SPORT
Quei ragazzi del ‘48
All'inizio di tutto è una fotografia. Cinque giovanotti appoggiati alle loro biciclette sono ritratti negli istanti che precedono la partenza. Sul retro della foto si legge: Corpolò 1948. Squadra Allievi C.S.I.
Si era da poco usciti da giorni di travolgimenti, disastri e ci si stava immergendo in un dopoguerra fatto di proclami, affanni e desolate speranze. Per fare zavorra, contrappeso alla precarietà del transito, i giovani dell'epoca, di fronte ad un futuro misterioso, affidavano le loro labili esistenze a barcollanti sogni.
Il ciclismo, più di qualunque altra disciplina sportiva, alimentava un'attività poetica e fantasiosa, venata di partecipazione emotiva e tra improvvise epifanie, meravigliose goffaggini si cercava di percorrere le strade che, con ben altra forza, erano solcate dalle ruote di Bartali, Coppi, Magni, Ortelli. La gioia saltimbanca portava ragazzi d'eteroclita estrazione a cimentarsi nelle corse.
Ma chi erano gli oscuri atleti raffigurati nell'istantanea in bianco e nero? Il primo da sinistra si chiamava Giancarlo Olivieri. Proveniente da una solida famiglia borghese di Corpolò, si mise in luce per le buone doti di velocista. S'impose in diverse competizioni lasciando dietro di sé atleti importanti come Cavina, Giunchi, Armuzzi. Poi, una volta conseguito il diploma di geometra, s'impegnò nella professione.
Vale Rossi riaccende il circus
Sono passate solo due gare ma le indicazioni sono chiare: dopo due stagioni non proprio esaltanti sotto il profilo dello spettacolo il mondiale 2013 sembra voler recuperare il tempo perduto e la stagione appena iniziata si preannuncia al top. Certo, inutile nasconderlo, gran parte del merito nel ridare appeal al circo della Gp è di Valentino Rossi che con la Yamaha sembra poter lottare di nuovo per le posizioni di vertice, svegliandosi così dal torpore in cui era caduto, e con lui i suoi milioni di tifosi, nei due anni in Ducati. E' bastata la prima gara in Qatar per capire la forza di Rossi nel riaccendere l'entusiasmo sopito: partenza esaltante, errori, rimonta, sorpassi e un secondo posto come non si vedeva da tempo hanno moltiplicato il numero di spettatori davanti alla tv e scaldato i cuori di tutti gli appassionati. Se il fenomeno di Tavullia avrà il ruolo di dominatore dal punto di vista mediatico, è più difficile che giochi la stessa parte sul piano sportivo, vista la competitività dei suoi avversari. Il nemico numero uno Vale se lo trova nei box, con il compagno di squadra e campione del mondo Lorenzo deciso più che mai a centrare il bis iridato, ma anche le Honda sembrano più che mai in palla e oltre al solito Pedrosa, dopo il pre pensionamento di Stoner, Marquez ha le carte in regola per recitare il doppio ruolo di outsider/leader.
Gino Brocchi, un gentleman per la noble art
Il terzo uomo sul ring è l'arbitro. Nel pugilato quella arbitrale è una componente indispensabile per quanto delicata. Sono tramontati i tempi in cui Wyatt Earp, il leggendario sceriffo della sfida all'OK Corral, il 2 dicembre del 1896 fece da arbitro nel famoso incontro tra Tom Sharkey e Bob Fitzimmons. Quella sera a San Francisco, Fitzimmons aveva battuto nettamente Sharkey, ma Wyatt squalificò l'incredulo Bob, reo di aver sferrato un colpo (pugno che soltanto l'arbitro aveva visto), al ventre di Sharkey. Gli spettatori contestarono il verdetto, ma l'ex sceriffo di Tombstone, estratta la "sei colpi", che sempre portava con sé, mise prontamente fine ad ogni protesta.
Oggi, ad un referee si richiede oltre al colpo d'occhio e all'attenzione un alto senso di responsabilità che gli permetta di prevenire qualsiasi violenza e degenerazione. Gino Amati fu certamente il più celebrato e famoso arbitro riminese. Nato nel 1904 salì sul ring per circa trentasette anni, partecipò a ben sei Olimpiadi, arbitrò pugili come Rodriguez, Magnani, Tamburini, Venturi, Proietti, Carnera, Cavicchi, D'Agata, Benvenuti, Burruni, Lopopolo, Rinaldi...
Marcello Neri porṭ il Rimini in serie B e il Venezia in serie A
Storie e personaggi del nostro sport
Una colonna del centrocampo
Voglio, ricordando Marcello Neri, celebrare un ottimo giocatore ma soprattutto una persona perbene. Marcello Neri, spentosi il 26 novembre 2009 a Falconara, la città che gli aveva dato i natali nel 1938, arrivò a Rimini nell'estate del 1959 voluto fortemente dall'allenatore Gustavo Fiorini (anch'egli anconetano) ed immediatamente divenne una colonna portante del centrocampo biancorosso, in quel primo anno di serie C.
Calcisticamente dotato anche se non eccessivamente dinamico, rimase nella nostra città per tre stagioni disputando 95 partite e realizzando 8 reti. In seguito calcò palcoscenici più importanti e dal 1962 al 1968 indossò la maglia del Venezia in serie B e nella massima serie. Nella città lagunare si trasformò da centocampista in difensore e per ben sei anni Marcello Neri fu un idolo del vecchio campo sito in Fondamenta sant'Elena. 148 furono le presenze da lui totalizzate con l'undici lagunare e 10 furono i gol messi a segno dall'atleta marchigiano, il quale con l'amata maglia nero-verde conquistò nel campionato 1965-66 una storica promozione in serie A. Ricordo ancora la formazione: Vincenzi; Tarantino, Grossi; Neri, Rizzato, Spagni; Bertagna, D'Alessi, Mencacci, Ferruccio Mazzola, Salvemini. La carriera di Neri proseguì poi a Cesena, Perugia e Ancona.
Come allenatore seppe distinguersi e per oltre un ventennio fu uno stimato tecnico ed educatore di giovani. Ma era Rimini la città da lui più amata. A Rimini aveva conosciuto Diana che sarebbe diventata poi la sua compagna, a Rimini si riuniva convivialmente con gli amici di quegli anni lontani, i protagonisti di un calcio che si esprimeva attraverso sprazzi di indomita trasognatezza, giovani che sapevano esaltarsi assaporando pienamente l'ebbrezza del nulla.
Si ritrovava con Sauro Mazzotti, l'ala sinistra di Sant'Alberto di Ravenna, che molto più del pallone amava pescare e cacciare di frodo nelle sue valli, con lo scapigliato Giovanni Ceschi, con l'iconoclasta Romano Scardovi, con l‘amabile Sergio Gianni, con l'incomparabile vigneron Sergio Lucchi, perché Marcello Neri era rimasto modesto ed autentico come lo era da ragazzo quando prendeva a calci una povera palla in un brullo cortiletto di via dei Mille a Falconara.
Alla fine dovette combattere contro la malattia che lo aveva aggredito e lo aveva costretto sulla sedia a rotelle: l'atassia cerebrale multisistemica, un morbo simile alla più famosa sclerosi laterale amiotrofica che ha falciato tanti atleti. Dicono che Marcello sia rimasto lucido e sereno fino alla fine. Non ho difficoltà a crederlo.
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