Lele Massari, un postino all’ala sinistra

RIMINI - Notizie sport - mer 24 feb 2010
di Enzo Pirroni

Storie e personaggi del nostro sport

Nel 1945 l’annullamento di un suo gol provocò un’invasione di campo dispersa dalle mitragliatrici dei Polacchi

Il mai abbastanza compianto amico Gustavo Gaudenzi, mi presentò “Lele” Massari in una fredda e caliginosa giornata di un dicembre di tanti anni fa. Grazie a Gustavo feci conoscenza con colui che per più di quarant’anni, per me era stato soltanto un nome legato ad un ruolo: l’ala sinistra del Rimini. “Lele” Massari, entrò a far parte dei “pulcini” (allora si chiamavano così i calciatori delle giovanili) nel 1939. Aveva quindici anni. L’avevano visto giocare in un campetto della periferia. Due anni più tardi debuttò in prima squadra. Il campionato era quello di serie C. Ma il colpo grosso di quell’anno fu, per Massari, l’essere assunto come fattorino alle Poste. Per le famiglie d’allora composte da ligi, laboriosi e seri personaggi, che non accettavano nulla di gratuito e non agognavano insolite cose, il raggiungimento di un posto fisso, era il più ambito dei traguardi.

Il 1943 lo vide militare a Pola. Seguì la deportazione in Germania. Tornò a Rimini nel 1945 riprendendo il lavoro e contemporaneamente ricominciando a giocare. Nel Rimini c’erano molti visi nuovi, sul vecchio prato della Sartona, davanti a spettatori che indossavano abiti dimessi, ma che avevano, nonostante le innumeri ferite ancora aperte, voglia di svagarsi si esibivano atleti di incerta classe e di grande impeto. Accadde persino che mentre si stava giocando Rimini – Carpi, l’arbitro annullasse un gol segnato dallo stesso “Lele” Massari ed il pubblico imbufalito si riversasse sul campo di gioco. Fu allora che dei soldati polacchi, appostati sul tetto della lugubre, pulciosa struttura del “Pio Felice”, spararono con le mitragliatrici per mettere in fuga gli invasori. Parlandone Massari ricordava quei tempi con tenera indulgenza: “Giocavamo per divertimento. I tatticismi erano minimi. Di soldi ne giravano ben pochi”. Fu quella, a detta di tanti, la squadra più bella vista a Rimini: Cicchetti; Bettoli, Pinardi; Bombardieri, Mantovani, Ravaglia; Ampollini, Zalateu, Tramontana, Brando, Massari. Nomi che ancora oggi, al pronunciarli producono una vera e propria melodia. Il giovane Sergio Zavoli, stregava i concittadini con la malia delle sue radiocronache.

Massari. lo acquistò il Verona che giocava in serie B per cinque milioni. Nella serie cadetta, al primo campionato, realizzò tredici reti. Nella città di Romeo e Giulietta ci rimase per quattro stagioni. Gianni Brera, sosteneva che “il mestiere del calciatore era pericoloso nella misura in cui poteva considerarsi esaltante se riusciva”.

Lele” Massari, uno dei pochi riminesi che abbia calcato le ribalte rutilanti del calcio professionale, ha giocato, ha segnato tanti gol, ha deliziato con i suoi virtuosismi le platee, ma s’è tenuto sempre il suo posto di lavoro. Giocava in serie B e faceva il portalettere. Tornò a Rimini nella stagione 1952 – 53. Spese gli ultimi spiccioli della sua classe nel Massalombarda, nel Castelbolognese (allenava il dott. Bosi) e quindi nel Perticara. Massari è un uomo tranquillo i valori del quale non fanno più parte di codesta età dove a felicitare sono solo i cortigiani malèvoli ed i manovratori d’intrighi. Mi accorgo di aver detto poco e di non aver celebrato abbastanza quest’uomo buono e dignitoso che con serenità malinconica conduce una vita appartata. Con la delicatezza di un violinista, accarezza le corde del prezioso stradivari dell’esistenza, accordandole perché nessuna nota esca stonata.

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