L'asceta del pedale
Storie e personaggi del nostro sport
Gino Berti, imbattibile nel ciclocross e trionfatore nelle Nove Colli, si cimentò anche nella podististica
Il ciclocross si corre in inverno. E' considerato, da sempre, il parente povero del ciclismo. Per me, il ciclocross è poesia pura. Gareggiare attraverso viottole ghiacciate, imbrattarsi di fango, rischiare l'osso del collo scendendo in bicicletta lungo argini infidi per ottenere, in caso di vittoria, una "picciola mercede", non attrae molti atleti. Gino Berti, nato nel 1938, il ciclocross lo ha praticato incessantemente per oltre quarant'anni: prima come dilettante (dal 1958 al 1983), riuscendo, nella categoria dei puri, con sulle spalle la maglia degli "Aquilotti Cervia", ad ottenere oltre ottanta vittorie, imponendosi su avversari dai nomi altisonanti: Livian, Benato, Guerciotti, Grego, Potenza.... poi, da cicloamatore, quando per un decennio è stato il più forte atleta italiano riuscendo a conquistare la maglia tricolore in tre diverse occasioni e sempre le sue vittorie sono state perentorie, frutto di azioni travolgenti che non lasciavano adito a discussioni. Per molto tempo, nel cross, se gareggiava Gino, significava correre per le piazze d'onore. Ma anche su strada Gino Berti fu un vero "piccolo" campione. La sua vittoria di maggior prestigio l'ottenne sul traguardo della Modena-Sestola nell'estate del 1963. Su "Stadio" del 21 luglio di quell'anno Luigi Chierici scriveva: " Nella salita di Sestola Gino Berti sferrava la sua offensiva e in pochi chilometri seminava tutti. Si presentava all'ingresso del circuito finale con un vantaggio di tre minuti; non ancora pago del risultato, spingendo a fondo nell'ultimo tratto, riusciva a portare il suo vantaggio ad oltre sei minuti su Rossi del "G.S Mago di Ravenna...", mentre i celebrati "azzurri" di Rimedio, arrivarono dopo la spesa pane. L'anno seguente si aggiudicò il "Gran Premio Liberazione" venendo convocato, insieme al compagno di colori "Pino" Maroncelli nella squadra nazionale per disputare il Giro delle Asturie, gara durissima in dieci tappe, nella quale si classificò al quarto posto, e si impose, sempre per distacco, in un "Gran Premio Giorgini" alla Pioppa. Ottenne, inoltre, tantissimi piazzamenti "per la sua generosità ed il comportamento leale di uomo squadra". Ma Gino Berti è atleta a tutto tondo. Si cimentò nel biathlon e nel 1978 vinse a Vecchiazzano ed a Santa Aquilina di Rimini, si improvvisò podista, ed anche nella più francescana delle discipline, fu un vero drago, colse una strabiliante vittoria nel 1974 sul durissimo circuito di Saiano, arrivò secondo alla Marcialonga del "Seven Club", sempre secondo si piazzò sul circuito di Imola e nella classica noturna di "San Giovanni" a Cesena. All'inizio, quando movevo i primi incerti passi nel mondo del ciclismo ed ero fragile ed insicuro come tutti gli adolescenti, Gino Berti era il modello che avrei voluto seguire poi, con mio grande piacere, quell'ammirazione si è trasformata in amicizia. Capita spesso, allorché mi reco nella sua ospitale casa di San Tommaso, che davanti ad un bicchiere di preziosa Albana, si ritorni a rivisitare vecchi ricordi. La modestia di questo personaggio è davvero eccezionale. Mai una parola fuori posto, mai un giudizio approssimativo. Serio e rigoroso codesto, ormai anziano agricoltore, che non fa sconti a nessuno perché mai ne ha fatti a se stesso, ha una concezione calvinistica della vita. Dotato di una cultura (avrei voluto scrivere kultur) ampia e solida (Gino ha viaggiato in tutto il mondo), non si lascia abbindolare dagli idola tribus di baconiana memoria e se la ride delle aberrazioni tecnologiche proprie del ciclismo attuale. Per lui essere corridori non vuol dire pedalare su una bicicletta avveniristica e costosa. Essere corridori è prima di tutto una concezione di vita. Di sfuggita, voglio ricordare che Gino Berti per due volte ha vinto la "Nove Colli di Cesenatico" (la 200) e altre due volte è giunto secondo e che le sue vittorie, in totale, ammontano a oltre settecento. E se chi va in bici incontra per strada un anziano ciclista in sella ad una vecchia "Vicini" che irride ancor oggi le salite e sfreccia via veloce ed irraggiungibile, si ricordi di togliersi il cappello in segno di saluto e di rispetto.
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