera la democrazia” per non dover rispondere alla giustizia di certi...
[{‘Giovani antichi’ per la nuova Italia} A sinistra o a destra, ma sempre in cattedra] Ripercorrendo l'agenda politica dei giorni scorsi, è divertente costatare come la rituale solennità di certi gesti, o la prosopopea di taluni proclami altisonanti, si siano non di rado mescolate a...
All'indomani delle recenti primarie del PD, mi ha colpito la lezione di stile del Sindaco di Misano, Antonio Magnani, che pur non nascondendo un'amara delusione, ha preso atto della sconfitta con grande dignità. Altri, invece, si attardano ad accusare chi li ha battuti di aver ricevuto voti anche da persone politicamente distanti. A prescindere dalla quantità, pure gli sconfitti hanno beneficiato di simili adesioni: le regole lo permettevano, anzi lo favorivano, trattandosi di primarie aperte a tutti, senza un predefinito elenco di potenziali elettori. Non è dunque un tantino fuori luogo sollevare “ex post” obiezioni di principio?
Checché ne dica la congrega dei guitti televisivi del giovedì sera (il tronfio Santoro, il “sintatticoleso”. Di Pietro e il “come mi piaccio” Travaglio, che insieme reggono il sacco del pattume da cui fuoriescono i miasmi del “Grillo delirante a pagamento”) meno male che la Repubblica ha un Presidente della levatura di Giorgio Napolitano!
I capi corrente hanno dunque costretto Veltroni alla resa agitandogli contro il “lodo Crozza” sul suo presunto indecisionismo. Si toccherà presto con mano come il tanto irriso ma anche, coniato dal geniale comico genovese, altro non sia che l'attitudine ad operare “sintesi aperte”, provvidenziale in un partito “in divenire”, che cresce se si sintonizza con le mille contraddizioni di una società complessa e depressa. Si capirà pure che il ma anche è casomai una fuga in avanti rispetto all'immobilistico non ancora generato dall'incrociarsi dei veti correntizi.
Anche se non ci vogliamo molto bene, non posso non solidarizzare con Berselli, assalito da Pizzolante a male parole che solo su “La Voce”compaiono un po' attenuate, perché lì, per contratto, devono tradurre in “italiano educato” le sue interviste grondanti di bile. Due sono le colpe del capo di AN: non credere al dogma dell'infallibilità elettorale dell'iracondo onorevole di Forza Italia, facendo anche piangere il “socialista” Lugaresi, tenutario del bugigattolo online da cui proviene un martellante “Pizzolì-pizzolà/pizzoliamo la città”; e neppure accettare che egli abdichi a favore del “giovane aiutante” Lombardi, preferendogli il proprio “anziano attendente” Zilli.
[{Politica e grammatica} Il berlusconismo passa anche dall’appiattimento della lingua] Ci sono piccole cose che, pur avendo conseguenze pratiche vicine allo zero, aiutano a capire quali...“mala tempora currunt”, meglio di tante eclatanti questioni con cui è costretta a misurarsi la nostra...
[{Il parlare schietto è riservato solo ad alcuni?}] [In Italia il vento del nord, a Riccione i “bollini-santità”] Vedo che in questi giorni, in mezzo a tanta “ginnastica autocritica”, non manca chi spiega la vittoria della destra con la sua “meritoria” capacità saper parlare il linguaggio...
[{Il parlare schietto è riservato solo ad alcuni?}] [In Italia il vento del nord, a Riccione i “bollini-santità”] Vedo che in questi giorni, in mezzo a tanta “ginnastica autocritica”, non manca chi spiega la vittoria della destra con la sua “meritoria” capacità saper parlare il linguaggio...
[{Crociate di cui fare a meno} Stessi avversari per Casa del Cinema e Domus del Chirurgo ] Oggi eviterò di fare come la volta precedente. All'indomani del risultato delle politiche, infatti, ho dovuto cestinare ben due “prove d'articolo”, per le evidenti tracce di bile che contenevano, prima...
Quando il mio buonismo ha bisogno di un'azione caritatevole verso qualche pietoso “caso politico”, mi aggiungo ad un piccolo drappello di masochisti e vado su www.libera-lugaresi, il personale sgabuzzino online dell'unico “comunista spretato” che sia riuscito a diventare, contemporaneamente, “pizzolantiano” di complemento, aspirante leghista, neo-moralizzatore urbanistico e orecchiante socialista. Mi è così capitato di leggere di un mio presunto obbligo a concordare quanto scrivo in questa rubrica con Salvatore Bugli, il “potente” leader della CNA raccontato come il dispotico editore di “Chiamami Città”. Se ciò fosse vero, mi troverei in imbarazzo nel continuare a parlar male di Berlusconi, ora che Bugli ha appena detto, in un'intervista, di non trovarlo quel personaggio negativo che viene dipinto, attribuendogli un voto appena inferiore a quello del Sindaco di Rimini. A dimostrazione che i soliloqui di www.tana-liberarimini sono aria fritta condita di spacconeria, persevererò nel mio peccato, continuando nel contempo a voler bene a Salvatore, nonostante... questa sua piccola macchia; comprensibile in chi abbia il non invidiabile ruolo di tenere assieme... il “diavolo milanista” di Berlusconi e l'acqua santa con cui ha certo più dimestichezza Ravaioli.
“Bdoc arfat”: pidocchio rifatto. Il dialetto aggiunge efficacia alla definizione popolana che bolla chi, con espressione più raffinata, è anche chiamato “parvenu”: colui che pensa che i soldi lo rendano di per sé affascinante e simpatico; ma poi, a cena nel ristorante chic, chiama il cameriere battendo il cucchiaio sulla bottiglia e reclamando a gran voce che “è finito il champagne”.
Mettiamo che in un paese di buontemponi un siffatto personaggio diventi capo del governo e partecipi alla riunione dei più grandi leader del mondo.
Che monotonia il giovedì sera di Rai2! Più che Anno zero dovrebbero chiamarlo “Di Pietro day”, dal momento che un sempre più bolso Santoro lo costruisce immancabilmente attorno all'evanescenza dialettica e all'arrancante sintassi gesticolata del “Tonino dei Valori”. Ad eccezione di qualche occasionale saggio della scemenza pseudo-comica che il Pappagrillo porta in giro per l'Italia a pagamento, tutto il resto è contorno; sia che si tratti del “quanto mi piaccio Travaglio”, o dell'imitatrice da parrocchietta Guzzanti, o di quel geniale “stalinista della vignetta” di Vauro. Ciò che più infastidisce è che poi, al venerdì, tu che credi sul serio che la libertà di espressione debba essere salvaguardata in tutte le sue forme, compresa la predicazione televisiva rozza e spocchiosa, sei costretto a difendere quel plotoncino di allegri narcisisti dalle aggressioni dei cultori del pensiero melmoso alla Gasparri; pur sapendo che per gli auto-compiaciuti martiri del tubo catodico quelle aggressioni sono manna dal cielo, ragione di vita, condizione di remunerato successo professionale; e che per questo le hanno scientificamente ricercate ed invocate.
Lungi da me l'idea di sottovalutare l'allarme per questa febbre di origine suina. Bisogna però ammettere che ogni volta che il mondo è alle prese con gli effetti di qualche catastrofica scemenza provocata dai potenti della terra, ecco arrivare puntualmente, quasi per provvidenziale coincidenza, un mansueto animale da fattoria a rubare i titoli d'apertura con la sua minaccia di pandemia: ieri la mucca inglese e il pollo cinese, oggi il “baghino” messicano. Mentre va ripetuto che non comporta alcun rischio mangiare carne di maiale, non è invece ancora ben chiaro se siano infettive pure le porcate metaforicamente intese, né se il contagio possa trasmettersi anche attraverso la diffusione del “pensiero maialesco”. Nel primo caso è bene non avere a che fare con la produzione legislativa di Calderoli; nel secondo, si raccomanda di tenersi prudenzialmente lontani da Borghezio.
Che bello se fossimo un po' più “l'Italia con la schiena dritta” di Napolitano e un po' meno “l'Italia carponi” di Berlusconi! L'Italia che fa finalmente incontrare - per di più al Quirinale - Gemma Calabresi e Licia Pinelli; non quella che, insieme alle ronde, prepara una nuova stagione di istigazione all'odio e alla coglionaggine, due inseparabili facce della stessa medaglia. L'Italia che denuncia in perfetto inglese, dinnanzi alla Conferenza del Centro Europeo delle Fondazioni, la dilagante «retorica improntata a razzismo e xenofobia»; non quella che teme e nega di stare diventando multietnica e si intossica delle grevi litanie leghiste, recitate con quell'insopportabile cantilena gutturale. Una delle ultime, parla di vagoni “anti-terun” sul metrò, da riservare ai soli milanesi; ne è ideatore quel Matteo Salvini, capogruppo del Carroccio a Milano, già distintosi come campione di cretinaggine leghista per gli insulti a Ciampi ed in cento altre occasioni. Io non auguro il male a nessuno, sia chiaro; se però costui, una volta o l'altra, scendendo le scale di Palazzo Marino inciampasse in una delle sue tante stronzate, procurandosi qualche settimana di busto gessato, credo che non riuscirei a dispiacermene.
Oreste Capocasa torna dunque a Rimini, nuovo Questore di questa provincia che ne ha già apprezzato le gesta di “splendido poliziotto”; e dove ad accoglierlo, insieme all'ufficialità istituzionale, sarà l'affettuoso saluto di quanti hanno potuto conoscerne le dote umane, oltre che professionali. Dovrà fare i conti con le precarie condizioni, logistiche e di organico, di una Questura che, nei fatti, non è molto dissimile dal gracile Commissariato che lasciò un po’ di anni fa; innanzi tutto perché ancora sprovvista di un sede decente, a causa del gigantesco concorso di insipienze che ha generato l'incredibile e grottesco “pastrocchio Damerini”. Ma ci metterà l'anima, Oreste Capocasa, così come fanno ogni giorno migliaia di appartenenti alle forze dell'ordine, checché ne dica Brunetta.
È il caso di dire che Pizzolante sia rimasto con la bottiglia vuota in mano! Il rumoroso trascinatore del PDL riminese (detto per questo “il trattore della libertà”) aveva millantato ai quattro venti di aver debellato -insieme al “buana padano” Pini- il proibizionismo a ore di Giovanardi. “L'etilometro della libertà” ha invece prontamente ripristinato la norma in base alla quale uno può “fare la gatta” anche ogni sera, purché si finga astemio dopo le due di notte.
Oltre a questa, un'altra tegola stava per abbattersi su chi vende alcolici, specie gli importatori di champagne che, credendo al preannunciato 42% del PDL alle europee, avevano rafforzato gli ordinativi in previsione di tanti brindisi in onore di Berlusconi. Per fortuna, a non lasciare invenduto quel surplus di mercanzia è poi arrivato il voto della Camera sulla legge che di fatto abolisce l'uso delle intercettazioni per scoprire e perseguire il crimine; cosicché è tutto uno stappar bottiglie da parte di ladri, truffatori, stupratori e aspiranti criminali, i quali festeggiano l'insperata impunità che d'ora in poi sarà loro assicurata.
Gran sospiro di sollievo per Lombardi, che a maggio dichiarava: «Sono preoccupato. Sono quasi sicuro di vincere»! Lo confortava pensare che già nel ‘94 e nel ‘96, battendosi “uno contro uno”, aveva perso contro Grassi e Andreatta; ma lo tormentava la non certezza di perdere pure con Vitali. Colpa di quel «Rimini cadrà, Berlusconi ci crede» che Capezzone, mandato apposta da Roma, gli sussurrava col suo modo soave da Arcangelo Gabriele che annunzia il verbo berlusconiano. Si era poi aggiunto l'autorevole pronostico della Scuola Superiore di Studi Politici “Mario Urecia” di Viserba, diretta da Lugaresi che ormai passa le giornate ad implorare che qualcuno vada a dargli una mano a “liberare Rimini”, perché non può fare tutto da solo.
Per rassicurare Lombardi ed aiutarlo a perdere, è così partita nel PDL una generosa gara di solidarietà: un gigantesco “fuoco amico” contro il suo slogan rivoluzione moderata; rispetto al quale, per esservi conseguente, Lombardi avrebbe dovuto suscitare un'immagine di sé rilassata e paciosa, fatta di risini all'olio, salutari passeggiate, pisolini pomeridiani con la borsa dell'acqua calda. Invece tutt'intorno a lui era un gridare “vi spezzeremo le reni”, con la nerboruta regia di Pizzolante, i cui esami del sangue evidenziano consistenti tracce di sfollagente. In più, un interminabile sciame di ministri a spararle grosse: dall'Addolorata Carfagna («nella lotta alla prostituzione mi sono ispirata a Don Oreste») alla Brambilla, neo-ministra pon pon al turismo («aiuti dal Governo solo se vince Lombardi»).
È estate, ma non mandiamo in vacanza il bisogno di trovare risposte alle grandi domande che la vita propone. Per esempio, non s’è ancora spenta la disputa su chi -Meucci o Graham Bell?- sia l’inventore del telefono, quand’ecco irrompere un nuovo appassionante quesito: chi ha inventato la Notte Rosa? Fino a ieri non avevamo dubbi: Andrea Gnassi. Ma oggi La Voce, maestra nell’unire il futile al dilettevole, insinua che il merito sia del “Verde” Luigino Garattoni. Prima che a qualcuno venga in mente di farci sopra altre primarie, sarà bene fidarci una volta tanto dell’apparenza: basta un’occhiata per cogliere di Gnassi “le phisique du role” del plausibile inventore de “la nuit en rose”; mentre Garattoni comunica di sé l’immagine di chi, al massimo, può aver inventato la grigliata mista. Ha suscitato un dibattito divaricante anche il manifesto de Le fantastiche 4, le ammiccanti fanciulle che pubblicizzano le sedi romagnole dell’Ateneo bolognese portandone i nomi stampati sui seni procaci, ancorché debitamente coperti.
La necessità di interpretare a posteriori la norma che sanziona la pericolosa categoria degli ubriachi in bicicletta non è dunque una mia ironica trovata della volta scorsa: è proprio la legge appena votata dal centrodestra a richiedere quelle vere e proprie “patacate interpretative”.
Ne è nato un dibattito talmente dotto da meritare l'intervento dell'on. Pizzolante, che a Rimini, quando non gira in autoblindo, può considerarsi il primo “ciclista della libertà”. Egli ci rassicura a mezzo stampa: tranquilli, Maroni non ritirerà la patente-auto al ciclista beone, gli confischerà solo il biciclo. Ma qui sorge un ulteriore dilemma: cosa fare delle bici sequestrate? Tremonti vorrebbe trasformarle in buoni del tesoro, il ministro Padre Rotondi usarle come ex voto, Giovanardi portarle senz'altro in discarica, pur senza accedere alla pretesa leghista di riservare ugual sorte anche ai relativi ciclisti, se “negri o terroni”.
Francamente non capisco lo stupore ed il corollario di illazioni con cui i soliti “giornali della sinistra” hanno accolto il trapelare della notizia che Berlusconi si accingerebbe a far visita a Padre Pio. É vero che i suoi consiglieri ci hanno messo un bel po' a spiegargli che il Beato di Pietralcina non è più di questo mondo, per cui sarebbe un'inutile perdita di tempo pensare a quale regalo portargli; così come hanno dovuto smontargli la convinzione che San Giovanni Rotondo sia una frazione di Porto Rotondo; e soprattutto hanno molto faticato a chiarirgli che, una volta al cospetto dei confratelli del santo frate, sarà lui, Berlusconi, a doversi inginocchiare al cospetto di uno di loro per confessarsi e non viceversa, magari con l'aggiunta di qualche prezioso consiglio su come migliorare la “gestione imprenditoriale” del venerato santuario. Ma tutto questo non giustifica l'ironia, al limite dell'irrisione, con cui si è iniziato a commentare un gesto che Prodi, nonostante la sua vanteria di “cattolico adulto”, si è ben guardato dal compiere.
Se le patacate politico-giornalistiche avessero un effetto rinfrescante, in questo agosto riminese dovremmo girare col cappotto. Ha iniziato “La Voce”, che sta ancora elaborando il lutto per l'ennesima batosta elettorale del suo sponsorizzato Lombardi e cerca dunque ogni occasione per prendersi un brodino. Di qui il patetico tentativo di controbilanciare lo zoccolame mediatico di certe frequentazioni berlusconiane con l'infortunio familiare - imbarazzante quanto incolpevole - di Jamil, il neo-assessore provinciale dal cognome impronunciabile il cui padre ebbe la sventura di affittare, con tutti i crismi della legalità, un appartamento che in seguito si scoprì essere utilizzato dal locatario per appuntamenti piccanti.
Abbiamo poi assistito alla ricaduta riminese di due recenti casi di “scemenza legislativa sulla sicurezza”. Grazie al primo, anche da noi ci sono tutori dell'ordine distolti da ben più urgenti incombenze per andare a caccia di bici da multare. Sembra il film della mia infanzia, quando con mio fratello Dede guardavo dalla finestra la Via San Marino, all'epoca percorsa quasi solo da biciclette; e dove talvolta -anch'essi pedalando - arrivavano i carabinieri a multare qualche ciclista con la bici sprovvista di campanello, o che teneva il manubrio con una mano sola. L'altro caso ha invece l'amaro sapore di un dramma esistenziale venato di xenofobia: in omaggio al diktat “maronita”, due fidanzati - una commerciante riminese e un immigrato pakistano - al momento di sposarsi sono stati respinti sulla soglia del municipio, perché lui era sprovvisto di permesso di soggiorno.
Il territorio della Repubblica di San Marino, che gode di millenaria autonomia, in quanto a “geografia fisica” resta pur sempre un pezzettino di Nord Italia: il solo, fino a ieri, non ancora inquinato dai miasmi leghisti. Ma questa condizione di “ecologia politica” si è guastata giorni fa, col festoso incontro fra due suoi governanti, sia pure di rango inferiore, e tale Gian Paolo Gobbo, portaborracce di Gentilini, il caporione leghista di Treviso che vuol travestire gli extracomunitari da leprotti e far loro sparare dai cacciatori padani. Dietro all'incontro è facile scorgere l'astuta regia di Gatti, l'Andreotti-bonsai sammarinese che, in ossequio al suo cognome, impera da sette vite. Egli spera così di rabbonire Tremonti, il nume tutelare dei “leghisti di governo” che sta pericolosamente brigando per scoperchiare i tanti vasi di Pandora amorevolmente custoditi nelle banche del Titano.
Nonostante le tante “reti” a protezione dell'evento, la televendita “porta a porta” delle casette di Berlusconi è incappata in un'ingloriosa caduta di audience. La cosa è consolante solo a metà: non ci si può infatti nascondere che in un paese normale sarebbe stata la pubblica decenza, prima ancora che la corretta informazione, ad impedire quell'esibizione di onanismo televisivo di un anziano sovrappeso che, usando Vespa per Viagra, si auto-esaltava vanagloriandosi di aver battuto ogni record, a cominciare da quello di De Gasperi. Se non fosse arrivata la provvidenziale telefonata di Casini a fargli perdere il filo del soliloquio, ci avrebbe pure raccontato di quando strappò il record dell'ora a Moser, dicendosi inoltre certo, se solo lo volesse, di riuscire a far meglio della Simeoni nel salto in alto. Perché lui è l'uomo del fare, che merita di auto-decorarsi con un'infinità di medaglie: il “bidone” del ponte sullo stretto? Fatto! I folcloristici accordi col vecchio amico Putin e col nuovo amico Gheddafi? Fatti! La scelta di ripiombare nel nucleare anziché privilegiare l'eolico e il fotovoltaico? Fatta! Le escursioni di ragazzotte a Villa Certosa? Fatte anche loro, sia detto senza alcun doppio senso.
Se a tutt'oggi non gli è ancora riuscito di camminare sulle acque, non è per il troppo peso di quelle sue scarpe col rialzo, ma è colpa di un manipolo di farabutti che si ostinano a non inchinarsi alla sua grandezza ed anzi lo boicottano su giornali e televisioni di sinistra. Per non parlare di quello sfaticato di Fini, le cui prese di posizione hanno fatto versare pubbliche lacrime di delusione perfino a quella santa donna della Cingolani, la discepola di Gasparri che siede in Consiglio Comunale a Rimini.
Mai avrei immaginato che alla "Banca Etica" di Rimini avessero l'avventatezza di imitare le turpi gesta anti-italiane di chi, con "l'invidia tipica della sinistra", procura delusione e sofferenza a Berlusconi, ostinandosi a non riconoscerlo "L'Uomo della Provvidenza 2". I dirigenti di quel meritorio istituto creditizio hanno infatti preannunciato che rifiuteranno i soldi provenienti dallo scudo fiscale perché «mancano del requisito fondamentale della trasparenza». Non si stupiscano, dunque, di trovarsi presto inseriti nell'elenco dei "cultori dell'odio", aggiornato con quotidiana diligenza dai ragazzi di bottega Cicchitto e Capezzone, che poi lo passano a Feltri perché provveda come lui sa, col suo Giornale a canne mozze.
Le opportunità offerte dall'uso del computer si mescolano a forme di scemenza informatica che non sempre si limitano ad uno sfaccendato spettegolare su Facebook. Vi sono idioti che promuovono gruppi denominati "Uccidiamo XY", fatti passare per semplici provocazioni. Finché il truce sberleffo non ha toccato Berlusconi ma "solo" decine di altri personaggi pubblici, è passato per una sgradevole goliardata, immeritevole di preoccupazione governativa. Solo alla comparsa di "Uccidiamo Berlusconi" si è finalmente ascoltata in TV la doverosa reprimenda di Maroni, con quella sua parlata da salumiere della Brianza prestato alla nazione; e la giusta stigmatizzazione dell'Angioletto Alfano, che invece ci tiene a mostrarci il suo sforzo di finto pensatore. Di fronte alla sacrosanta decisione di oscurare quel sito e denunciarne gli aderenti, qualcuno si è però chiesto perché un analogo decisionismo non abbia sanzionato anche gli altrettanti "uccidiamo tizio" che girano su Internet. Che domanda! Non si può mica pretendere che il decisionismo del governo venga sprecato per ogni quisquilia: va tenuto per le grandi occasioni, come la riforma dell'università. Qui l'algida Gelmini è stata perentoria: "Basta con i ricercatori precari a vita"; che così d'ora in poi, dopo un tot di anni, saranno finalmente...licenziati. Sul precariato è poi arrivata l'ulteriore zampata di Tremonti: "La flessibilità? Mille volte preferibile il posto fisso!" Di qui l'invocazione "santo subito!" di Bonanni, lo stizzito vade retro della Marcegaglia e un dibattito degno del Catalano che in "Quelli della notte" di Arbore si chiedeva: "Meglio essere belli e ricchi o brutti e senza un soldo?"
Pretendere che la giustizia non abbia il tratto della vendetta, neppure nei confronti del peggior criminale, non contraddice il naturale senso di ripulsa che suscita un assassino; tanto più se, in vista della meritata condanna, abbandona la feroce baldanza per un indecoroso piagnucolio, da presunto perseguitato. Mi è pertanto indifferente che quell'orrido figuro di Cesare Battisti "minacci" di portare alle estreme conseguenze lo sciopero della fame se il Brasile deciderà finalmente di estradarlo in Italia, ponendo fine ad una farsa che ha già leso il prestigio e la credibilità del suo presidente. Se invece Lula vorrà tenersi quel vile, assisteremo ad una schifezza politico-giudiziaria ancora più rivoltante di quelle a cui siamo abituati in Italia, dove una servile pavidità sforna continui salvacondotti truffaldini all'utilizzatore finale Berlusconi: l'ultimo, ipocritamente chiamato processo veloce, è un vero capolavoro di pirateria giudiziaria.
L'aggressione di Berlusconi a Milano va condannata, punto e basta; ed è giusto che i primi a farlo siano coloro che non smetteranno di considerarlo un ricco attaccabrighe da condominio circondato da super-pagati dottor Stranamore, da fermare però non “con ogni mezzo”, ma con “tutti gli strumenti della democrazia”. Detto questo, non sarà l'idiozia dei distinguo di Di Pietro a giustificare la “caccia al mandante” del pazzoide di chiara fama che l'ha aggredito; un caccia già cominciata nelle caverne redazionali di “Libero” del “Giornale”. Né saranno le probabili vignette di Vauro a legittimare il protrarsi del lamentoso «Ce l'hanno tutti con me» a cui Berlusconi è già ricorso di fronte al sarcasmo e all'indignazione di mezza Italia e di tre quarti d'Europa per quel suo delirio di Bonn, di fronte all'allibita Merkel: una concitata esaltazione dei propri testicoli, dolorosamente offerti alla patria per fare argine al Partito dei Giudici, l'ultima delle reincarnazioni che il comunismo sta tentando dall'aldilà.
Forse è colpa dell'Epifania che, insieme a tutte le feste che proverbialmente si porta via, quest'anno deve aver trafugato anche le ultime scorte di bontà che il Natale riesce a procurarsi con sempre maggior fatica. Così, mentre scrivo, a Rosarno è in pieno svolgimento il tentativo di “mattanza dei negri”, ordinato dalla 'ndrangheta -il vero governo del territorio- i cui capi considerano quelle migliaia di disgraziati una loro proprietà commerciale. Per decenni li hanno offerti come manodopera a prezzi stracciati alla “brava gente” che coltiva il pomodoro; oggi che invece vogliono disfarsene, per rimpiazzarli con rumeni più malleabili e meno costosi, arruolano la medesima “brava gente” perché li vada a massacrare.
Devo far presto a scrivere perché ho fretta di andarmi a costituire. Stamattina, percorrendo in auto Via Titano, mi è volato in bocca uno di quei peluzzi galeotti che ogni tanto fuoriescono dal mio infagottante piumino, non propriamente di boutique; ed io, soprappensiero, ho abbassato il finestrino e l'ho sputacchiato fuori. Fino a ieri avrei commesso solo un atto di imperdonabile maleducazione, ma oggi si tratta di ben altro: ho letto che il Biconsigliere Renzi, con una delle sue prime centotrentasette interpellanze del 2010, ha fatto introdurre a Rimini il “reato di sputazzamento”, rumoroso e non. A lui sarebbe bastato un provvedimento limitato alla multiforme varietà di “marocchini” con cui è costretto a condividere la sua Borgo Marina; ma non volendo sfidare il “buonismo della sinistra”, si è rassegnato a proporne l'estensione all'intero territorio comunale: un'ammenda di tot euro a tutti gli scaracchiatori, con maggiorazione del duecento per cento a quelli di pelle scura.
Chi l'ha detto che la sola preoccupazione del centrodestra sia “strologare” l'ampia varietà di trucchi giudiziari di cui Berlusconi ha bisogno come...il caviale? Magari l'unico scempio fosse a danno della “giustizia uguale per tutti”!
Prendiamo l'accoppiata Maroni-Sacconi. In tempi normali, i due bighellonerebbero per osterie a sfidarsi a briscola; invece oggi, da ministri quali incredibilmente sono, si dilettano ad inventare la “patente a punti” per gli immigrati. Ognuno dei quali avrà il suo libretto con un tot di punti e per conservarli dovrà dimostrare non solo di saper parlare e scrivere in buon italiano, ma di conoscere la Costituzione, la cultura, il sistema sanitario e fiscale del nostro Paese. Ogni tanto passerà un esamino e se risulterà impreparato perderà i punti e verrà rimandato: non a settembre, ma a calci in culo da dove è venuto. Passi per Sacconi, che del suo passato di socialista conserva la dimestichezza con la lingua italiana; è invece il colmo che a pretendere simili prestazioni dagli immigrati sia un gerarca della Lega, al cui interno ci si esprime per lo più a gesti e suoni gutturali, si irridono Costituzione e tricolore e, al solo udire la parola “cultura”, Borghezio corre a tirare lo sciacquone.
Appartengo a quella minoranza di italiani che si caverebbero un occhio piuttosto che vedere il Grande Fratello, che non sono tentati dal multiforme chiacchiericcio dei ballatoi informatici, che non si sentiranno in colpa per essersi persi Avatar. Inoltre, da quando sono preda dello “snobismo di certa sinistra” ho anche smesso di guardare il festival di Sanremo (Bersani non me ne vorrà), con due eccezioni di pochi minuti: per godermi Benigni, non ricordo quando; e l'anno scorso, per ammirare lo stile impeccabile dell'amico Umberto Calandrella, l'arcinoto ex Prefetto di Rimini, impegnato nelle premiazioni in veste di Commissario Straordinario della Città dei Fiori.
L'altra sera non ho dunque potuto solidarizzare in diretta col pubblico spernacchiante e con i poveri orchestrali, increduli per il verdetto a favore della goffa prestazione di “sua bassezza canterina” Emanuele Filiberto; la cui esibizione, in perfetta sintonia con una canzone idiota, è stata un'altra occasione per coprirsi di ridicolo e proseguire sull'invereconda strada del suo degno genitore (so che lo pensa anche quella squisita persona del monarchico Ruzzier).
Pensate la cosa al passato e a parti invertite. Un tontolone, diciamo in Campania, è in fila per presentare la lista del centrosinistra; preso dall'improvvisa voglia di pastiera napoletana abbandona il suo posto e quando torna è già scaduto l'orario di legge per la presentazione: quindi by by Bassolino. Ma all'indomani Prodi cambia retroattivamente quella legge, con la scusa di interpretare la volontà del "defunto legislatore" di quarant'anni fa, il quale avrebbe inteso affermare l'alto principio costituzionale che "basta l'intenzione". Ve l'immaginate il finimondo? Bossi che grugnisce in ostrogoto su e giù per la Padania/Pirlandia; migliaia di matrone ingioiellate in piazza coi loro "cagnolini della libertà"; le signorine di villa Certosa a farsi fotografare, per protesta, rigorosamente vestite.
Tonino Guerra ha compiuto novantanni. A regalargli delle parole mi sentirei inadeguato e presuntuoso. Al massimo posso restituirgli qualcuna di quelle che alimentano il magico e avvolgente rincorrersi di suoni nelle sue poesie, o i colori e le forme della giocosa malinconia dei suoi disegni, o quei racconti di inarrivabile forza e dolcezza che al cinema ci hanno preso il cuore. Parole per emozionarci della sua emozione; che ci conducono per mano a cercar di capire un po' meglio i mille risvolti, gradevoli o temuti, della nostra umana condizione; e che abbiamo imparato a raccogliere e custodire, perché poi, vivendo, le rivedremo spuntar fuori quando più forte sarà il bisogno di assaporarne la riscoperta.
“Dopo la banda, i fuochi”, dice un proverbio che irride chi arrivi in grande ritardo. Come il Garante delle Comunicazioni, che ha aspettato la fine della campagna elettorale per condannare (anzi, condonare) il collaborazionismo di TG1 e TG5 nei confronti di “sua proprietà” Berlusconi. Credo tuttavia che se anche il neo-acquisto Servolini ed il sempre-prono Mimum non avessero fatto strame della par condicio, il responso delle urne non sarebbe cambiato; così come sarebbe risultata ininfluente ogni diversa conduzione elettorale da parte del PD, con buona pace di quei suoi dirigenti, nazionali e locali, che aspettano sempre il giorno dopo per farsi travolgere da una valanga di certezze retrospettive. Perché è illusorio sperare di sconfiggere Berlusconi in una “singolar tenzone elettorale”, sia pure condotta con le armi della “buona politica” (i programmi, le idee, o anche i sogni di cui parla Vitali). Servirebbe una costante “manovra d'aggiramento” del berlusconismo, che bonifichi la grigia palude nella quale il progressivo affievolirsi dell'etica collettiva lo fa prosperare, e nelle cui torbide acque tanti Italiani trovano un confortevole habitat culturale e comportamentale: un coacervo di paure, frustrazioni e ambizioni a cui, però, dedicare pochissimo impegno personale; di qui la delega incondizionata a Lui, che vede e provvede. C'è chi quella delega gliela dà votandolo e chi gliela conferisce con un astensionismo che penalizza “la concorrenza”; ma c'è anche chi la rafforza “per imitazione”, rifugiandosi in un berlusconismo di sottomarca quali le liste a cinque...stalle del grande spalatore di letame Grillo, propugnatore di un analogo leaderismo messianico che si alimenta di rozzezza e banalizzazione; checché ne pensi lo stravagante consigliere PD Pazzaglia, che prima fa dichiarazione di voto per i “grullini”, poi lamenta lo scarso risultato del centrosinistra.
"Se Atene piange Sparta non ride", viene da dire assistendo al tormentato dopo-elezioni. Nel centrosinistra, alla proverbiale "sindrome di Tafazzi" del PD si aggiunge la più recente propensione di Rutelli - parlandone da politicamente vivo - a spiegare le ripetute sconfitte con il "metodo Nostradamus": "io l'avevo detto che sarebbe finita così!" C'è poi l'autorevole pensata di Prodi: «il PD diventi un partito federale!» A parte il fastidio per l'insopportabile vulgata federalista (da folcloristico randello del leghismo primordiale, il federalismo pare oggi diventato l'assurdo toccasana per ogni male italiano) la ricetta del Professore fa pensare ad un luminare della medicina che, auscultati cuore e polmoni e presa visione delle lastre, se ne esca con la perentoria prescrizione terapeutica di cambiare il pigiama al malato.
Quanto sta succedendo nel centrodestra è visibile in tutta la sua dirompente evidenza: i "portatori sani" dell'idea di una destra fondata sulla dignità politica e non sul gioco delle tre carte, paiono decisi a mettere a nudo "cosa c'è sotto" il cerone e la logorrea mercantile del loro ormai bollito leader. Quando uscirà "Chiamami Città", forse già si saprà se ci saranno riusciti; in ogni caso, nulla sarà più come prima nel PDL.
Cosa immaginare di altrettanto dissonante del Berlusconi che, agghindato da aspirante presidente dell'auspicata Repubblica Padronale, conciona sul 25 Aprile a reti unificate? Un canto gregoriano intonato da Califano? Nicholas Farrel che relaziona su “Astemio è bello”? L'esaltazione di Madre Teresa di Calcutta affidata ai labbroni siliconati della Santanchè? É comunque preferibile lui che il 25 Aprile legge dei vecchi appunti del fu socialista Cicchitto o del già comunista Bondi, allo squallido controcanto inscenato da campioni della destra quali il neo-governatore leghista del Veneto, Zaia («gli ex partigiani sono come i vietcog»), o il presidente post(?) neofascista della Provincia di Salerno, quel “Cirielli del lodo” che, scimmiottando il penoso Pansa ridottosi a scrivere su “Libero”, sentenzia che i Partigiani «non combattevano per la democrazia» ma per sostituire «all'esperienza (sic!) fascista una dittatura comunista.»
Ui vò un curag cumè mazè un lioun: ci vuole un coraggio come ad uccidere un leone". Ricorro ancora una volta al fascino intelligente del dialetto (nulla a che fare con la clava troglodita a cui lo riducono i leghisti) per commentare alcuni fatterelli riportati dalla stampa, frutto di un mix di arditezza ed autolesionismo. Un Consigliere Comunale di Poggio Berni (non ricordo il nome e me ne scuso) ha motivato la richiesta - legittima, sia chiaro - di avere più spazio sul notiziario del Comune portando come esempio di pluralismo nell'informazione, indovinate chi? «Il Berlusconi editore, che ha dato lavoro anche a Santoro». A Riccione ha invece combinato un'altra delle sue lo scalpitante Usai, il "puledrino della libertà" che gli altri Consiglieri del PDL non perdono occasione di trattare come un mal-sopportato narcisetto. Per costui, il modo migliore di condurre una certa battaglia contro la Giunta è consistito nel diffondere "urbi et orbi" il numero di cellulare del Sindaco Pironi, con l'invito ad usarlo per dirgli robacce. Non capisce, l'acerbo Usai, che una simile mossa equivale al classico "parlar di corda in casa dell'impiccato", poiché proviene da quel "giro" che, con la scusa della privacy, si appresta a far felici mafiosi, ladroni e malfattori d'ogni risma, con l'imminente legge che renderà le intercettazioni pressoché irrilevanti nella lotta al crimine.
L'esimio Dirigente dell'Ufficio Scolastico Regionale va capito, non criticato come ha fatto il Consiglio Provinciale. Visto che la legge sulle intercettazioni (detta anche "salva-delinquentoni", per le "amnistie preventive" che regala) metterà a tacere i giornalisti, lui si dev'essere chiesto perché non fare altrettanto nei confronti degli insegnanti, che con vociante ottusità protestano perché il Governo, un pezzettino al giorno, ci toglie la scuola pubblica di torno. Così ha sfornato quella famosa direttiva che ingiunge ai capi d'istituto di vigilare affinché a scuola tutti pensino solo con la testa dell'amata ministra. La quale, sarà anche vero che al Dicastero dell'Istruzione fa la figura di un'alpinista mandata a scalare il Monte Bianco in t-shirt e scarpe da tennis; o che, come ha scritto "da destra" Gianfranco Morra credendo di farle un complimento, «è libera dal peso di un'eccessiva cultura»; ma che diamine - deve aver pensato quel Dirigente di "rito gelmino" - si può trattare così una delle più rinomate veline del cast governativo!?
Per evitare che qualche idiota mi accusi di avercela con gli ebrei e non con il governo Nethanhyahu, premetto che ho devoluto l'8‰ all'Unione delle Comunità Ebraiche. L'insolito anticipo nella consegna dell'articolo dello scorso numero, mi ha impedito di aggiungere la piccolissima “voce scritta” di questa rubrica alle tante che si sono levate ad urlare sdegno e condanna per l'orribile massacro di pacifisti perpetrato dai soldati israeliani nelle acque internazionali antistanti Gaza. Non vi sono parole più appropriate a commentarlo di quelle del grande scrittore israeliano David Grossman: «Un atto criminale (…), continuazione dell'ignobile blocco della striscia di Gaza, il quale a sua volta non è che il prosieguo naturale dell'arrogante e aggressivo approccio del governo israeliano che rende impossibile la vita ad un milione e mezzo di innocenti.» Un crimine, dunque; perfino più orribile di altri che, in passato, avrebbero meritato di portare Ariel Sharon a far compagnia a Slobodan Milosevic sul banco degli imputati al Tribunale de L'Aja: quelli, “almeno”, erano crimini di guerra; questo è stato un “crimine di pace”.
A parte la consueta volgarità vignettistica di Forattini, che ha dato un ulteriore tocco di trivialità al Giornale con la macabra raffigurazione di undici bare azzurre, è comprensibile che la disastrosa esibizione della nazionale si presti a commenti giornalistici anche di natura non calcistica; alcuni dei quali – vedi la bella intervista di Nadia Urbinati al'Unità – propongono parallelismi non azzardati fra l'Italia di Lippi e l'Italia di Berlusconi. Giocando di metafora, si potrebbe perfino riandare alla nazionale di quattro anni fa, che dopo mille vicissitudini e sofferenze strappò la vittoria all'ultimo rigore: come non vedervi una perfetta similitudine col centrosinistra di Prodi, che poco prima aveva vinto le elezioni per una manciata di voti e di lì a poco avrebbe iniziato il canto del cigno?
A guardarne la foto sui giornali, con quell'aria disorientata e lo sguardo perso nel vuoto, il legaiolo on. Pini ricorda da vicino un pugile appena contato dall'arbitro. Se poi ci si avventura a leggere le sue dichiarazioni, sorge pure il sospetto che, una volta tornato all'angolo, i secondi gli abbiano fatto bere della grappa al posto delle rituali sorsate d'acqua. È così che, giorni fa, lo abbiamo visto sul ring del costruendo palacongressi, a dimenarsi immaginando di menar fendenti al Presidente della Fiera, Lorenzo Cagnoni (che non se n'è neppure accorto) e a quel sette-vite (quasi tutte spese male) di Gianni Piacenti: uno che, a destra, i "parvenu" se li mangia col pane.
Di fronte ai quotidiani esempi di degrado morale e cannibalismo affaristico fornitici non "dalla politica", ma da bande di malfattori che hanno preso possesso di importanti pezzi della politica, vorrei poter condividere per intero l'ottimismo dell'amatissimo Presidente Napolitano, quando afferma che contro «l'emergere di fatti di corruzione e trame inquinanti da parte di squallide consorterie, la nostra democrazia dispone di anticorpi: la reazione morale dei cittadini, i principi costituzionali, le leggi per applicare tali principi».
È vero, i principi costituzionali sono ancora lì intatti, a preservare un efficace e modernissimo impianto di garanzie democratiche. Ma fino a quando continuerà ad andare a vuoto l'assalto fatto di insulti e dileggi che Lui, il capo del Governo, riserva alla Costituzione che definisce "sovietica"? Sì, perché la sua cultura democratica è ferma al modello SpA: "Grazie al popolo ho la maggioranza relativa delle azioni; raggranellando quelle di altri soci di minoranza e per effetto di certi trucchi statutari (alias legge elettorale) possiedo il pieno controllo del Consiglio di Amministrazione, che chissà perché chiamano 'dei Ministri', quando invece è solo mio. Potrò dunque farmi rompere le scatole dal Presidente della Repubblica, dal Parlamento, dalla Corte Costituzionale, tutta gente che non detiene alcuna quota di azionariato popolare?"
Mi vergogno a dirlo, tanto che all'inizio ho cercato di nasconderlo perfino a me stesso, ma devo confessare che venerdì mattina, aprendo i giornali, ho provato un istintivo moto di umana solidarietà per il povero semi-ministro Castelli, impietosamente immortalato la sera prima mentre, con l'aria spaesata di chi sembra chiedersi "ma perché sono qui?", scrutava dal marciapiede sottostante il Palacongressi in avanzatissima fase di costruzione stagliarsi contro la luce del tramonto. Gli era a fianco il ciondolante on. Pini, con quello sguardo assonnato che in fotografia non rende giustizia alla sua vivacità di pensiero, il quale lo fissava ingrugnito, come se pensasse: "Cosa aspetta a buttarlo giù? L'ho fatto venire apposta! Va a finire che mi fa fare la figura del pirla, come dicono dalle sue parti."
Se nel 1991 qualcuno mi avesse detto che l'appena rieletto segretario del neo-fascista Movimento Sociale sarebbe diventato, dieci anni dopo, Vicepresidente del Consiglio, gli avrei riso in faccia. Gli avrei addirittura dato del provocatore se avesse anche "insinuato" che, trascorso un ulteriore decennio, mi sarei trovato a solidarizzare col Fini Presidente della Camera, impegnato ad affiancare un Capo dello Stato "antifascista doc" nella difesa della Costituzione e dell'onore della Repubblica, contro gli assalti di un mediocre "cumenda milanes" che, reso ricchissimo dalle protezioni godute nei suoi traffici affaristici, avrebbe successivamente intrapreso l'invereconda carriera di "politicante fai da te" che oggi sta concludendo in preda ad una psicogena ossessione: comprare con i propri soldi anche l'Italia, per avere la sicurezza che i suoi "bravi" Alfano e Ghedini possano garantirgli di non essere mai più chiamato a regolare i tanti conti che ha aperti con la Giustizia. E poiché "l'odierno Fini" teorizza una destra che rispetti le regole democratiche e rifiuti la "politica-mercato", merita pertanto di subire - quando si dice la nemesi storica! - lo squadrismo giornalistico di questi giorni. Analogamente, se il Presidente della Repubblica si limita a ricordare che può sciogliere le Camere solo nel caso di comprovata inesistenza di ogni maggioranza parlamentare (un'elementare nozione di educazione civica, prima che di diritto) ecco levarsi un gracchiare di cornacchie con annesso gioco della parti.
Anche se da noi, alla fine, sarà andata meno peggio che altrove, non c'è dubbio che stia per concludersi una stagione turistica alquanto insoddisfacente. C'è poi da rabbrividire pensando a quanti Italiani in meno avrebbero affollato le spiagge, le montagne e le città d'arte del nostro Paese senza il suadente spot televisivo del Berlusconi che, prima e dopo i pasti, esorta a lasciar perdere gli esotici itinerari vip a vantaggio di una sana vacanza in patria. Certo, la banalità del testo, la scontatezza delle immagini, la cantilena da televendita dello speaker, lo fa sembrare lo spot della ProLoco di Abbiategrasso, non già un'iniziativa del Ministero del Turismo. Alla cui titolare, tuttavia, non si poteva chiedere di più, impegnata com'è a soddisfare le aspettative di "Lui", che nel giro di pochi mesi l'ha nominata tre volte capessa: prima dei "circoli della libertà", poi dei "promotori della libertà", infine degli "squadristi della libertà".
Una delle motovedette libiche con nostri finanzieri a bordo, regalo della destra italiana a Gheddafi, si è dunque divertita a fare il tiro a segno su dei pescatori di Mazara del Vallo. «Li hanno scambiati per una nave di clandestini», ha prontamente minimizzato Maroni, che si è comunque trattenuto dall'aggiungere: "in Sicilia o in Africa, sono tutti uguali questi marocchini". Ecco spiegato come mai, negli ultimi tempi, siano di meno i clandestini vivi che riescono a raggiungere le nostre coste!
Mentre in Libia il pagliaccio che ha per stilista un tappezziere gli fa da cane da guardia del Mediterraneo, a Roma Berlusconi, oltre a solidarizzare con i recenti provvedimenti razziali di Sarkozy, tenta di rimpiazzare i finiani con gente più servizievole, giovandosi della graziosa assistenza del segretario repubblicano. Che il partito di Ugo La Malfa e Giovanni Spadolini sia oggi alla mercè di tale Nucara, mette tristezza anche a chi non è mai stato repubblicano. Non tanto per l'alleanza del PRI con la destra, ma per il ruolo di piazzista che sta assumendo il suo numero uno.
Vista l'enfasi con cui, nei giorni precedenti, Frattini, Quagliarello e compagnia adulante avevano assicurato che il 29 settembre Berlusconi avrebbe tenuto alla Camera un «discorso alto», ci si attendeva di vederlo arringare i deputati aggrappato al lampadario di Montecitorio, essendo quello il solo modo per innalzare di tono e di contenuto le sue abituali esternazioni. Invece si è capito subito che, ancora una volta, l'unico "aiutino" in grado di elevare la sua statura istituzionale sarebbe venuto dai due piccoli montacarichi che si è fatto installare nelle scarpe.
Alla vigilia del round parlamentare sulla fiducia, più di un commentatore si era inoltre chiesto se il suo sarebbe stato un discorso "di pancia o di testa", secondo quell'abusata espressione che sta ad indicare la differenza, in politica, fra il farsi guidare dall'impulso emotivo o, viceversa, il saperlo tenere a bada dando prevalenza alla sfera razionale. Confesso che mi sarei aspettato la prima delle due eventualità, non foss'altro perché fuorviato da quelle impietose immagini di repertorio che, puntualmente ad ogni Tg, ce lo mostrano mentre procede in mezzo ai suoi "gorilla" con l'andatura traballante di un'anziana e sorridente bertuccia molto sovrappeso. Ci sono invece tutti gli elementi per definirlo un "discorso di testa": per dirla col De Niro de Gli Intoccabili, "solo chiacchiere e parrucchino".
L'oscena "lezione" di quel tal Moffa all'Università di Teramo, sull'inesistenza dello sterminio nazista degli ebrei, sta fornendo l'occasione di un censimento giornalistico dei troppi figuri che nel mondo, travestiti da studiosi, spacciano la malefica droga del negazionismo. Provoca doloroso stupore che qualcuno di questi ciarlatani possa occupare una cattedra nella Repubblica Italiana; quasi quanto il fatto che gli studenti presenti alla "lezione" del Moffa non l'abbiano, se non cacciato a calcinculo come pure avrebbe meritato, almeno lasciato solo col suo delirio, uscendo dall'aula.
Al contrario, è fonte di impagabile godimento lo sconcerto dei tenutari del "Giornale" berlusconiano, scoperti con le dita nella melma dell'affare Marcegaglia: "Ma quale dossier? Era solo una burla; se non ci divertisse un po', che mondo sarebbe?" Si sa che molti, al solo apparire televisivo di Feltri, per stare dalla parte del sicuro corrono a mettersi sotto il tavolo; mentre alla vista di Sallusti, con quell'aria da fattucchiere afflitto dal mal di denti, anche quelli che come me non sono superstiziosi difficilmente resistono alla tentazione di una toccatina scaramantica. Poteva dunque la Marcegaglia non preoccuparsi, sapendosi oggetto della loro attenzione?
La prima volta che ho letto di sfuggita un titolo di giornale che faceva riferimento al piglio innovatore del Renzi che vuol "rottamare" la dirigenza del PD, lì per lì mi son detto: "Diavolo d'un Gioenzo! Non gli basta il "fuoco amico" che da anni riserva a Lombardi, Zilli e Berselli? Ora si mette a fare il tiro al bersaglio pure in casa d'altri?" Lo so, è imperdonabile aver confuso Matteo Renzi, il Sindaco di Firenze elegante e chiacchierino, cresciuto fra parrocchia e salotti buoni, col ruspante Renzi di casa nostra, allevato a saluti romani e fiamma tricolore. A mia parziale discolpa, bisogna però ammettere che quel "rottamare" si presta ad essere fuorviante, per un che di "goebbelsiano" insito nell'idea che un gruppo di persone debba essere buttato, sia pure metaforicamente, in discarica. Anche un osservatore sempre meno appassionato, quale io sono, riesce a capire che questo PD dalle tante anime "separate in casa" necessiti di profondi cambiamenti; ma credo debba stare però attento a non diventare "fighetto" dandosi una leadership nazionale di quarantenni talmente affetti dalla sindrome di Peter Pan da sentirsi "i giovanotti della provvidenza".
Abituati alla televisiva visione di Talebani con la barba lunga, il pakol in testa e l'aria minacciosa, è rassicurante che ogni tanto ci venga ricordato che da noi ce n'è invece uno in giacca e cravatta, ben rasato e travestito da Sottosegretario alla Famiglia. Sì, se Giovanardi non aprisse mai bocca, oltre a non privarci di alcun contributo culturale, difficilmente riconosceremmo in lui un "Talebano d'Occidente", nostalgico della Santa Inquisizione, alla costante ricerca di infedeli da incenerire con i suoi terrificanti anatemi in salsa modenese. Giorni fa ha avuto l'insperata opportunità di presiedere la Conferenza sulla famiglia, a causa di una leggera "indisposizione da bunga bunga" dell'amico di Lele Mora che, fra una barzelletta e una festa in villa, funge da Presidente del Consiglio. A dire il vero, in quell'occasione il suo collega "socialista" Sacconi ha provato a contendergli il primato di fondamentalismo, affermando di voler riconoscere «benefici solo alla famiglia fondata sul matrimonio», che è un po' come dire "ci son figli e figliastri". Ma non c'è stata partita, perché Taleban Giovanardi l'ha surclassato con una bordata da novanta, a difesa dell'ultra-sanfedista Legge 40 «minacciata dal Far West della provetta», come lui chiama la speranza di paternità e di maternità che tante coppie infertili vorrebbero poter affidare ad un sano e compiuto percorso di procreazione assistita.
Sarebbe fuorviante credere che la crescente sguaiataggine cui si lascia andare negli ultimi tempi Berlusconi, evidenziata dalla famosa telefonata a Ballarò, sia unicamente dovuta a turbamenti politici. La "ghigna" che sta mettendogli a rischio le cuciture del lifting facciale non nasce solo dal timore di non poter comprare al "supermarket della libertà" tutti i voti necessari a garantirgli, il 14 dicembre, la maggioranza alla Camera. A infastidirlo maggiormente è l'aver dovuto sospendere i suoi bei sollazzi serali, per tacitare la campagna moralisteggiante dei giorni scorsi. Come se non bastasse, a minacciare la ripresa di quei rilassanti convivi ora ci si è messo pure X Factor, con l'enfatica riscoperta di una legge che vieta alla gioventù minorenne di esibirsi dopo mezzanotte in qualsivoglia spettacolo; compreso, pare, il ballo del "bunga bunga". Col rischio che allo scoccar del tocco sia tutto un fuggi fuggi di moderne Cenerentole che, travestite da nipotine di Mubarak, escono da Villa Certosa senza più addosso ben altro che la fatidica scarpetta. Insomma, per vedere Berlusconi finalmente rilassato, più che la fiducia del Parlamento servirebbe una dose di bromuro.
Mercoledì i lettori sapranno che strada avrà preso l'agonia politica di Berlusconi in seguito al risultato del voto di fiducia alla Camera: la strada del Quirinale per le dimissioni o quella del disperato "accanimento terapeutico" a base di ossigeno e flebo, comprati con falsa moneta al mercato nero dei parlamentari corruttibili?
Ho qui invece, caldo caldo, il risultato delle Primarie del Partito Democratico per la designazione del candidato a Sindaco di Rimini: ha vinto Andrea Gnassi, seguito nell'ordine da Arlotti, Fabbri, Gattei. È il miglior risultato possibile per il PD, che affida così le speranze di vittoria nel 2011 al candidato che meglio sa destreggiarsi nell'intricato e non facile rapporto del centrosinistra con le tante facce, spesso schizofreniche, dell'odierna riminesità; e capitalizza nel contempo la "forza complementare" di Tiziano Arlotti, un centrocampista della politica che ogni squadra vorrebbe avere, il quale è riuscito a "rimotivare" molti consensi che andavano affievolendosi, portandoli ora in dote alla finalissima di primavera. Il modesto risultato di Nando Fabbri può sorprendere solo che non abbia sufficiente allenamento a leggere la storia e l'attualità politica di Rimini con...occhio riminese. Onore, infine, al coraggio dell'agguerrita Cristina Gattei, che coerente con l'essere presidente di quella cosa che solo a Rimini poteva chiamarsi "Basta merda in mare", ogni tanto ha cercato di dirottarne un po' sugli altri suoi competitori.
Di solito a metà gennaio conservo ancora qualche residuo dei buoni sentimenti indotti dalle festività appena trascorse; quest'anno, invece, sono pervaso da una "cattiveria" che non riesco a farmi passare, dovuta ad un succedersi di eventi che non si poteva immaginare più dissonante rispetto allo spirito natalizio.
Prima la proposta dello "stoccafisso sparlante" Gasparri, di arresto preventivo degli studenti intenzionati a manifestare contro la "devastazione gelminica" della scuola e dell'università. Proprio in quei giorni, l'ennesimo passaggio notturno di Amarcord in TV ha fatto apprezzare la "genesi" di quell'invocato provvedimento, che nel film i fascisti applicano al padre di Titta, con l'aggiunta di una bella somministrazione di olio di ricino, a cui però oggi Gasparri pare disposto a rinunciare, perché nella vita qualche sacrificio si deve pur fare!
A seguire, la più indecorosa delle scemenze natalizie confezionate da Berlusconi, che ha trafugato una frase di Sandro Pertini - «la Magistratura non deve solo essere imparziale, ma anche apparirlo» - per ridurlo a testimonial della sua personale guerra ai giudici, a far da spalla al cicisbeo Capezzone e al cicaleggiante Signorini.
«Intesi ch'a così fatto tormento enno dannati i peccator carnali, che la ragion sommettono al talento»: rileggendo oggi quei versi sembra quasi che nel girone dei lussuriosi Dante incontri Berlusconi, Fede e tutta la "compagnia palpante" del fiorente "zoccolame made in Arcore". Mi sorge spontanea una curiosità: a parte i replicanti Gasparri e Capezzone, gli altri che vanno sbraitando in TV che è tutta invenzione dei soliti magistrati complottardi, quando alla sera tornano a casa continuano a ripetere che Lui tocca il sedere alle ragazze per beneficenza, o si lasciano andare ad un liberatorio "ma guarda cosa ci costringe a fare"? Per il coro dei cortigiani «è solo fango»: certo, una valanga di fango, prodotta dal gradasso divenuto capo di un Paese di cui insozza l'immagine agli occhi del mondo; e che, a chi gli chiede di non ricorrere all'ennesima fellonia di sottrarsi alla giustizia, risponde che «la politica non era mai scesa così in basso»: sì, prima che arrivasse lui ad infestarla!
Il giorno in cui Napolitano ha gettato alle ortiche il decreto-truffa sul "federalismo municipale", fornendo l'ennesima lezione di democrazia ad un Governo analfabeta in materia, mi ha dato ulteriore soddisfazione scoprire che il Presidente della Corte Costituzionale, Ugo De Siervo, dice con parole più adeguate ciò che anch'io penso della minchiata leghista che ormai tutti chiamano "federalismo": «Usare il termine federalismo è una bestemmia; è come dire che un pesce è un cavallo. Si chiama autonomia finanziaria. Il federalismo è un processo di unificazione progressiva di Stati che erano già sovrani verso un unico Stato gestore». Se non altro, però, il "federalismo mancato" ha relegato per un po' in secondo piano il senile "edonismo berlusconiano" del bunga bunga; a proposito del quale, è vero che c'è in gioco una questione di privacy: la nostra! Possibile che la sera, a tavola, dobbiamo sorbirci il resoconto di telefonate della Minetti le quali, in un crescendo di scurrili metafore, ci informano che i glutei di Lui hanno la tonicità del budino che intendevamo gustare a fine pasto, cosa che a quel punto non riusciremo più a fare? O che vi sia chi è indotto ad allontanare i bambini sentendo nominare Bocchino in TV, nel dubbio che il riferimento non sia al braccio destro di Fini ma ad uno dei punti programmatici di Berlusconi? Meno male che a darci tregua c'è il TG1, grazie al fatto che il direttore Scodinzolini - ora che altri cominciano a chiamarlo così esigo il copyright - non è mai stato raggiunto dalla notizia dell'inchiesta-Ruby, impegnato com'è a far fruttare i nostri soldi del canone, sacrificandosi quattro mesi all'anno in missioni segrete nelle più rinomate località turistiche del mondo.
La perversa miscela di ansie confindustriali e cialtroneria leghista non è dunque riuscita ad imporre la vergognosa "festa non festa" del 150° dell'Unità d'Italia. E sì che al grufolante "bisogna lahurà!" di Calderoli aveva fatto eco la stitichezza intellettuale dello stoccafisso parlante che funge da ministra dell'Istruzione, per la quale il modo migliore di onorare 17 marzo sarebbe stato far finta di niente. Solo il soldatino di latta La Russa aveva tentato un'obiezione; ma timida, poiché di fronte alla protervia della Lega, da galletto è costretto a farsi cappone ed a contenere gli istinti, compreso quello di menare: di qui il "picchiatore in pillole" che abbiamo visto scalciare stizzosamente il giornalista di Anno Zero al "mutanda party" di Giuliano Ferrara, il quale è così passato dalla "difesa della vita" a quella di chi si trastulla con le "donne di vita". Gli anatemi contro "i bacchettoni" lanciati al "Bunga Bunga Pride" dai labbroni a camera d'aria di comare Santanché ricordano - mutatis mutandis, è il caso di dire - la barzelletta del leghista accusato di razzismo: "Razzista io? Son loro che son negri!" Ovvero: "Puttaniere Lui? Siete voi che siete moralisti!" «Queste donne scese in piazza mi disgustano, sono deboli, senza spessore valoriale», aggiunge in loco la Consigliera Provinciale del Pdl Mascioni: che confonda i valori con i bonifici?
«Il nostro amico Silvio Berlusconi non è interessato solo alle ragazze; ad esempio è impegnato nella soluzione dei problemi ecologici»: firmato Vladimir Putin. Si potrebbe obiettare che non sembra, visto che Lui preferisce il costoso gas russo alle semigratuite energie rinnovabili di cui sarebbe ricca l'Italia; o che ha buttato dalla finestra trecento milioni di nostri euro per boicottare il referendum sul ritorno al nucleare, impedendone lo svolgimento contestuale alle elezione amministrative di maggio. Ma come dicono a Roma, "nun stamo a guardà er capello". L'autorevole "testimonianza a discarico" di Putin serve invece a smentire che l'immagine di Berlusconi susciti nel mondo solo discredito e ironico compatimento; chiarisce che è frutto d'invidia la sfrontatezza con cui i giornali stranieri si chiedono cosa aspettino gli Italiani a liberarsene; certifica che c'è gra simpatia dietro al fiorire di carri carnevaleschi che, da Stoccolma a Rio, mimano il pecoreccio trenino notturno di Arcore. E se c'è chi arriva addirittura ad enfatizzare la notizia che in Madagascar è diventato un insulto dare a qualcuno del Berlusconi, ciò dovrebbe far capire che ha ragione Borghezio quando grugnisce "negher e terun fora di bal". È dunque un bel gesto di solidarietà verso il suo omologo italiano, quello compiuto dall'oligarca russo, che insieme al dittatore bielorusso Lukashenko e al padrone del Kazakistan Nazarbayev forma il trio dei soli amici rimasti al nostro Premier.
Anche chi non abbia mai particolarmente amato Berlusconi, a questo punto è tentato da un briciolo di compassione verso questo naufrago di se stesso che si dibatte per non essere sopraffatto dalle conseguenze della sua umana pochezza, unita all'inadeguatezza a governare; e che, per sopravvivere politicamente, è costretto a umiliarsi nel ruolo di amico fedele di quel che resta di Bossi, il quale lo tiene al guinzaglio, a far la guardia alla "roba" della Lega.
"Sceso in campo" nel ‘94 col piglio del re leone, oggi si ritrova a chiudere la lunga parabola politica mostrando un cuor di coniglio che gli fa accettare ogni ricatto legaiolo: dall'anti-patriottismo pezzente che ha sminuito la dignità del Governo in occasione del 150° dell'Unità d'Italia, alla plateale avversione a fermare il tiranno che in Libia sta massacrando il suo popolo (ma si sa che ovunque al mondo ci sia un cialtrone - Milosevic, Le Pen o Gheddafi che sia - i fans di Borghezio tifano per lui).
Lo dico senza ironia: non posso fare a meno di solidarizzare con Marco Lombardi, costretto ad auto-defenestrarsi da candidato sindaco dopo solo poche ore per il tracotante veto dell'indigena tribù leghista, che Pini (alias "Piloni") comanda a bacchetta da Forlì.
Fedele al motto "non c'è due senza tre", il PdL riminese è dunque riuscito anche stavolta a rispettare la tradizione di buttare al macero il manifesto elettorale con la faccia della sua prima scelta. Era già successo nel 2001 con Lisi e nel 2006 con Tadei, ma stavolta i nostri berluscones hanno fatto le cose ancora più in grande; prima affondando il povero Formica, che pure era stato a lungo esibito come un provvidenziale dono della "società civile"; e subito dopo bruciando la già ufficializzata candidatura del loro capo riminese, per ripiegare alla fine sulla terza scelta: Renzi, inviso alla maggior parte di loro, ma proprio per questo acclamato a gran voce dalla Lega. Per la gioia di Hera (e credo anche di Enrico Santini) a far compagnia al poster di Lombardi è confluito nel cassonetto della raccolta differenziata pure quello di tale Casadei, già pronto alla corsa solitaria nell'improbabile eventualità che il PdL avesse saputo tener testa al ricatto leghista.
Dicendolo alla riminese, ormai anche il primo pataca che passi per la strada si sente in dovere di riscrivere la Costituzione. Non è certo questo il caso dell'on. Ceroni, un deputato che Berlusconi ha portato in Parlamento come omaggio all'omonimo cosmetico che custodisce in bagno, per il suo laborioso trucco facciale mattutino. Del costituzionalista, Ceroni ha la padronanza tipica degli insegnanti di meccanica quale è lui, corroborata dall'essere inoltre sindaco della ridente Rapagnano, detta anche "città delle rape"; la quale, per aver scelto un primo cittadino in sintonia con quella sua definizione, è oggi ancor più ridente, soprattutto di se stessa. Forte di cotanto pedigree, il "meccanico Ceroni" ha dunque fatto "il tagliando" alla Costituzione, cogliendovi con il suo orecchio attento un fastidioso rumore di oclocrazia. L'ha raccontato lui stesso ai giornali: «Cosa sia l'oclocrazia l'ho scoperto per caso. Mi è piaciuta la parola e ho cercato sul dizionario: governo tirannico delle masse popolari.» Non ha però detto che all'inizio, sospettando che "oclocrazia" fosse invece cosa di oche, si era rivolto alla Gelmini; la quale gli ha prestato il vocabolario che lei tiene sulla scrivania per darsi un tono da ministra dell'istruzione: all'inizio aveva lo Zingarelli, ma poi ha dovuto cambiarlo perché quell'involontario riferimento ai piccoli Rom irritava la Lega. Il laborioso Ceroni, presi chiave e cacciavite, ha pertanto provato a sostituire quel bolscevico «la sovranità appartiene al popolo» con un pezzo di ricambio: un vacuo giro di parole alla Mons. Negri, per dire che la sovranità può sì appartenere al popolo, purché poi l'affidi a Berlusconi.
Da quel vero e proprio "cancro" che sono, i nostri Magistrati non si contentano di spargere le loro "metastasi" da Milano a Palermo, coprendo di guai giudiziari un sant'uomo che chiede solo di poter governare in pace le sue aziende, il suo harem e, se gli resta tempo, il nostro Paese. Ora le toghe rosse, sotto mentite spoglie, arrivano perfino a voler cambiare il corso della politica francese, esportandovi l'accusa di maialaggine contro Strauss Kahn, il più accreditato successore di Sarkozy, messo in galera a New York, dove non esistono provvidenziali leggi ad personam in grado di impedirlo. Pare che Berlusconi intenda prestargli il suo diabolico Ghedini, che ha già pronta la difesa: ma quale bunga bunga a cui sarebbe stata costretta quella cameriera? Strauss l'aveva solo invitata a fare un valzer!
Ha bene fatto Piacenti, col cuore in mano, a chiedere agli elettori riminesi un voto al PdL a consolazione del martirio giudiziario del premier. Perché si fa presto a dire che le sue più recenti esternazioni sembrano ormai da "fuori di testa" e tali da farlo apparire il primo "caso clinico" che governi una nazione: la verità è che è tutta colpa della Magistratura, il cui Consiglio Superiore è non a caso presieduto da Napolitano, del quale Berlusconi non sopporta più tutti quei richiami alla Costituzione.
Convengo che in politica occorrano fair play e spirito cavalleresco nei confronti dell'avversario sconfitto, al quale va tributato l'onore delle armi. Ma io in politica non ci sono più da anni, per cui in questo lunedì notte post elettorale posso permettermi di godere come un matto pensando a quale atroce sofferenza e incontenibile rabbia la disfatta appena subita stia provocando a Berlusconi, che peraltro non è il mio avversario, ma piuttosto il nemico numero uno del buonsenso, del buongusto, del buongoverno, della buona creanza e di tante altre buone cose che la sua rapace presenza sta mettendo sempre più a rischio.
A rafforzare questa mia "licenza", si aggiunge poi un'emozione per la vittoria di Gnassi a Rimini che va ben oltre il suo significato politico. Lo so, rischio di cadere nel sentimentalismo, ma pensare ad Andrea sindaco è per me tutt'uno con l'affacciarsi prepotente di mille ricordi. Dall'incontro giovanile con i suoi genitori, Enrico e l'indimenticabile Lella, al lungo e comune percorso di vita che ne è seguito, contrassegnato dalla speranza (o forse dall'illusione) di poter contribuire a costruire un mondo migliore, lungo il quale sono cresciuti Andrea e "quel discolo" di suo fratello Sergio, assorbendone la più intima essenza. Siccome a una certa età è facile che i ricordi si colorino di masochistica nostalgia, ecco allora l'aggiunta di una malandata polaroid del 1973 scattata al compleanno di mia figlia Miki, con il futuro Sindaco di Rimini in grembiulino dell'asilo ritratto a fianco della festeggiata e, a seguire, di Gianna Giovagnoli, oggi moglie di Fabio Pazzaglia; con alle loro spalle Marco e Paolo Franchini, odierni titolari di un'azienda leader nel campo delle energie rinnovabili e, in mezzo a loro, l'attuale Presidente dell'Enaip, Sabrina Zanetti.
Dopo l'esito straordinario del referendum, che ha visto il raggiungimento del quorum e una trionfale valanga
di "sì", sono certo che chi legge avrà nel frattempo già saputo delle inevitabili dimissioni dell'Amministratore Delegato di Hera, Maurizio Chiarini, che aveva perorato l'esito opposto di almeno il secondo dei due quesiti sull'acqua, quale irrinunciabile condizione per non compromettere quella che, dandomi un tono, chiamerò anch'io la "mission aziendale (o la ‘vision d'impresa'? Boh..) della multiutility". Visto che il socio di larga maggioranza di Hera altri non è che la collettività, rappresentata "pro tempore" da sindaci che nella quasi totalità si sono pronunciati - quando non addirittura battuti - per il "Sì", la domanda è perfino banale: s'è mai visto che un amministratore delegato, soccombente in un contrasto con la proprietà, non ne tragga le dovute conseguenze? Ma se anche non fosse stato il Sì a vincere quel referendum sull'acqua, come avrebbe potuto Chiarini sentirsela di rimanere al suo posto, dopo aver attivamente "brigato" contro la visione strategica del "socio effettivo" di riferimento? Ben sapendo, per di più, che "l'agognato privato" non avrebbe certo la delicatezza di aspettare il bel gesto dell'Amministratore Delegato per sancirne la dipartita. Se Hera dovrà dunque reperire un nuovo super manager, suggerisco di chiedere aiuto alla «Formatrice e consulente in Risorse Umane, Sviluppo Professionale e Personale» (l'insensata pioggia di maiuscole è sua), relatrice alla recente conferenza «Contattate le Vostre Risorse per raggiungere i vostri obbiettivi personali e professionali», tenutasi a Misano; che per l'occasione, dato il sapore vagamente yuppie del tema, si è sentita per una sera "la Misano da bere". Ben diversa - non me ne voglia il Sindaco Giannini - dalla Misano-misogina balzata in questi giorni all'onore (si fa per dire) delle cronache per aver accettato l'incredibile diktat della "consorella maggiore" Riccione - ahi ahi Pironi! - affinché la congiunta squadra anti-abusivismo che opererà in spiaggia sia composta di soli vigili maschi.
Nella sua cristallina faziosità, il ministro La Russa l'aveva già annunciato il 9 maggio, portando il suo cameratesco soccorso al candidato sindaco della destra, allorché affermò, papale papale, che se avesse vinto Renzi sarebbero stati garantiti adeguati rinforzi estivi per l'ordine pubblico, altrimenti chissà. Avendo vinto Gnassi, non deve perciò stupire l'annuncio che quest'anno arriveranno solo 80 delle 140 unità aggiuntive destinate la scorsa estate alla Questura di Rimini. È vero che la nostra realtà può per fortuna contare sul "valore aggiunto" di un Questore quale Oreste Capocasa, ma anche per lui non sarà facile sopperire agli effetti della "vendicativa micragnosità" del Ministro degli Interni, come traspare dal suo commento, rispetto al quale non c'è bisogno di essere maliziosi per cogliere una nota di delusione, se non di vera e propria contrarietà: «I numeri sono questi e con questi dovremo fare. Ne prendo atto». Anche il Prefetto Mannino non è sembrato far salti di gioia, pur trovando modo - più per ragioni di "bon ton istituzionale" che per reale convinzione, verrebbe da sospettare - di dichiarare che, in fondo, poteva andare anche peggio.
Non so se in Val di Susa sia più odiosa la criminalità dei delinquenti che, muniti di casco e a volto coperto, tentano di spaccare quante più teste possibili a operai e poliziotti, o l'ipocrisia di certi capi-corteo che contestano l'eco mediatica a quelle gesta terroristiche; un'eco che loro vorrebbero limitare al solo resoconto delle festose manifestazioni in cui si ostenta un pacifismo invero un po' sinistro, poiché finge di ignorare che nel frattempo, a poca distanza di lì, "il braccio armato" del movimento "No Tav" sta svolgendo il suo lavoro sporco. Lungi da me voler sminuire il significato di una mobilitazione che esprime disagio sociale e forte attaccamento alla propria terra; perché comunque la si valuti, non v'è dubbio che quell'opera costringa a fare i conti con la lacerante contraddizione che si ripete ogni volta che "una scelta di progresso" collide con l'integrità del territorio destinato ad ospitarla. So inoltre bene che i valligiani che manifestano non sono, nella stragrande maggioranza, degli intenzionali fiancheggiatori dei violenti; ma di fatto lo sono ormai diventati, loro malgrado. Sì, perché nessuno ha finora avuto il coraggio di dire, forte e chiaro, magari con una manifestazione ad hoc: "O loro o noi! Basta di vedere la nostra protesta inquinata dai mascalzoni! E basta pure con tutta questa gente che piomba qui da fuori, a parlare a nostro nome". Invece, anche tante brave persone si lasciano docilmente guidare da ambigui figuri come quel tal Perino, un megalomane che facendo sfoggio di idiota blasfemia osa paragonarsi «ai partigiani che difendevano la Val di Susa dai nazifascisti». Quei cittadini diventano poi inconsapevoli sponsor del farneticante "grillo qualunque", arrivato fin lassù a cercare un po' di mercato per i suoi prossimi comizi a pagamento; oppure offrono la sponda a becchini della sinistra come Ferrero, o a primedonne dell'antagonismo sindacal-perdente come Cremaschi, palla al piede della CGIL
Lo so che a dirla così passo per megalomane, ma Fini mi ha bruciato sul tempo allorché, giorni fa, ha contestato quell'espressione abusata che ormai è sulla bocca e sulla penna di tanti, dal più celebre politologo all'ultimo pataca: i costi della politica. Se non ci si vuole accodare al rozzo quaraquaqua del grillismo ignorante, bisogna parlare di costo della cosa pubblica, che è dato dalla somma di più voci; e riconoscere che ciò che viene impropriamente chiamato costo della politica, anziché costo della democrazia, è solo una di quelle voci e non "il tutto", come in troppi si affannano invece a farci credere.
Se si vuol essere seri, bisogna non aver paura di dire, alto e forte, che fra i costi della democrazia ve ne sono di sacrosanti, da difendere come la linea del Piave; mentre altri si ha il dovere morale e civile di ridimensionarli o eliminarli, trattandosi di privilegi non dovuti o di spese che erano giustificate in origine, ma oggi non più. Così come bisogna riconoscere che vanno sottoposti a ricognizione non solo le Istituzioni e gli Enti elettivi, ma anche tanti altri soggetti pubblici, dove non mancano costosi privilegi e antieconomiche storture burocratiche. Vogliamo elencarne qualcuno, magari di quelli che dispensano volentieri prediche e anatemi alla politica? Ma chi l'ha detto che Tar, Consiglio di Stato, Corte dei Conti, Cnel, Prefetture, Authority, Provveditorati e Soprintendenze di diversa natura, siano santuari immacolati e intangibili?
Quando da piccolo andavo a Croce dalla mia adorata nonna, mi dava gran turbamento il quadro che sovrastava la spalliera del lettino col materasso di foglie di granturco, in cui mi piaceva tanto dormire. Sotto la scritta «O mio caro e buon Gesù, fa' ch'io t'ami sempre più» era raffigurato un Cristo barbuto dal cui cuore, trafitto da spine, fuoruscivano gocce di sangue. Se a letto mi accompagnava la mamma, s'aggiungeva poi un'immancabile reprimenda per essere anch'io responsabile di quel sanguinamento, poiché facevo piangere Gesù ogni volta che disubbidivo, dicevo bugie o non volevo lavarmi i denti.
La cosa mi torna in mente per l'analogia col Berlusconi che, pur fra tanta "macelleria sociale" prevista dal decreto del suo Governo, ha scelto di avere «il cuore che sanguina» solo per le nuove tasse che farà pagare; perché lui, piuttosto che «mettere le mani in tasca agli Italiani», preferirebbe rompersi un braccio cadendo dal letto, come Bossi. A sua consolazione, la nuova tassa non dovranno però pagarla gli indisturbati evasori cronici, né gli esportatori di capitali all'estero, trattati col guanto di velluto dello scudo fiscale; ma i "ricchi di fascia più bassa" già in regola col fisco, ai quali è chiesto un supplemento.
Se avessi avuto qualche migliaia di euro da buttare, mi sarei iscritto al «Corso di autostima» intitolato «Sprigiona il Potere che è in te», appena tenuto a Rimini da Anthony Robbins, «il formatore motivazionale numero uno al mondo». Per dirla con Jannacci, ci sarei andato "per vedere di nascosto l'effetto che fa" la straordinaria genialità di un furbacchione che ha perfettamente capito come potersi arricchire sull'altrui creduloneria.
Sì, perché una cosa è la fatica di scrutare dentro se stessi, magari con un adeguato aiuto, per favorire la crescita dell'autostima, l'irrobustimento psicologico, una migliore predisposizione al protagonismo esistenziale; altra cosa è raccontare che a cambiarti la vita sia invece sufficiente qualche giorno di bolgia festosa, da cui uscirai auto-convinto che il successo economico non dipende da ciò che di buono hai da vendere, ma dall'abilità di riuscire a vendere freezer al Polo Nord e pellicce all'Equatore; e che per essere felici non c'è bisogno di essere alti, biondi e con gli occhi azzurri, ma basta imparare a crederlo.
La pubblicità dei seminari di Robbins esalta il "presupposto filosofico" di «poter eliminare definitivamente le tue 3 più grandi credenze o paure depotenzianti-limitanti dalla tua vita e trasformarle in credenze-risorse potenzianti». Ora mi si darà del vetero-marxista un po' snob, se affermo che mi convincerò di quell'assunto solo il giorno in cui saprò che, insieme a tanti vip ed aspiranti tali, s'è visto uscire da uno di quei "corsi motivazionali" un cassintegrato che, avendo eliminato la principale delle sue "paure depotenzianti", saltellava canticchiando: "Che sarà mai se anche mi licenziano!?"
Ho letto che al circolo repubblicano di Porto Fuori, nel comune di Ravenna, l'esuberante gestrice s'è esibita in uno spogliarello mozzafiato. Nella polemica che ne è seguita, l'imbarazzato Vicesindaco del PRI ha cercato di "ammucchiarla su", parlando di «semplice escamotage pubblicitario» ad opera di «una persona molto attiva»; ma si capiva il suo timore che nell'aldilà lo venisse a sapere Ugo La Malfa. Chi non ha invece fatto sconti è stato il parroco, lanciatosi in un lungo anatema nell'inquietante convinzione che il regista di quella trasgressiva esibizione fosse addirittura «il diavolo, che tenta tutte le vie per infiltrarsi. Forse non sa più che strada prendere e ci prova col sesso».
Non ho elementi per contraddire il venerando sacerdote, ma mi viene spontanea una considerazione. Se, come lui sostiene, Satana s'è scomodato fino a raggiungere la sperduta Porto Fuori per una seratina certamente poco risorgimentale, ma tutto sommato a bassissimo contenuto maialesco, è ragionevole pensare che ad Arcore e a Palazzo Grazioli sia ormai diventato un ospite fisso, con tanto di suite riservata. Sì, perché se il mandante delle trasgressioni sessuali è il diavolo, chi può allora dubitare che il primo mandatario sia l'anziano tenutario del Partito della Gnocca? Per liberarci del quale, altrochè sfiducia parlamentare o indagini delle Procure! Bisogna che il Cardinal Bagnasco lasci perdere le reprimende e organizzi un pool di esorcisti.
In questa nostra provincia, dove basta che un piccione faccia la cacca in testa a qualcuno perché nasca un "comitato", fino a ieri mi chiedevo come mai nessuno ne avesse ancora creato uno per Maria Antonietta, la regina cui toccò la triste sorte di seguire sulla ghigliottina il marito Luigi XVI, sarcasticamente ribattezzato Luigi Capeto dalla Revolution Française. Ho pertanto letto con soddisfazione che l'imbarazzante lacuna è stata sanata, pur se con 218 anni di ritardo, per merito di un manipolo di ispirate signore riminesi, fondatrici del «"Club Amiche di Maria Antonietta", un Comitato femminile aperto a tutte le europee che si pongano in alternativa alle idealità della Rivoluzione» e ad altri sgradevoli effetti collaterali «prodotti dal disprezzo per Cristo e la Chiesa». Ne consegue che ora le intraprendenti nostalgiche dell'Ancien Régime organizzeranno una "regale canasta di beneficenza", una "tombola di rito borbonico" e una gita di preghiera sulla tomba Pio IX, l'ultimo Papa Re. Sì, perché l'ardore filo-monarchico di cotali signore supera di gran lunga quello delle loro concittadine che lo scorso 29 aprile sentirono il bisogno di far sapere alla stampa di essersi date convegno, vestite da Mary Poppins e con fumanti tazza di tè in mano, per stringersi a William e Kate nel mentre la TV riversava in salotto la loro principesca gioia nuziale, unitamente alle trasparenze glutee della di lei sorella Pippa.
Uno dei più esilaranti spettacoli di involontaria comicità politica l'ha fornito alla Camera il capogruppo legaiolo Reguzzoni, accusando di «caduta di stile» Fini che la sera prima, a Ballarò, aveva osato riferirsi alla pensione-baby di lady Bossi, procurandosi in diretta il cantilenante birignao di protesta dell'acidula guastatrice che, oltre a manomettere il Ministero dell'Istruzione, si alterna ad Angelino Zerbino e all'On Coccodè Bernini nei dibattiti televisivi, dandosi il ruolo di "zaca-bdocc". Un leghista che lamenti l'altrui mancanza di bon ton è come un etilista che protesti perché l'alito di chi gli siede accanto puzza vagamente d'alcool. È davvero ridicolo che una lezione di galateo provenga dalla rozza "caverna del pensiero" in cui alberga la tribù padana, dove il messaggio politico raggiunge le più alte vette con l'abituale gesto dell'ombrello e del dito medio alzato ai quali si abbandona il delirante capataz.
La cosa fa il paio col Berlusconi che, fra un bunga bunga e una barzelletta con bestemmia, assume l'aria ispirata di chi conosce le sacre scritture come i copioni delle soap operas di Canale 5 per impartire la paterna benedizione ai partecipanti al seminario di Todi su «Cattolicesimo democratico in ricerca», esortandoli a che «l'impegno dei cattolici si fondi su principi e valori non negoziabili, predicati con forza e intelligenza (sic!) dalla dottrina della Chiesa e in particolare da Papa Benedetto XVI».
Chi abbia conosciuto anche solo un po' Giorgio Napolitano può immaginare quanto sia costata a un uomo del suo stile e della sua cultura non solo la coabitazione istituzionale, ma anche la vicinanza fisica con un parvenu della democrazia che ha occupato Palazzo Chigi come fosse una delle sue tante dimore padronali, e che nelle relazioni con gli altri poteri dello Stato ha dato continue prove di pacchiana malacreanza. Mi piace pertanto credere che il nostro amatissimo Presidente rappresenti oggi la stragrande maggioranza degli Italiani anche nell'apprezzare una confortante novità: poter finalmente pensare che alle undici di sera il Primo Ministro della Repubblica Italiana abbia fra le mani un libro o una tazza di tisana, anziché la statuetta fallica di Priapo da far "adorare" a un manipolo di ridacchianti sgallettate.
Avevo iniziato a scrivere questo articolo dopo aver ascoltato la dichiarazione di voto del capogruppo della Lega al Senato sulla fiducia al Governo Monti; ma ho dovuto interrompere e trasferirmi in un'altra stanza perché nello studio faceva freddo. Per un irrefrenabile riflesso condizionato, infatti, ogni volta che in TV appare un leghista sento il bisogno di spalancare le finestre e cambiare l'aria. In quel caso l'esigenza era ancora più forte, poiché alla maleodorante verbosità del Bricolo parlante si affiancava sullo schermo il truculento gesticolare della virago scarmigliata che gli sedeva accanto: Rosi Mauro, che a vederla non capisci mai se faccia di più venire in mente il rozzo Zampanò de La strada o uno di quegli ingombranti lottatori di sumo.
Dopo le anticipazioni giornalistiche, mentre scrivo cominciano ad arrivare informazioni vere proprie sui provvedimenti contenuti nel decreto appena varato dal Governo. Come tanti, speravo che le indiscrezioni trapelate in precedenza risentissero di un eccesso di "pessimismo previsionale"; anche se qualche aggiustatina c'è stata, direi però che si è trattato di una speranza non andata del tutto a buon fine. C'è ora da augurarsi che l'imminente discussione parlamentare offra qualche ulteriore margine a emendamenti in grado di attenuare quegli aspetti di più accentuata natura "salassante verso il basso".
Si sapeva che non potevano essere rose e fiori, data la situazione ereditata da Monti e le strettoie imposte da un'Europa ancora lontana dall'essere non dico "l'Europa dei popoli", ma neppure "l'Europa del governo collegiale di se stessa"; verso la quale, per di più, il nostro Paese deve scontare la perdita di dignità e di credibilità lasciataci in eredità da Berlusconi, oltre che l'essere diventato focolaio di infezione per tutto il Vecchio Continente.
La più efficace delle "medicine ricostituenti" per l'Italia consisterebbe nell'andare a prendere i soldi soprattutto da chi non ha mai pagato e da chi, proporzionalmente alla sua ricchezza, ha sempre pagato meno di un appartenente all'italica "casta dei paria"; ma come si sa, questo troverebbe in Parlamento l'inciampo dell'ampia maggioranza di vedovi berlusconiani. Ciò premesso, resta il fatto che se i provvedimenti rimarranno invariati, rispetto alla felice formula "rigore ed equità" si coglierà fin troppo bene il rigore, non altrettanto l'equità.
Ma a questo punto mi fermo perché non vorrei, mio malgrado e nel mio piccolo, venire scambiato per un anti-montiano, contiguo agli ectoplasmi di Rifondazione o all'avanspettacolo giornalistico di certi anti-berlusconiani oggi preoccupatissimi di far vedere che però sono bipartisan. Possibile che in questo Paese - tolti Floris, la Gabanelli, la sgraziata bravura dell'Annunziata e qualche altra lodevole eccezione - si debba direttamente passare dal "lecchinaggio" di Scodinzolini, Fede e Mimun, al pomposo reality-giornalismo di Santoro, alle risate dentone della Dandini, alle stizzose simil-inchiestine della Guzzanti che ha perso la vena comica, ai narcisistici orgasmi televisivi recitati da "quanto mi piaccio Travaglio"
Il desiderio di farvi gli auguri sarebbe forte e sincero, cari lettori, ma il magro effetto che ha sortito negli ultimi tempi consiglierebbe che lasciassi perdere; o, per non affogare nel "pessimismo della ragione" gli ultimi brandelli di speranzoso ottimismo, che facessi ricorso alla saggezza scaramantica di quel "se deve andar peggio vada pure così", che da bambino sentivo dire spesso a genitori e nonni.
A guardar bene, però, una cosa positiva il 2011 ce la lascia: la dipartita di Berlusconi. Auguriamoci pertanto che il 2012 continui l'opera, iniziando a togliere di mezzo un po' del "berlusconismo" cresciuto a dismisura in questi anni. Debellando così una "pandemia" i cui primi focolai, sia pure sotto il nome di "craxismo", iniziarono a contagiare l'Italia già prima della ferale "scesa in campo" dell'allora disperato padrone della Fininvest, che nel decennio di spadroneggiamento a Palazzo Chigi è poi riuscito a ricavarne una patologia sociale "pro domo sua", che ha alterato il comune sentire di tanti Italiani.
Per almeno due ragioni è fondamentale che questo augurio si realizzi. La prima è che, in caso contrario, anche se Monti (o chi dopo di lui) riuscirà ugualmente a imprimere un po' di quella "crescita" tanto invocata e necessaria, si tratterebbe però di una crescita a metà, in grado di dare qualche sollievo al corpo debilitato, ma non certo all'animo sofferente, di questo Paese malato; dove le grida di dolore di chi patisce per non potersi permettere l'iPhon ultimo modello sono spesso più forti, e più ascoltate, della dignitosa lamentazione di chi non riesce a finire il mese con la sua magra pensione. La seconda è che si tratta di augurio a far sì che il fantasma del berlusconismo non continui a sopravvivergli, finendo prima o poi col procurare alla nostra convalescente democrazia la "ricaduta" di qualche altro "riccone della provvidenza" pronto a "scendere in campo".
La mamma dei cretini, che come dice il proverbio è sempre incinta, in passato era solita sospendere la sua deleteria figliatura da Natale all'Epifania, mentre quest'anno non l'ha fatto.
Ecco perché Sgarbi ha appena indetto un concorso per sole donne dai 25 ai 45 anni. A miss qualcosa? No, a vicesindaco di Salemi, la masochista città siciliana che l'ha eletto Sindaco; e che ora avrà un vicesindaco di adeguata levatura: 90-60-90.
Notevole pure l'exploit di uno "sgarbiano della sottospecie coatta", il Corona monumento alla scemenza maschile, fidanzato a un'attricetta che a sua volta lo è all'insulsaggine femminile. Non contento di andare prima o poi in galera per un'infinità di altri reati, s'era messo a frodare le Autostrade con uno stratagemma diabolico e insieme stupido: diabolico, perché passando il casello Telepass con la sua "sborona" Bentley attaccata all'auto che la precedeva, evitava di pagare il pedaggio; stupido, perché la sua testa di paparazzo non immaginava l'esistenza delle telecamere di servizio.
Alla suddetta mamma hanno però dato le maggiori soddisfazioni i caporioni della Lega, che non più assillati dall'obbligo governativo di fingere un barlume di civile normalità, oggi alternano scomposti bivacchi parlamentari al felice ritorno a sguazzare nei maleodoranti pantani della loro inventata "padania", osannati da una marmaglia ragliante a cui non manca mai lo scemo che esibisce un ridicolo copricapo con le corna.
Parafrasando il noto proverbio, si potrebbe dire "nevica sul bagnato". L'abnorme imbiancata, che mentre scrivo sta ancora martoriando l'Italia, è infatti giunta a ridosso dell'altra grande gelata che aveva colpito vasti settori dell'economia nazionale e molteplici aspetti del vivere sociale, causata dalle serrate "piccolo-padronali" di autotrasportatori, pescatori, taxisti e "agitatori di forconi". Chi più, chi meno, queste categorie manifestano legittimo disagio per le ricadute di una crisi destinata a durare, aggravate dall'effetto di talune misure del Governo Monti, non tutte inevitabili. Ciò premesso, c'è però da essere pessimisti sul futuro di un Paese dove le ragioni di quanti hanno drammatici motivi per disperarsi - cinquantenni cassaintegrati o licenziati, giovani disoccupati o precari, pensionati alla fame - sono ridotte a flebili sussurri, o perfino oscurate, dal chiasso di chi punta unicamente sull'altrui danneggiamento per veder risolto il suo problema particolare, se non addirittura per rivendicare "il diritto" a mantenere grandi o piccoli privilegi.
Si ha la sensazione che cresca ogni giorno il numero degli Italiani tentati dall'abbandono di due capisaldi della democrazia: il principio di legalità e il senso di responsabilità individuale; e che l'epicentro di tanto degrado civile continui a essere quell'Italia che, dopo aver generato il fenomeno Berlusconi, ne rifiuta oggi il declino. Il collante farlocco glielo fornisce l'antipolitica, che demonizza con l'epiteto mistificatorio di "casta" tutto ciò che, da Roma a Mondaino, abbia a che fare con l'impegno politico, incurante di ogni distinzione fra chi lo svolge con onore e chi ne fa mercimonio. È una vera e propria istigazione al "suicidio collettivo della ragione", ispirata da ben altre "caste" - affaristiche, giornalistiche, burocratiche - che "la buttano in cagnara" per distogliere l'attenzione da loro privilegi e soprusi, con il supporto dell'ideologia parafascista del grillismo, del rozzo narcisismo dei Santoro e dei Travaglio e, naturalmente, dei conati di eversione legaiola, più di Bossi che di Maroni.
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