AUTORE Celi Lia

mer 03 dic 2008 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

E tu ce  l’hai già  la Social Card? La versione aggiornata della tessera annonaria del tempo  che  fu  si  profila  come  il  non-status-symbol  più  imbarazzante  dopo  la  palla  al  piede dei condannati ai lavori forzati: anonima come la Social Card, ma se ce l’hai addosso, è difficile dire che non è tua. Anzi,  la  Social Card  imbarazza  ancora  prima  di riceverla. Perché ti viene annunciata con una letterina  ministeriale,  suppongo  di  questo  tenore: «Cavo  amico  (bisogna  immaginarla  letta  con  la voce  del ministro Tremonti),  dai  dati  in  nostvo possesso ci visulta che tu sei un pezzente.

mer 19 nov 2008 - Notizia di Opinioni - scritto da Celi Lia

[{Rimini come le Hawaii?} Sta crescendo fra i nostri figli e un giorno sarà Premier. Di quale Paese, lo vedremo] Obama è a Rimini. Nessuno se n'è accorto – e non c'è da meravigliarsi, con tutti gli «abbronzati», sia in senso proprio che berlusconiano, che circolano in città. Ma Obama c'è - o...

mer 05 nov 2008 - Notizia di Opinioni - scritto da Celi Lia

[{Tempi duri} Forse sarà la volta che diventiamo consumatori adulti] «L'esercente poveretto / non sa più che cosa far / e contempla quel cassetto / che riempiva di danar… ah, la crisi, ussignùr, la crisi…» Il resto potete sentirlo su Youtube, cercando «Ma cos'è questa crisi»: la leggendaria...

mer 22 ott 2008 - Notizia di Opinioni - scritto da Celi Lia

[{I bei tempi che mai furono} La realtà conta zero e la memoria ancor meno] Ormai si è capito che la realtà dei fatti non conta una fava. Le decisioni della politica, come gli eventi dell'economia sono dettati dalle percezioni. Non importa se vere o false, o semplicemente fuori posto. La...

mer 08 ott 2008 - Notizia di Opinioni - scritto da Celi Lia

[{Idee per combattere l’obesità infantile} Non c’è solo lo sport per mantenere in forma la prole] Mi sento un'ingrata. Di questi tempi nessuno regala nulla, specie gli enti locali, e quando il comune propone una bella iniziativa come «3, 2, 1… sport!», un genitore sensato dovrebbe buttarcisi...

mer 24 set 2008 - Notizia di Opinioni - scritto da Celi Lia

[{Enigmistica per mamme: i misteri del corredo scolastico} Impazza la corsa alle cartolerie: ma ne vale la penna?] Può un paradiso trasformarsi per due mesi all'anno in un inferno? Chi entra in questi giorni alla cartolibreria «La Moderna» sa che la risposta è sì. Quello che da novembre ad...

mer 10 set 2008 - Notizia di Opinioni - scritto da Celi Lia

[{Come curare l’insicurezza dei riminesi} Forse un’educazione al sorriso è più efficace delle divise] Rimini non rientra nel numero delle città in cui è previsto pattugliamento militare nelle strade. Pazienza: per alleviare il senso d’insicurezza che attanaglia i riminesi ormai ci vorrebbe...

mar 26 ago 2008 - Notizia di Opinioni - scritto da Celi Lia

[{Dove sono finite le marche della nostra infanzia?} L’offerta dei prodotti confezionati è ormai monomarca] Chiavacci, Toseroni, Besana, Tanara, Sanson… Non è la gloriosa formazione di qualche squadra padana degli anni Settanta. Sono le marche di gelato che deliziavano i bambini di trent'anni...

commenti a questo articolo commenti ( 1 )
mer 17 dic 2008 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

La giostra carbonizzata in piazza Tre Martiri è sparita da qualche giorno. Peccato. Io ce l'avrei lasciata ancora un po'. Come installazione natalizia era molto più anticonvenzionale del presepe di sabbia, anche se puzzava un po' di bruciato, e avrebbe fatto pendant con il minimalismo dell'addobbo della piazza, che ricorda tanto dei tappetini da bagno stesi ad asciugare. 

mer 14 gen 2009 - Notizia di opinioni - scritto da Celi Lia

Archiviato il micragnoso Natale 2008, il consumatore può scegliere fra tre opzioni: malinconia imbarazzata e sgomento malinconico. La malinconia semplice è quella che si prova di fronte alle vetrine che smettono le decorazioni natalizie in tempi ragionevoli, diciamo entro il primo weekend dopo l'Epifania. Colpisce per lo più i sentimentali, quelli che non riescono a odiare le feste, e preferiscono quell'atmosfera febbrile, dolciastra e spendereccia al tetro grigiore del resto dell'anno. Quando gli addobbi sono ancora lì a metà gennaio, causa negligenza del negoziante o mancanza di personale, e restano a impolverarsi fino a Pasqua, la malinconia sfuma nell'imbarazzo, e può sconfinare nel fastidio, perché la scritta «buon Natale» in marzo sembra una presa per i fondelli. 

mer 06 ago 2008 - Notizia di Opinioni - scritto da Celi Lia

[{Scienze di stagione} A quando una laurea in questa fondamentale materia?] Il master in Gestione e amministrazione domestica del cocomero non esiste ancora. Nemmeno nelle università private, che pure offrono specializzazioni ben più fantasiose come «Operatore ambientale per il tempo libero»,...

mer 23 lug 2008 - Notizia di Opinioni - scritto da Celi Lia

[{Tendenze oversize} La donna se ne vergogna, l’uomo se ne infischia] Chissà se l'estate 2008 sarà ricordata come quella in cui venne reintrodotta l'immunità parlamentare. Ma basta guardarsi intorno per notare che un'immunità da tempo sospesa è già stata reintrodotta: quella per i panzoni....

mer 09 lug 2008 - Notizia di Attualità - scritto da Celi Lia

[{L’abolizione del “per favore”} I clienti dei bar sono sempre più monoverbali] Poche cose urtano un barista riminese (e non solo) come i clienti monoverbali. Quelli, per intenderci, che ordinano la consumazione enunciando una parola sola, «caffé», «acqua», «toilette». Uomini e donne,...

mer 25 giu 2008 - Notizia di Attualità - scritto da Celi Lia

[{Tanto verde e cultura per tutti, nonostante qualche sbavatura} Forse ci vorrebbe un Rambaldi anche per quella vera] Tornare di tanto in tanto all'Italia in Miniatura è un balsamo per lo spirito. Per chi è sui quaranta, come me, scatta il riflesso "Anima mia", e sembra di entrare nelle...

mer 11 giu 2008 - Notizia di Attualità - scritto da Celi Lia

[{Pensierini di fine scuola} Solo grazie a loro si crea la magia di un bambino che impara] E' rimbalzata sui giornali la vicenda della quarta elementare romana che si è rivolta a Napolitano per non perdere la bravissima maestra che li seguiva dalla prima elementare e che, giunta ai...

mer 28 gen 2009 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

Per la serie «I grandi nemici del riminese», oggi vi parleremo del marciapiede. Sembrerebbe impossibile vedere in questo umile dettaglio dell'arredo urbano una vera e propria minaccia alla quiete e all'incolumità pubblica. Eppure è quanto succede a Rimini.

mer 11 feb 2009 - Notizia di opinioni - scritto da Celi Lia

Ogni tanto faccio un incubo fantozziano. Sono una turista fanatica dello shopping che può trascorrere solo mezza giornata a Rimini ma - disgraziatamente - è un martedì pomeriggio. Mi aggiro fra due ali di saracinesche chiuse, salvo i negozi in franchising e i supermercati uguali dappertutto. Tutte quelle deliziose buticchine di cui mi hanno parlato le mie amiche sono sbarrate. Off limits la famosa gelateria, il fantastico negozio di casalinghi e la pizzicheria segnalata dai gourmet. Per fortuna sono aperte le farmacie, così se ho bisogno di un antidepressivo so dove trovarlo. 

mer 25 feb 2009 - Notizia di opinioni - scritto da Celi Lia

A Pechino c'è un giardino pubblico dove i genitori di giovani single, muniti di foto magari un filino ritoccate, si incontrano per combinare fidanzamenti: i figli sono così impegnati col lavoro che non hanno tempo di cercarsi un partner da soli. Qualcosa mi dice che il matrimonio combinato sta per conoscere un grande ritorno anche in Occidente. I nostri figli hanno il problema opposto dei loro colleghi cinesi, ma il risultato è lo stesso: occupati come sono a cercarsi un lavoro, non riescono a dedicarsi con impegno alla ricerca dell'anima gemella. E comunque, anche se la trovano, ci fanno di tutto tranne ciò che piacerebbe a noi genitori: metter su casa, darci dei nipoti. Dietro tanti sessantacinquenni riminesi con lo sguardo triste c'è un figlio o una figlia che sta mettendo i capelli bianchi senza aver ancora prodotto un fiocco rosa o azzurro. I genitori di maschi hanno qualche chance in più, perché prima o poi l'attempato rampollo dovrà rassegnarsi al fatto che la mamma non ce la fa più ad accudirlo e a conti fatti una moglie costa meno della lavasecco tutti i giorni.

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mer 11 mar 2009 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

Poche cose dànno a una strada più decoro e rispettabilità di una cascata di note che zampillano da una finestra aperta. Istintivamente il passante sorride, smette di inveire contro le cacche di cane e le buche nell’asfalto e alza gli occhi, cercando di indovinare dietro quali tendine si nasconde il misterioso esecutore. Come trasportato da una macchina del tempo, paff, dalla triste Rimini del 2009 si ritrova nel bel mezzo di un bozzetto alla Guido Gozzano, e la stradina del centro diventa un pittoresco vicolo della vecchia Torino o della Milano dei tempi d’oro di Casa Ricordi. Dietro quell’angolo potrebbe essere appena sparita una signora con l’ombrellino, da un momento all’altro una vezzosa sartina si affaccerà al balcone per innaffiare le pansé. Perfino il più acceso rifondarolo comincia a rivalutare certi aspetti della borghesia vecchio stampo, ed è colto dall’impulso di entrare nel primo bar (pardon, caffé), e ordinare un bicchierino di rosolio.

mer 28 mag 2008 - Notizia di Attualità - scritto da Celi Lia

[{I fili diretti radiofonici}] [Come ce la caviamo quando vogliamo dire la nostra alla nazione] I fili diretti radiofonici come "Zapping" su Radiouno o "La zanzara" di Radio24 non sono esattamente programmi che ti fanno saltare sulla sedia. Al ventesimo Marco da Milano o Vincenzo da Napoli...

mer 14 mag 2008 - Notizia di Attualità - scritto da Celi Lia

[{Terrori materni}] [La generazione post ddt ha paura dei parassiti ma non sa più riconoscerli] Le mamme riminesi sono intrepide. Basta vederle quando fendono il traffico con uno-due bambini in tenera età sui seggiolini della bici, o quando, con occhi più lampeggianti della doppia freccia...

mer 30 apr 2008 - Notizia di Opinioni - scritto da Celi Lia

[{Tempi duri per i bimbi riminesi} Ma ormai l’antitesi è superata: anche i cosmetici sono regalati come giocattoli] «Alla tua piccolina non compri mai balocchi, mamma, tu compri soltanto profumi per te!» Quando ero piccola io, «Balocchi e profumi», vecchio hit strappalacrime degli anni...

mer 25 mar 2009 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

Quando incroci i neo-laureati per le strade di Rimini, incoronati d’alloro come consoli di ritorno dalle Gallie o come feretri ambulanti, vieni colto da sentimenti ambivalenti. Non sai se essere contento per loro, o mettergli una mano sulla spalla e dirgli «Coraggio, figliolo, tutto deve finire, prima o poi». Anche gli sfottò di rito acquistano un sapore amaro. Una volta aveva senso umiliare il laureando che, dopo la dura naja accademica, vedeva aprirsi davanti a sé un futuro sicuro da professionista. Lo sberleffo era la tassa che i compagni ancora non affrancati dagli studi facevano pagare al neo-dottore che, col suo papiro sotto braccio, partiva alla conquista del mondo. Ma se ci laureassimo oggi, sarebbe molto difficile non interpretare il coro «dottoore, dottore del buco del *, vaffan*, vaffan*» come un’anticipazione di quello che ci diranno all’agenzia di lavoro interinale quando chiederemo un impiego adeguato al nostro titolo di studio, specie se è una laurea triennale. E ci chiederemmo se vale la pena di spendere l’equivalente di un anno di tasse universitarie (come notava Giampaolo Proni su queste pagine) per festeggiare la nostra entrata in una delle categorie più vittimizzate dalla crisi: i neolaureati.

mer 08 apr 2009 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

Per la serie «I grandi nemici del riminese», oggi parliamo dell’Autobus. Oppure, se preferite, per la serie «I grandi nemici dell’autobus», oggi parliamo del Riminese. Cambia solo l’ordine dei fattori, non il loro rapporto, all’insegna dell’incomprensione, della sfiducia reciproca e di un’ostilità tutt’altro che malcelata. E’ evidente che il riminese non si fida del mezzo pubblico. Forse perché il termine «mezzo» gli evoca qualcosa di incompiuto, di lasciato a metà, appunto, e anche perché, come romagnolo, viaggiare su un autoveicolo in cui al posto di guida non c’è lui gli procura un vero e proprio dolore fisico.

mer 22 apr 2009 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

Forse l’unico effetto non tragico del terremoto abruzzese è di averci fatto passare, per paradosso, una Pasqua più serena. Dopo giorni di maratona mediatica su cumuli di macerie, lutti, tendopoli fustigate dalle intemperie e moltitudini di sfollati privati di tutto, poterla trascorrere nel modo più banale, sotto il proprio tetto e insieme ai propri cari, ci è apparso per quello che è: un meraviglioso regalo del destino. Anche la gita di Pasquetta ha assunto un altro sapore. Nel senso che pranzare all’aperto seduti su una coperta, con un occhio agli eventuali capricci del tempo, è piacevole solo se sai che la sera cenerai con le gambe comodamente allungate sotto il tavolo del tinello di casa tua. Ma se non hai più una casa in cui tornare, la tua vita diventa un agghiacciante picnic a tempo indeterminato, e la prospettiva di riavere un’abitazione decente e un lavoro su cui reimbastire una routine quotidiana, ti appare allettante come una vacanza. Saggezza spicciola, ma non troppo in una città come Rimini, dove l’insoddisfazione si manifesta in un continuo sciame sismico di lamentele, senza mai sfociare nello scossone in grado di abbattere lo stato delle cose.

mer 06 mag 2009 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

Una volta tanto, spezziamo una lancia a favore delle automobili riminesi. Non sono cattive, anzi, hanno un’anima e un cervello spesso superiori a quelle dei loro conducenti. Stufe di essere solo oggetti, status symbol, nonché simbolo di una tecnologia e di uno stile di vita bocciati dalla crisi economica e dal degrado ambientale, i Suv malatestiani hanno deciso di farsi una cultura.

Un bel mattino il macchinone si è guardato allo specchio e si è detto: «Vergogna, un bestione grande e grosso come te non è capace di leggere né di scrivere. Magari sai quanti chilometri puoi fare con un litro, ma se ti chiedono quanti ne fai con due, vai in panne. Avrai pure un motore da cinquecento cavalli, ma come cervello vali meno di un somaro.»

mer 20 mag 2009 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

 

Lo ha certificato il Sole24Ore: a Rimini la spesa è la più cara d’Italia. Più che a Milano, più che a Cortina, perfino più che nella solita Venezia, dove tutto viene trasportato in barchetta. Non sappiamo se sentirci lusingati o imbarazzati. Sempre un primato è, in fondo. Non proprio quello che scriveresti sui cartelli all’ingresso della città - «Benvenuti a Rimini, la città con i generi alimentari più costosi d’Italia» -, ma è sempre qualcosa.

Però, a pensarci bene, l’idea del cartello non è male. Visto che come nuove attrazioni turistiche siamo un po’ scarsucci, vantare la spesa più cara d’Italia potrebbe attirare folle di visitatori, curiosi di sapere come mai qui pane e latte costano più che a Portorotondo. E siccome è effettivamente difficile capirne il motivo, e il mistero intriga sempre, ci torneranno nella speranza di scoprire l’arcano. Rimini potrebbe diventare una meta per i turisti dell’occulto, quelli che affollano le rive di Loch Ness o i castelli della Transilvania. Come mai in questa cittadina marittima da tempo non più sulla cresta dell’onda, soffocata dal cemento e dal traffico, e collocata in una delle zone agricole più produttive d’Italia, la roba da mangiare costa come se arrivasse a dorso di mulo da chissà dove? Che sia una maledizione lanciata da Francesca da Rimini, in punto di morte? O è l’inquieto fantasma di Sigismondo Malatesta che fa la cresta sulla spesa dei cittadini per mettere insieme il denaro necessario a completare il suo Tempio lasciato a metà? O il boom dei prezzi è solo l’eco dei troppi «boom» che squassarono Rimini nel 1944? Materia per una puntata di Voyager di Roberto Giacobbo, più che per un Report di Milena Gabanelli, che preferisce indagare sulle banche di San Marino piuttosto che sui banchi del Mercato coperto.

mer 03 giu 2009 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

Il traffico, enorme, efficientissimo tubo digerente, ingoia e metabolizza le sue tragedie in tempi rapidissimi, lasciandosi dietro rimorsi che durano lo spazio di un ruttino al monossido di carbonio. Quando queste righe verranno pubblicate, l’orrore per il pluriomicidio (questo è il suo nome) di via Euterpe si saranno già spenti. Centinaia e centinaia di automezzi saranno passati – ovviamente, senza rallentare – su quelle strisce pedonali insanguinate. E siccome è più facile che i pedoni imparino a volare che gli automobilisti imparino a rallentare, i due poveri nonni falciati davanti al Garden e il loro meno sfortunato nipotino non saranno certo le ultime vittime della Filibusta del volante che infesta le nostre strade.

Nella viabilità riminese, il cittadino appiedato riminese è abituato a sentirsi considerato alla stregua di un acaro della polvere sul tappeto di un salotto: un minuscolo, fastidioso parassita che provoca reazioni allergiche. Ma è davanti a un attraversamento pedonale che lo sventurato tocca con mano (e a volte, disgraziatamente, anche con parti vitali del corpo) la sua condizione di senza-diritti.

mer 17 giu 2009 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

Qual’è l’attrazione cittadina più fotografata dai turisti? Non l’Arco d’Augusto né il ponte di Tiberio, né tanto meno la Casa del Chirurgo, di cui i riminesi sono così gelosi da non aver predisposto in città nemmeno uno straccio di cartello che ne indichi l’ubicazione ai forestieri, molti dei quali ripartono senza sospettare di aver “bucato” uno dei siti archeologici più straordinari d’Italia.

No, il soggetto più immortalato dagli obiettivi dei turisti sono le mamme riminesi in bicicletta. Mi riferisco a quelle donnine – in genere giovani e minute - che sfrecciano in città con due o più puponi sistemati su seggiolini anteriori e posteriori delle dimensioni di una poltrona Frau, più borse della spesa e borsoni da spiaggia. Al confronto, la madre peruviana che si inerpica sulla Cordigliera andina con il figlioletto legato sulla schiena è una scansafatiche, e il ciclotaxista di Hanoi è un pappamolle.

mer 01 lug 2009 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

La cena in spiaggia è un rito che ci fa sentire più amici, più riminesi, più in vacanza. Ma bisogna arrivarci preparati. Ecco una piccola guida ai “topoi” del pasto consumato sotto l’ombrellone o sui tavoloni di legno.

PASTA FREDDA. Regina incontrastata del beach-food, nasce dalla leggenda metropolitana secondo cui d’estate una ciotola di maccheroni gelidi e unti è meglio di un bel piatto di lasagne fumanti. La ricetta è semplice: si cuoce troppo o troppo poco una carriolata di pasta, la si condisce con gli avanzi del frigo, la si stiva in un Tupperware grande come un silos e la si tira fuori in spiaggia quando i commensali sono così allupati che divorerebbero pure secchielli e palette. Da maggio a settembre inoltrato, intere famiglie riminesi non mangiano altro, e quando in autunno rivedono gli spaghetti caldi piangono di commozione. Misteriosa caratteristica della pasta fredda è che, a prescindere dal numero degli ospiti e dalla quantità, ne avanza sempre un casino. Ma «il giorno dopo migliora», e non è una bugia: peggio di così non può diventare.

mer 15 lug 2009 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

Rassegniamoci: la decadenza del secchiello e della paletta come giochi da spiaggia è irreversibile. Nei negozi l’offerta è decuplicata rispetto agli anni della nostra infanzia, fra i lettini si ammucchiano secchielli, palette e stampini di ogni foggia e colore, sulle passerelle sfilano rassegnati genitori-caddies oberati da sacche zeppe di giocattoli, ma è solo fumo negli occhi. Tutto l’armamentario serve solo a innescare litigi con gli amichetti, o a far venire il mal di schiena a nonna e a mamma che, a fine giornata, devono raccogliere tutte le carabattole. I bambini non sanno più che farsene di quella roba. Molta della quale, peraltro, era già inutile ai nostri tempi.

mer 29 lug 2009 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

E’ di questi giorni la notizia che il comune di Gerenzano, provincia di Varese, di stretta osservanza leghista, invita ufficialmente i cittadini a non affittare le case agli extracomunitari. Vivo sollievo nel resto del mondo, dal Canada alla Nuova Zelanda, nell’apprendere che solo i membri dell’Ue rischiano di diventare inquilini di un gerenzanese. Ancora non si sa se i padroni di casa di Gerenzano hanno accolto l’invito delle loro autorità, o, nel loro foro interiore, hanno valutato che, anche se l’inquilino è straniero, i suoi euro sono comunitari purosangue, e hanno diritto di essere accolti nelle tasche dei locatari varesotti, sotto forma di canone. Il nostro Comune non scoraggia l’affitto agli stranieri; ci pensa già il governo, che nella nuova legge sulla sicurezza minaccia la confisca dell’immobile e addirittura la reclusione a chi affitta a stranieri irregolari. Chi conosce qualche straniero personalmente, e non solo attraverso gli articoli pulp di Libero o della Voce, sa che la vera fabbrica dell’irregolarità è la farraginosa burocrazia italiana. 

ven 07 ago 2009 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

Sapete cos’è una «torre del silenzio»? E’ una specie di palco sopraelevato in cui, nella tradizione zoroastriana, si depone il cadavere, perché sia smembrato dagli uccelli rapaci e non contamini la terra. Questa pratica era diffusissima nell’Iran pre-musulmano, e ora si conserva solo nelle comunità Parsi dell’India. Ma per vedere qualcosa di molto simile a una «torre del silenzio» senza spostarsi fino a Bombay, basta fare un salto alla Dimar.

Non sappiamo se i proprietari del negozio abbiano a che fare con Zoroastro, ma è evidente che hanno deciso di liquidare il glorioso emporio di dischi e spartiti in puro stile parsi: abbandonandolo all’amorosa rapacità dei musicofili. Sulla salma ancora calda sono calati rapidamente stormi di avvoltoi da tutto il Centro-Nord, pronti a spolpare la labirintica carcassa di Dimar fino all’ultima musicassetta di Toni Santagata e fino all’ultima partitura per ocarina e viola da gamba curata dal maestro Vattelapeskij.

mer 26 ago 2009 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

Un’auto imbocca contromano a tutta velocità l’angusta viuzza dove abiti, proprio mentre stai scendendo cautamente in strada con tuo figlio in passeggino. «Cosa fa? E’ senso unico,» dici al conducente. Dall’abitacolo si affaccia un energumeno brizzolato che, con marcato accento riminese, sbraita: «Mò dove vado, scignora? Dove vado, porcod…?» E, sempre bestemmiando, sparisce dietro l’angolo. La risposta più immediata sarebbe: chissenefrega dove va lei, buon uomo, ma ci vada rispettando il codice stradale e, possibilmente, anche la buona creanza. Ma poi ti rendi conto di aver appena avuto un faccia a faccia con uno dei maggiori pericoli pubblici della viabilità cittadina, e ringrazi il cielo di esserne uscita viva. E ti vengono in mente tutti gli incidenti mortali occorsi a pedoni, ciclisti e motociclisti, provocati da auto alla cui guida, registravano le cronache, c’era un riminese fra i sessanta o settant’anni. Che non ha rispettato lo stop, non si è fermato davanti alle strisce pedonali o ha infilato male la rotonda.

mer 09 set 2009 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

Qual è stato il tormentone sonoro dell’estate riminese 2009? Dipende dalle zone. La linea di demarcazione è, come al solito, la stazione ferroviaria: verso il mare, impazzavano Lady Gaga e Bob Sinclair. Verso monte, la colonna sonora delle notti d’estate erano soprattutto i vagiti di neonati insonni e i telefonisti da davanzale. Sound controversi, perturbanti, che dividono pubblico e critica su una delicata questione estetico-musicale: all’una di notte rompe più le balle un neonato che frigna a distesa o una tizia che litiga al cellulare in dialetto? Anche in questo caso conta molto la sensibilità personale. Chi non ha figli, ma ha un cellulare e/o parenti residenti nel Centro-Sud, può trovare più insopportabile il pianto del neonato, e giustificare la signora o signorina che, nelle ore notturne, telefona ai familiari lontani affacciata al davanzale. E’ un fatto che in molte zone del centro storico c’è pochissima copertura di rete nelle parti più interne delle abitazioni, e i cellulari funzionano solo in prossimità di porte e finestre, possibilmente spalancate.

mer 23 set 2009 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

Per uomo o donna da marciapiede si intende una persona che esercita una professione degradante (almeno nell’era pre-D’Addario), e nella forma più degradante. E se a toccare il fondo della degradazione è un marciapiede? Avremo un marciapiede da marciapiede, spettacolo indecente e scandaloso, sconsigliabile ai bambini e imbarazzante per i turisti. A differenza degli esseri umani della stessa risma, i marciapiedi da marciapiede non stazionano lungo gli stradoni di periferia: infestano soprattutto il centro storico, esibendo oscenamente ad ogni ora del giorno e della notte orifizi dei diametri più svariati, malamente coperti da qualche brandello d’asfalto. Ma i marciapiedi da marciapiede sono molto peggio delle donne da marciapiede, che si limitano a far cadere in tentazione i padri. I marciapiedi da marciapiede fanno cadere, e non in senso traslato, anche madri, nonni, figli piccoli, neonati, e qualunque creatura sia in grado di muoversi su gambe o su ruote. 

mer 07 ott 2009 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

Ho detto basta. Quella di ieri era proprio l'ultima. Ormai ero arrivata a una-due al giorno, dopo i pasti, e non mi davano più nemmeno tanto gusto, tant'è che a volte le lasciavo a metà. Erano un rito, un tic, un vizio da godere in solitudine, o da condividere al massimo con il mio figlio più piccolo, che ne va matto, e quando me ne vede una in mano strepita e allunga il braccino per prenderla. E io? Gliela cedo, naturalmente, e lo guardo compiaciuta mentre la consuma fino all'ultimo. 
Prima che mi denunciate per istigazione di minore al tabagismo, meglio chiarire che non sto parlando di sigarette, ma di pesche. Io le adoro. Primo, perché, come tutta la frutta, mi permettono di recitare uno dei ruoli più utili e nonviolenti previsti dal copione di Madre Natura, quello del bestione goloso che si sbafa la pesca e in cambio fa da tassista per il nocciolo. Secondo, perché le pesche romagnole sono in assoluto le migliori del mondo, con buona pace degli americani, i soli a produrne più di noi, ma quanto a sapore lasciamo perdere (e parlo per averle assaggiate sul posto). 

mer 21 ott 2009 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

I residenti di via Brighenti sono come i bambini: gli dài un dito di carta stampata, e loro pretendono una mano. Da quando è uscito il pezzullo sulla Death Valley in miniatura (neanche tanto) rappresentata dal marciapiede davanti al Liceo Classico, quando esco di casa vengo spesso apostrofata da signore inviperite e gentiluomini sdegnati che mi invitano a denunciare altre emergenze limitrofe. «E di questa, quando parliamo?» mi interroga la vicina, indicandomi con aria di rimprovero la cacca davanti a casa sua, manco l'avessi fatta io. Caspita, saranno circa quarantatre anni che non defeco davanti a una casa, e anche allora non danneggiavo nessuno, perché portavo i pannolini. No, la mia vicina ce l'ha con i cani che scagazzano davanti alle nostre dimore, e ancora di più con me che, pur avendo in mano la leva del quarto potere non denuncio il malcostume canino-padronale. (In realtà ne ho parlato un paio d'anni fa, ma la signora si è trasferita in via Bertani solo di recente.) 

mer 04 nov 2009 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

Poche esperienze ti fanno conoscere la tua città come la ricerca di una casa da acquistare. Vedi Rimini da un'altra prospettiva. Il paesaggio urbano si ridisegna a seconda del prezzo per metro quadro, un indice impazzito che schizza o precipita da un quartiere all'altro, a volte da una strada all'altra. La tua Rimini mentale si rimodella in un plastico stravolto in cui l'altezza degli edifici corrisponde al loro costo in migliaia di euro: il villino svetta come un grattacielo, il Grattacielo è rasoterra. La vecchia casa nel centro storico, che evoca placidi quadretti stile Signorina Felicita di Gozzano, è in realtà un mostro vorace che ti indebiterà per sette generazioni; pochi chilometri più in là, oltre la Statale, i prezzi sprofondano, ma anche il tuo umore, all'idea di trasferirti da quelle parti. 
A te piacerebbe restare nel centro storico, e pazienza se ormai devi dire buongiorno ai vicini in russo o in cinese. Ma oggi centro storico è un termine un po' vago. Dalla cerchia delle mura è dilagato verso la Fiera vecchia, e oggi per "adiacenze centro storico" si intendono le Celle. Ancora qualche metro, e non si capirà più se sono le adiacenze del centro storico di Rimini o di quello di Santarcangelo. La nuova definizione di "centro storico" è: porzione di città in cui devi scegliere se avere un'auto o avere figli. Se vuoi tenere l'una e gli altri, devi uscire dal centro e indagare su ogni cartello «Vendesi». 

mer 18 nov 2009 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

Chi festeggerà il Natale più prospero degli ultimi anni? I produttori di disinfettanti spray, quelle bombolette che ci illudono di sterminare la subdola filibusta di germi, virus e batteri che tentano l'arrembaggio all'indifeso corpicino dei nostri fanciulli. 
A quanto pare, in Italia l'influenza suina è l'unica entità che se ne sbatte dell'anzianità e dà la giusta attenzione alle giovani generazioni, fin dai banchi di scuola. Tant'è che quando la becca uno di mezza età, si sente così lusingato che, invece di starsene a letto si imbottisce di tachipirina e va al lavoro lo stesso per farsi bello con i colleghi: se il virus mi ha scambiato per un ventisettenne, magari ci casca anche la nuova segretaria carina. E' proprio vero che del maiale non si butta via niente, nemmeno l'influenza. 

mer 16 dic 2009 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

Prima di bollare la moda del cane da borsetta come l’ennesima prova che l’Occidente si è definitivamente bevuto il cervello, fermiamoci un attimo. Siamo sicuri che sia un’idea così balorda? E’ noto che le borse femminili sono talmente caotiche che per recuperare le chiavi o il portafoglio ci vuole un segugio. E siccome è difficile convincere un segugio in una borsetta, bisogna miniaturizzarlo. Il guaio è che a volte nella borsetta rischia di perdersi pure il cane (quindi, se vedete delle signore con la testa infilata nella borsetta che chiamano disperate Cicci o Puffi, non telefonate al 118 – probabilmente stanno solo cercando il cagnolino. In genere è rimasto intrappolato nella trousse da trucco, e quando riemerge è tutto sporco di rossetto).

mer 13 gen 2010 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

Si può discutere del fatto che il Natale ci renda tutti più buoni. Ma una cosa è certa: le feste di fine anno ci rendono tutti più cinesi. Dopo ogni Epifania, ognuno di noi si ritrova in casa mezza tonnellata di Cina in più, fra giocattoli, piccoli elettrodomestici e chincaglieria varia. Del resto era cinese anche tutto l'apparato di decorazioni natalizie, dall'albero sintetico alle ghirlande luminose, per non parlare degli addobbi - ebbene sì, anche la stellina di legno in stile tirolese che abbiamo comprato al mercatino natalizio di Vipiteno da una graziosa Fraulein in costume tipico, anche quella è «made in Prc», che non significa «puro rovere carinziano», ma People's Republic of China. Pure il carillon con Babbo Natale che balla il Valzer delle candele con le renne, pure le statuine del presepe, e perfino la tovaglietta rossa ricamata con i fiocchi di neve. 

mer 27 gen 2010 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

Cosa significa «un ammasso ferroso»? Cari organi di stampa, non potete lasciarci nell’incertezza sulla natura dell’oggetto misterioso rinvenuto nel sottosuolo di Viserba. Okay, non era una bomba, e questa è già una notizia, visto che grazie al generoso impegno profuso da Alleati e alleati di Mussolini, noi riminesi camminiamo su una specie di panettone con ordigni bellici al posto di uvette e canditi, e basta scavare per trovare una Bella Addormentata esplosiva, pronta a svegliarsi al bacio troppo energico di una ruspa. Ma se non è una bomba, l’”ammasso ferroso” di via Morri cos’è?

mer 10 feb 2010 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

Essere donna comporta una quota inevitabile di sofferenze psicofisiche, per lo più autoinflitte – la ceretta, i tacchi alti, l’assurda competizione con figone chiaramente siliconate e fotoritoccate, il cappuccino alla soia, eccetera. Ma cosa spinge una donna ad aggravare la sua già pesante soma di tormenti trascinandosi dietro il partner quando va a fare compere? Perché rovinarsi quello squisito momento di autogratificazione che è lo shopping, e inserire un terzo incomodo nella coppia perfetta formata da una ragazza e dal suo bancomat?

Okay, passi per le signore anziane che si portano dietro il coniuge ingrugnato quando vanno a fare la spesa al Conad: in questo caso è un’opera buona, tanto per staccare il nonno dal televisore e impedirsi di sedersi a tavola già alle dieci di mattina col tovagliolo al collo reclamando il pranzo. «Vuoi il puré o le zucchine trifolate?» gli chiede pazientemente la moglie, davanti al banco dell’ortofrutta, tentando di destare il suo interesse. Ma cosa ne sa lui? Puré, zucchine, gli va bene qualunque cosa, purché se la ritrovi pronta nel piatto per mezzogiorno in punto davanti alla tivù accesa.

mer 24 feb 2010 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

Accusare i giovani di non aver più voglia di lavorare è un classico delle rimostranze degli anziani attestata fin dalle iscrizioni cuneiformi babilonesi. Ma che i vecchi non abbiamo più voglia di cucinare non è un’accusa, è una triste verità e un allarmante sintomo della crisi dei valori. Tutti quei cibi pronti che negli negli spot pubblicitari scaldano le serate di maliziose giovani coppiette o consolano autoironici single trentenni, al supermercato li vedi per lo più nei carrelli delle signore anziane. Proprio quelle che ti immagini chine sui fornelli a mescolare il ragù, con le mani odorose dell’aglio con cui hanno appena condito i sardoncini: sono loro le seguaci più fedeli dei «Quattro salti in padella» e le migliori clienti delle rosticcerie – e sì che sono care ammazzate.

mer 10 mar 2010 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

Smettere di fumare fa bene. Chi scrive ha interrotto da qualche settimana una quasi trentennale carriera da tabagista, e può testimoniare che ci si sente meglio da subito, a parte quei due o tre attacchi quotidiani di licantropia, rintuzzabili con chewingum e affini (di qui il «Mascellone dell'ex fumatore», una tipica ipertrofia dei muscoli coinvolti nella continua masticazione del chewingum, che dà a chi smette di fumare una vaga somiglianza con il compianto attore James Cagney). Oppure si può ricorrere alla «sigaretta elettronica», disponibile nelle farmacie più fornite: trattasi di un atomizzatore ricaricabile munito di filtro aromatico (con aromi alimentari, oppure con nicotina per chi non riesce a privarsene di colpo), e perfino di finta brace che si illumina ad ogni boccata. Invece della velenosa nuvoletta, aspiri ed emetti un vapore acqueo dall'odore vagamente tabaccoso. L'illusione è quasi perfetta, e il fumatore, come il fanciullo malato di cui parla il Tasso, «dall'inganno suo vita riceve». 

mer 24 mar 2010 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

In piazza Cavour stanno per aprire due nuove gelaterie. Evidentemente si è sparsa la voce che nessuno ha mai perso i suoi soldi per aver sopravvalutato la passione dei riminesi per il gelato fatto bene - non per niente siamo la città del Sigep. Per i forestieri Rimini è uno choc culturale: abituati a lunghe scarpinate da un angolo all'altro delle loro città, se non a trasferte in provincia, alla ricerca di un fantomatico baracchino dove hanno sentito dire che «fanno la crema come una volta» (in effetti sul fusto di polverina nello sgabuzzino c'è scritto proprio così: «crema come una volta»), nel nostro centro trovano un sacco di ottime gelaterie artigianali nel raggio di un chilometro scarso. 
Lo straniero si chiede come facciamo a non essere tutti obesi e diabetici, con tanti luoghi di perdizione sotto il naso. Non sa che i riminesi, volubili e incostanti in molti campi, in fatto di gelaterie sono tendenzialmente fedeli: ne scelgono una da ragazzi e la cambiano solo se costretti. Fedeli, non tifosi ottusi: sono in grado di riconoscere i pregi di altre gelaterie, e non negano una chance a nuovi soggetti.

gio 08 apr 2010 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

Il guaio, quando si smette di fumare, è che non si riesce a parlare d’altro. Sarà una forma di compensazione, o un effetto delle crisi d’astinenza, ma da ex-fumatore a neo-scocciatore il passo è brevissimo, e se non riesci a trasformare la tua monomania in un business, come è successo al defunto Allen Carr con il suo best seller mondiale “E’ facile smettere di fumare (se sai come farlo)» (alias «Il Libro»), rischi di farti il vuoto attorno.

Ma prima di stendere per sempre un velo sulle mie personalissime paturnie da ex fumatrice, voglio condividere con i lettori una scoperta inattesa: quando smetti di fumare, la cosa che ti manca di più, dopo le sigarette, sono le tabaccherie. Quelle riminesi, almeno. Perché, per essere venditori a rate di cancri ed enfisemi (oltre che induttori alla dipendenza da lotterie, gratta-e-vinci, eccetera), i nostri tabaccai sono in genere persone simpatiche, ed entrare da loro è sempre un’esperienza stimolante, anche se non sono quasi mai prosperose tabaccaie modello Amarcord.

mer 21 apr 2010 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

Niente come i graffiti sui muri divide l'opinione pubblica: chi obbligherebbe gli autori a cancellare i graffiti con la lingua, chi li metterebbe in galera e butterebbe via la chiave, chi li fustigherebbe sulla pubblica piazza. Unanimità formata al novantanove per cento da benpensanti col berretto da notte in testa e l'ultimo numero di Libero arrotolato nella tasca della vestaglia, ottusi ignari che dalla street-art sono nati Keith Haring e Basquiat; e all'uno per cento da writers doc, concordi con i benpensanti sul fatto che in genere c'è più intelligenza in una bomboletta di vernice spray che nella testa di chi la usa. 
E qui sbagliano, almeno per quanto riguarda gli imbrattatori riminesi. A costoro non passa nemmeno per la testa di riqualificare nottetempo con affreschi estemporanei gli edifici degradati o gli squallidi anfratti della periferia, postacci deserti e noiosi, o, peggio, infestati di brutta gente. Okay, sarebbe quello l'autentico senso del writing metropolitano, però che palle, se anche per disegnare su un muro oggi bisogna avere nobili ideali e sprezzo del pericolo, allora tanto vale andare a fare il volontario nel Darfur. 

mer 05 mag 2010 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

Come mai la via del Mercato Coperto è intitolata alla cittadina di Castelfidardo? Uno studioso di odonomastica (che non è scienza che studia i rumori che si fanno mentre si mangia, ma l'analisi storico-linguistica dei nomi delle strade di una città) vi dirà che il borgo marchigiano, durante il Risorgimento, fu teatro di un famoso scontro fra truppe papaline e piemontesi, concluso con la vittoria di queste ultime. 
Ma se lo chiedete a uno che in via Castelfidardo ci abita o ci transita abitualmente a piedi o in bicicletta, vi dirà che la strada si chiama così perché Castelfidardo è la città della fisarmonica. E l'unico modo che ha un pedone per uscire vivo da via Castelfidardo nell'ora di punta è, appunto, immaginare di essere una fisarmonica di Castelfidardo.

mer 19 mag 2010 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

Prova-costume è un'espressione equivoca. Intanto, più che prova, è un incidente probatorio: anziché dimostrare che sei fuori forma direttamente sulla spiaggia, acquisisci la prova dell'ingrassamento davanti a un giudice terzo e imparziale, cioè lo specchio di casa tua. Dopodichè, se puoi, ti dài da fare per distruggere, in palestra o con l'aiuto del dietologo, gli indizi adiposi contro di te. 
Ma poi chi prova cosa? Voglio dire, sei tu a provare se il costume da bagno ti sta bene, o è lui a provare se gli stai bene tu? Ormai il modello è unificato: dai sei mesi ai settant'anni, due pezzi con chiappe a giorno, tant'è che al mare si vedono facce coperte da occhialoni a schermo totale, abbinate a sederi ignudi. Il costume intero è una presa in giro. Ogni estate le riviste di moda ci ripetono è il top del trend, ma attenzione: non è un intero, ma un «monopezzo», cioè un intero reduce da uno scontro con uno squalo-tigre che ha lasciato due enormi oblò esattamente in corrispondenza delle maniglie dell'amore.

gio 03 giu 2010 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

Se aveste la possibilità di fare un viaggio nel passato in un'epoca a piacere, quale enigma storico vorreste chiarire "de visu"? Scommetto che molti di voi non vedono l'ora di scoprire se Giulio Cesare, fra una coltellata e l'altra, disse davvero «Et tu, Brute» o un più umano «aaargh». Altri vorrebbero spingersi in un'epoca ancora più remota, per assistere al varo dell'arca di Noè e svelare l'unico mistero sul quale nemmeno Roberto Giacobbo osa pronunciarsi, e cioè che fine hanno fatto i due stramaledetti liocorni.
Ma i veri curiosi e i temerari doc snobberanno mete così banali e chiederanno alla macchina del tempo di portarli nel punto più lontano, buio e controverso della storia umana: l'epoca in cui sono scomparse le buone maniere. Al che il sofisticato congegno comincerà a fumare e tossicchiare, fino ad esplodere in una tempesta di molle e microchip. 

mer 16 giu 2010 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

Quale adulto non prova un morso d'invidia di fronte alle nuove aree gioco della spiaggia? Quei coloratissimi quartierini di plastica fioriti nell'ultimo decennio alle spalle di ogni stabilimento balneare sono uno schiaffo retrospettivo alla miseria che distingueva i giochi balneari negli anni '60-'70, epoca di alta natalità dei bagnanti e bassissima sensibilità dei bagnini, più concentrati sulle esigenze delle turiste over-16 che dei turisti under-12. Basta chiudere gli occhi per risentire il cigolio patibolare delle altalene che solo per guardarle ci voleva l'antitetanica, e il tizio che oggi ci suona dietro appena il semaforo diventa verde è sicuramente lo stronzetto che quarant'anni fa ci scalciava nella schiena se indugiavamo in cima allo scivolo. 
La benemerita legge EN 1176 del 1998 sulla sicurezza delle attrezzature da gioco ha sostituito il mini-corpus di leggi che gli ex baby turisti della Riviera ricordano ancora a memoria.

mer 30 giu 2010 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

Un tempo era facile distinguere il turista dall'indigeno: era biondo e lattiginoso, parlava straniero, indossava calzoni corti e sandali ortopedici. Adesso Rimini è piena di biondi lattiginosi perfettamente bilingui con la residenza in città, i calzoni corti li portano (ahimé) anche le nonnette, e i sandali «alla tedesca» sono un trendissimo accessorio hippy-chic. Ma il riminese doc non confonderà mai il villeggiante a passeggio con un locale: le differenze ci sono, meno evidenti ma ancora insormontabili, e lui sa coglierle a prima vista. Eccone alcune. 
ANDATURA La vita del turista e quella dell'indigeno sono due film proiettati sullo stesso schermo a velocità diverse: il riminese si muove rapidamente, a scatti, in genere in senso rettilineo: sa dove deve andare e cosa deve farci. Il villeggiante è lento, la sua camminata è incerta e leggermente ciondolante, lo sguardo vaga lungo il Corso all'inutile ricerca di colonne romane o rosoni gotici, o almeno di punti di riferimento (insegne stradali, targhe, cartelli didascalici).

mer 14 lug 2010 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

Sull'asfalto all'incrocio della strada di casa mia qualcuno ha tracciato misteriosi segni bianchi: una fila di triangoli isosceli con il vertice rivolto verso l'imbocco di una delle due vie. Un osservatore superficiale potrebbe pensare a un supplemento di segnaletica orizzontale per ribadire il divieto d'accesso indicato anche da un bel cartello verticale, l'arcinoto tondo rosso con riga orizzontale bianca. Ma si sa come sono gli automobilisti, e soprattutto i motociclisti: umili, timidi, modesti, tengono sempre gli occhi bassi come verginelle pudibonde, e un segnale ad altezza d'uomo li fa arrossire. Meglio scriverglielo per terra, dunque, e in bianco liliale. Ma proibire l'accesso a una strada disegnando delle punte rivolte proprio nella direzione proibita è una tale patacata che si fatica ad attribuirla perfino al Comune di Rimini. E allora qual è il senso di quelle bianche figure? 

mer 28 lug 2010 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

Quand'è stata l'ultima volta che avete visto una spalla scottata dal sole? Ma scottata come si deve, con il classico look fetta di roastbeef, rosa acceso al centro con le pellicine grigiastre sollevate tutte intorno, di quelle spalle che ti facevano immaginare lunghe e dolorose applicazioni di pomate o impacchi casalinghi di albume e patate grattugiate, e notti lacerate da urli disumani quando l'ustionato, nel sonno, si girava sulla schiena, nonostante le muraglie di cuscini per bloccarlo in posizione prona: ne avete viste molte di spalle così, recentemente? Io sono anni che non vedo un'ustione o un eritema solare, nemmeno nell'ultima lattiginosa infornata di turisti est-europei. 
Magari non si abbronzano come Carlo Conti, che ormai è il sosia di Sadat, però hanno imparato a non bruciarsi. Forse preparano la pelle al sole riminese con la classica settimanina alle Lampados, come le signore malatestiane; o forse si proteggono con quelle creme a fattore 250 così resistenti che per toglierle ci vuole l'acquaragia. 

ven 06 ago 2010 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

A tutti i candidati e aspiranti candidati, di destra e di sinistra, alla poltrona di sindaco di Rimini: offresi voto, anzi, pacchetto di voti. Il mio, quelli di un'altra ventina di amici, e, per buon peso, i voti dei loro amici più influenzabili. In cambio chiedo un impegno formale, con parola d'onore, promessa solenne, giuramento «se tradisco mi si secchi il pisello» (e contro l'impotenza da spergiuro non c'è Viagra che tenga), ecc. ecc., a risanare l'indecenza rappresentata dal sottopassaggio Rollerball. 
Parlo dell'oscuro budello del parco Cervi, tecnicamente «sottoferrovia ciclopedonale», che nei fine settimana estivi ospita la versione riminese di Rollerball, lo sport violentissimo immaginato nel famoso film del 1975. Versione molto più complessa, perché nell'originale le squadre erano composte solo da motociclisti e pattinatori, mentre a Rimini sono previsti anche ciclisti, pedoni, skaters, bimbi in passeggino, invalidi in carrozzella e cani assortiti. Scopo del gioco è far incrociare in uno spazio stretto e male illuminato due gruppi umani lanciati a forte velocità lungo due ripidissime rampe, e vedere se prima o poi qualcuno ci resta secco - e può succedere oggi come l'anno prossimo, chissà, a Duisburg hanno dovuto aspettare l'ultima Love Parade prima di assistere a un macello veramente spettacolare in un tunnel simile al sottopassaggio Rollerball, a parte le ripidissime rampe. 

mer 25 ago 2010 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

Rispondete con sincerità a queste domande: coprite il vostro tavolo di cucina con una tovaglia di plastica? E preferite mangiare lì sopra, per tenere pulita la sala da pranzo? Riciclate le buste della spesa come sacchi per la spazzatura? Vi stirate in casa le camicie e vi servite poco o mai della tintoria? Detestate sprecare il cibo, e finite sempre gli avanzi anche se siete sazi? O se no, li conservate in frigo? E non in apposite scatole di plastica, ma in vecchi barattoli di margarina o di marmellata? Collezionate i flaconi mignon di shampoo e bagnoschiuma trovati nei bagni degli alberghi, come pure le bustine di maionese della tavola calda? Vostro padre sa (o è convinto di sapere) aggiustare qualunque cosa? Da ragazzi riutilizzavate abiti e scarpe dei vostri fratelli maggiori? 
Se avete risposto sì a tutte queste domande, ci sono buone probabilità che siate cinesi - difatti sono tratte da «Cinquanta modi di capire se sei cinese», uno spiritoso ma attendibile test consultabile sul sito sino-americano www.yellowbridge.com. Prima di andare a controllare la forma dei vostri occhi e chiedervi perché i vostri genitori vi hanno sempre tenuta nascosta la vostra origine asiatica, rispondete a qualche altra domanda: sbattete le uova con le bacchette? Usate il wok tutti i giorni? Sciacquate il riso due o tre volte prima di cuocerlo? I gamberi li volete serviti con la testa e la coda? 

mer 08 set 2010 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

Quanti carabinieri ci vogliono per cambiare una lampadina? Centouno, lo sappiamo tutti. Sappiamo con una certa precisione anche quante persone ci vogliano per fare un'orgia. La regola aurea, nota anche ai non professionisti della deboscia, dice: non meno delle tre Grazie. non più dei santi del calendario. Questo spiega la perplessità dipinta anche sui volti di riminesi di reputazione intemerata e specchiata moralità di fronte alla locandina visibile, qualche giorno fa, vicino alle edicole cittadine: «Orgia fra due uomini finisce nel sangue». 
Ora, non c'è scrittore di locandine che non sogni di poter usare almeno una volta nella sua carriera la parola «orgia». E' come il gatto spiaccicato sulla strada, non si può fare a meno di guardarla. Nell'incipit di un manifesto, a caratteri di scatola, rischia addirittura di fermare il traffico. Termini a colpo sicuro come «strage», «truffa», «rapina», «scandalo», e perfino «stupro», che una volta era una vera e propria calamita, oggigiorno non fanno più effetto. «Weekend di sangue sulle strade», si tira dritto. «Fondazione Fellini, è caos», tanto valeva lasciare la locandina in bianco

mer 22 set 2010 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

Una notizia triste, e una tristissima. Quella triste: la stagione è finita e gli stabilimenti balneari chiudono, uno a uno. Quella tristissima è che ora per leggere a scrocco le riviste di pettegolezzi dovremo per forza andare dal parrucchiere o dal dentista. 
L'emeroteca da spiaggia è una delle poche grandi innovazioni apparse in Riviera negli ultimi anni, declinata nelle forme più varie secondo la taccagneria del bagnino: dalla mazzetta sgualcita in una rastrelliera nel gabbiotto, alla civettuola bacheca di legno, in pendant con le stecche reggi-quotidiano in servizio sul tavolone del gazebo, che la sera, quando tutti i periodici sono tornati all'ovile, viene debitamente chiusa a chiave. I bagnanti non possono più farne a meno, e mentre le attrezzature da fitness arrugginiscono al sole e la vasca idromassaggio a cinque euro a persona diventa un aquafan gratuito per zanzare-tigre, il viavai intorno alla bacheca dei rotocalchi è incessante, dal mattino alla sera. Come nelle cassette della frutta, il primo strato è il più attraente («Chi», «Novella 2000», «Vanity Fair»), e viene immediatamente saccheggiato da un avido pubblico di ambosessi, che in poche ore riduce periodici patinati freschi di edicola a laceri e ruvidi scartafacci che sembrano usciti dalla soffitta della nonna di Paolo Limiti. 

mer 06 ott 2010 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

Il Teatro Novelli verrà abbattuto per far posto a un condominio? Prima di stracciarci le vesti in nome della cultura e della tradizione, come fa la solita sinistra retrograda, leggiamo meglio la proposta dell'Amministrazione comunale: l'affare Novelli servirà a finanziare la sospirata ristrutturazione del teatro Galli. Anzi, finché non sarà ultimato il Galli, gli acquirenti degli appartamenti dell'ex Novelli dovranno sistemare file di poltrone nei loro salotti e offrire periodicamente spettacoli di prosa, canto e ballo. Ma il Novelli è solo il primo passo. Altri storici edifici pubblici riminesi stanno per essere convertire all'edilizia residenziale.
TEMPIO MALATESTIANO Non c'è da scandalizzarsi: alcuni disegni di Leon Battista Alberti recentemente ritrovati confermano che il progetto originale di Sigismondo era un residence di lusso per i potenti in visita e i cortigiani più facoltosi. Il che avvalora il sospetto degli storici più avveduti: il signore era un tipo troppo pratico per buttar via tutti quei soldi in un monumento funebre. La crisi immobiliare di metà Quattrocento mandò tutto a pallino, e la Chiesa, che non buttava via niente, riciclò l'edificio incompiuto per le celebrazioni religiose. Ora una cordata di immobiliaristi si è offerta di riportarlo allo scopo primitivo, ma le Belle Arti hanno subito imposto come condizione il rispetto integrale del progetto albertiano, finanziariamente molto oneroso: l'attuale Tempio doveva essere solo la portineria di «uno graptacielo de octanta plani cum superactico panoramico», come precisa lo stesso Alberti in una lettera), di cui le imponenti «arche dei sapienti» erano le aiuole dei gerani.

mer 20 ott 2010 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

Se Silvio Berlusconi fosse un frutto, quale sarebbe? Okay, una banana, la battuta è facile e ritrita, e la scartiamo subito. Respingiamo pure facezie tendenziose tipo «la mela di Biancaneve» o «un marrone, anzi due». Questo non è uno sfogo da bar, ma un gioco da salotto - o, visto il tema, da mercato coperto. E proprio tra la frutta di stagione troviamo la soluzione al quesito: se il premier fosse un frutto, sarebbe senz'altro un caco. Un cachi. Un kaki. Ecco, già questo potrebbe essere un primo aspetto comune, e cioè l'incertezza sul nome della pianta: anche il partito di Berlusconi non si sa mai come chiamarlo, Forza Italia, Partito della Libertà o Popolo della Libertà. Ma questo accostamento forse è un po' tirato per i capelli, veri o falsi che siano. Vediamo i punti in comune più fondati. 
1. Il caco divide in due l'opinione pubblica. O lo ami o lo odi, non esistono posizioni centriste. Basta la parola per suscitare da un lato golosi entusiasmi e mugolii di apprezzamento, dall'altro smorfie disgustate di gente che non assaggerebbe un caco nemmeno se fosse l'unico frutto rimasto sulla terra. E i tratti che lo fanno amare dagli uni sono gli stessi che lo rendono odioso agli altri: è dolcissimo, molliccio, gelatinoso Berlusconi non è molliccio e gelatinoso (quello, semmai, è Bondi), ma la sua incontrollabile voglia di piacere ad ogni costo fa l'effetto del gusto ultrazuccherato del caco: c'è chi lo trova irresistibile e chi nauseante, e fra i due schieramenti non c'è possibilità di dialogo. 

gio 04 nov 2010 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

Il panettone autunnale, quello che è apparso nei nostri supermercati già da fine di settembre, ha un fascino ambiguo e sottilmente torbido. E' una specie di Lolito dolciario, sfacciato e un po' perverso, che sa di solleticare la segreta concupiscenza di chi ama le primizie fuori stagione e le passioni consumate anzitempo. Difatti si presenta indossando solo la sottoveste, cioè la busta di cellofan che in dicembre scompare sotto l'abito da cerimonia di cartone, con le stelle e le scritte dorate. Okay, in settembre ancora fa caldo, al supermercato si incrociano ancora signore in prendisole e turisti in bermuda. Ma il panettone ne approfitta per mostrare impudicamente le sue grazie, e gira in biancheria intima nude-look che lascia ben poco all'immaginazione, praticamente fino a dicembre. Di solito è una sottomarca di poco prezzo (i brand più famosi sorvegliano meglio le loro creature e non le fanno uscire da sole dal magazzino prima di metà novembre), abilissima nel far cedere i puristi, per i quali bisognerebbe astenersi da panettone e affini almeno fino alla seconda domenica d'Avvento. «Avanti, guardami, senza scatola non sembro nemmeno un dolce natalizio,» sussurra innocente il Lolito, «potresti scambiarmi per una focaccia o un plum-cake. E lo conosci il proverbio, no? Panettone cellofanato, mezzo perdonato.». 

mer 17 nov 2010 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

Chi non ha ancora visto «Benvenuti al Sud»? Quattro gatti, a giudicare dalle file ai botteghini ogni weekend. Senza nulla togliere alla bravura del regista Luca Miniero e alla simpatia di Bisio e Finocchiaro, la ricetta originale del film, brevettata dal francese Dany Boon in «Giù al Nord», è infallibile e universale. Funzionava nella versione transalpina, con il provenzale snob catapultato nella fredda e ruvida Piccardia. Funzionerebbe anche in Inghilterra, in Cina o in Brasile, e dovunque ci sia un Nord diverso dal Sud; Will Smith ne sta preparando un remake americano ambientato in Nord Dakota. Funziona alla grande nella versione italiana, con la coppia di bauscia deportati nel Cilento. 
Ma c'era proprio bisogno di scendere fino in Campania per sperimentare certi choc culturali? Secondo molti lombardi riminesizzati, bastava fermarsi qui da noi. Inefficienza, matriarcato, fatuità, rozzezza, esibizionismo, familismo, mentalità arretrata, scarso spirito di concorrenza, disordine, furbizia, incuria: tutte nefandezze tradizionalmente attribuite alla «bassa Italia», ma che i nostri concittadini transpadani sostengono di avere scoperto fra l'Arco d'Augusto e il ponte di Tiberio. Con tanta maggior sorpresa, in quanto loro non credevano di essere al Sud, ma di trovarsi ancora nel Nord - o meglio, all'estrema punta meridionale del Nord. Lo credono anche molti riminesi, prima di varcare il Po; ma quando si avventurano nel Nord vero cominciano a rivedere i loro punti cardinali.

mer 01 dic 2010 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

Una volta se ne possedevano due, tre al massimo. Pesavano un quintale, erano riparabili, e guai a perderli. Poi sono arrivati i cinesi, grande popolo il cui prodotto interno lordo è basato sulla tendenza occidentale a non tener da conto la roba, e gli ombrelli sono diventati usa-e-getta. E a giudicare dalla quantità di relitti spezzati e contorti che si rinvengono per strada, ormai l'ombrello buono è come il premier onesto: un vago ricordo del passato. I
n compenso abbiamo tre nuove tipologie di ombrelli: esaminiamole da vicino.
- L'Ombrello dell'Ambulante (O.d.A), prezzo medio 5 euro, durata media cinque minuti. In genere è "tascabile", dizione assurda perché nessuno possiede tasche di quelle dimensioni, quindi da chiuso bisogna tenerlo in mano, fradicio e spampanato come una lattuga (dice il Vangelo: è più facile che un cammello vada in Paradiso che un O.d.A. Rientri nella sua custodia). L'O.d.A è dotato di un sofisticato dispositivo anti-smarrimento: prima che tu riesca a perderlo, si rompe. Consunto dalle lunghe ore passate sul braccio dell'ambulante a sbatacchiare contro altri ombrelli stile polli di Renzo, alla seconda volta che lo apri, la tela sfugge dai gancetti e la calotta si affloscia, mentre il manico di plasticaccia ti si frantuma in mano procurandoti stimmate alla padre Pio. Per fortuna questo avviene di solito sotto un acquazzone, così almeno puoi sciacquarti subito. 

mer 15 dic 2010 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

Qualcuno li considera addirittura sacrileghi, i mercatini di Natale. In effetti il 25 dicembre si commemora un Personaggio che con mercanti e mercatini non aveva un gran feeling, specie quando si mescolavano abusivamente alla religione. Ma in fondo i mercatini di Natale sono tipici di regioni nordiche in cui le feste di fine anno hanno conservato l'antico sapore pagano di celebrazioni del solstizio d'inverno, e il sole è molto più rilassato su certe cose. Splende sui venditori di centrotavola con le pigne ricoperte d'oro, quasi come le budella che si fanno gli altoatesini grazie ai mercatini natalizi - che sono, per inciso, una geniale iniziativa promozionale ideata della Suedtirol Marketing Gmbh-Srl, azienda legata alla Svp (e nelle valli si spettegola che i banchetti vengano affidati rigorosamente a commercianti iscritti al partito, vabbè che lassù dev'essere difficile trovarne di iscritti ad altri partiti). 
Il sole splende sugli ingenui mediterranei che nei weekend di dicembre si imbacuccano come Pugacioff, manco Bolzano fosse il capoluogo della Kamciatka, e si incolonnano più o meno disciplinatamente sulla A22, già incasinata in tutti gli altri giorni dell'anno, per andare a sborsare fior di euro euro in cambio di decorazioni per l'albero a forma di casetta tirolese. E poche ore prima il sole splendeva sugli operai cinesi che hanno realizzato l'80 per cento del «vero artigianato dell'Alto Adige» (e il 99 per cento degli addobbi natalizi nel mondo, come facemmo notare su queste pagine un anno fa). 

gio 13 gen 2011 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

C'è un momento preciso in cui ti accorgi di essere invecchiato: quando aprendo la finestra vedi i tetti imbiancati e invece di sorridere cominci a smadonnare. La tua mente non corre più istantaneamente a progettare battaglie di palle di neve e a inventariare carote e bottoni per la faccia del pupazzo di neve, i tuoi occhi non si inumidiscono più davanti alla magia che trasforma il grigio paesaggio urbano in un presepe, la lingua non ti prude dal desiderio di affondare in una manciata di candido sorbetto insapore caduto dal cielo. L'età adulta ti ha scacciato dall'Eden bianco, e ora nella tua mente, nei tuoi occhi e sulla tua lingua ci sono solo appuntamenti mancati, affari dimezzati, ingorghi stradali e imprecazioni contro il Comune. Il silenzio irreale nelle strade innevate del centro storico non è l'abbraccio di un'insolita Rimini più intima e raccolta, è soltanto una specie di funereo commerciogramma piatto, tanto più agghiacciante perché si verifica in un periodo pre-natalizio che avrebbe dovuto compensare un autunno magro. 
Come il Signore nel Giorno del Giudizio, la neve divide l'umanità in due greggi incompatibili fra loro: alla sua destra i pargoli e tutti quelli che possono godersi la vita; alla sua sinistra gli sciagurati figli e figlie di Adamo, quelli che devono guadagnarsi il pane col sudore o partorire nel dolore o addirittura tutt'e due le cose. Anno dopo anno, c'è un continuo travaso dal gregge di destra verso quello di sinistra, compensato dall'arrivo di nuovi pargoli; molto più raro il passaggio inverso, alla portata di pochi saggi privilegiati o vincitori a Turista per sempre.

mer 26 gen 2011 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

Nei proverbi, che sono la saggezza dei popoli, la cosa è evidente. Si dice «calzare come un guanto», «raccogliere il guanto di sfida», «pugno di ferro in guanto di velluto». Guanto, sempre al singolare. Eppure i guanti dovrebbero essere due, gemelli omozigoti e simmetrici. Ma fin dai tempi più remoti la coppia tende a spaiarsi appena può, peggio di Balotelli con la fidanzata di turno. La saggezza popolare ne ha preso atto, rendendo il guanto quasi sempre single. 
Molti studiosi si sono chiesti il motivo dell'instabilità del legame fra i guanti - la risposta più banale è che quando un partner è di destra e l'altro di sinistra il rapporto non dura. Può essere, ma non basta. A metterci sulla pista giusta è un'altra frase idiomatica: «coi guanti bianchi», una delle poche espressioni in cui i guanti sono declinati al plurale. I guanti bianchi sono tipici del maggiordomo, che, per dovere professionale, non se li toglie mai. E siccome i guanti si perdono quando si tolgono, quelli del maggiordomo restano sempre in due. Noi non maggiordomi, ahimé, tendiamo a toglierci i guanti continuamente, perché quanto più ci proteggono le mani dal freddo, tanto più ci dànno la manualità di un pupazzo di pezza. La scena del tizio o tizia che tenta invano di estrarre il bancomat dal portafogli con i guanti di lana è una tipica gag di stagione e porta sempre una ventata di buonumore alle casse dei supermercati, soprattutto quando il portafogli schizza in terra in una pirotecnia di spiccioli, fidelity card e foto di nipoti. Una semplice telefonata al cellulare si trasforma in una commedia dell'assurdo, con numeri e funzioni digitate a casaccio da ditoni lanosi come quelli dello Yeti.

mer 09 feb 2011 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

Passata la bufera, la cosa strana non è che Rimini si sia divisa sulla recente comparsata di Ruby Rubacuori alla discoteca Paradiso. La cosa strana è il genuino stupore con cui i giornali nazionali hanno ripreso la notizia. Come dire: insomma, lì a Rimini è bunga-bunga 365 giorni all'anno, e hanno il coraggio di fare gli schizzinosi? Nel resto d'Italia, probabilmente, si pensa che la patria del Puttan Tour, come minimo, avrebbe dovuto offrire a Ruby la cittadinanza onoraria, con le chiavi della città consegnate nelle sue manine dal sindaco in persona (certo che così Ravaioli avrebbe chiuso in bellezza il suo secondo mandato). Vabbè, forse Rimini non merita più la fama di Bengodi (o Bungodi) dell'Adriatico che le si attribuisce ancora nel resto d'Italia, ma via, perché stupirsi tanto se la signorina El Mahroug ha deciso di iniziare proprio dalla città malatestiana la tournée che, si immagina, la porterà in tutta Italia? In fondo il suo vero nome è Karima, e da Karima a Carim il passo è breve. 
Ma la verità è molto più semplice, e, com'era prevedibile, coinvolge la nostra concittadina Nicole Minetti. Pubblichiamo in esclusiva un'intercettazione realizzata nella famigerata «notte degli imbrogli» tra il 27 e il 28 maggio 2010, quando l'igienista più famosa d'Italia prese in consegna dalla Questura di Milano la giovane Ruby, e poco dopo averla riaccompagnata a casa le telefonò per un ultimo saluto. Ecco il dialogo, al netto delle parolacce: «Ciao amò, sono Nicole. Quando le acque si saranno calmate devi venire a trovarmi a Rimini. Mica ci sono solo le discoteche, sai. C'è anche il ponte di Tiberio.» «Chi è Tiberio?» «Un imperatore.» «Imprenditore?» «No, imperatore. Aveva un impero.» «Cioè, era un imprenditore molto molto grosso. E cosa faceva?» «Organizzava feste favolose nella sua villa. 

mer 23 feb 2011 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

Mentre infuriano le polemiche sulla festa dell'Unificazione una domanda sorge spontanea: come può credere all'unità nazionale un Paese che non sa unificare nemmeno i dolci di Carnevale? Non solo ogni provincia ha il suo arsenale di artiglieria dolciaria ad hoc con devastante potenziale calorico, tanto più che, a parte esoteriche specialità di nicchia, come le cattas o la scorrezione di pinocchiata, le specialità carnevalesche italiane si presentano in due modelli base: losanga di sfoglia o pallina di pasta (per noi riminesi: fiocchetto o castagnola). Ma lo stesso dannato pezzetto di pasta fritta e zuccherata, a seconda delle città, ma che dico? Delle frazioni, cambia nome. Basta un paio di chilometri nell'entroterra, e i fiocchetti diventano «chiacchiere», con varie specificazioni: delle suore, delle monache, della suocera, della nonna, del premier. A Bologna e a Venezia le si assimila ai volants degli abiti femminili, e diventano «frappe», «sfrappole», «gale» o «galani», ma nel resto del Nordest sono «crostoli», nel Nordovest sono «bugie» (forse perché si tende a mentire su quante se ne sono mangiate realmente).
Ancora peggio con le castagnole. Due fornai nella stessa via possono venderti con quel nome dolci completamente diversi: sferette compatte cosparse di zucchero o di alchermes o di entrambi, o frittelle gonfie ripiene di crema o di nutella. 

mer 09 mar 2011 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

Qualche settimana fa un cartello all'ingresso della chiesa dei Paolotti avvertiva i fedeli che la funzione delle 7.30 sarebbe stata sospesa. Nello stesso periodo il Conad di via Serpieri annunciava alla spettabile clientela che l'orario d'apertura veniva anticipato alle 7.30. Ce ne sarebbe abbastanza per un fervorino moralistico-gozzaniano sul trionfo del materialismo e del consumismo sullo spirito religioso. 
Addio, tenere vecchiette nerovestite acquattate sulle panche a biascicare salmi responsoriali, nella mistica penombra senza tempo, tra sentori di incenso e di gladioli avvizziti, mentre fuori ferve il profano e insonnolito trantran delle sette e mezza! O empi, che disertate le navate per affollare le corsie dei supermercati! Invece di presentarvi di buon mattino alla casa di Dio per rifornirvi di pane degli angeli (in senso dantesco, non di lievito per dolci), voi uomini moderni (e segnatamente donne) preferite correre al Conad per accaparrarvi l'alberghiero di Fellini o il toscano di Cocciolo, prima di andare a inseguire vane chimere di carriera o ricchezza. Ussignùr, che tempi, dove andremo a finire, abbiamo perso i valori, ecc. 

mer 23 mar 2011 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

Sabato pomeriggio, nei pressi di un supermarket del centro, quattro ragazzine carine stile Gossip Girl si passano un bottiglione di trebbiano. Non ho sfogliato ultimamente riviste di moda teen, ma ho l'impressione che il fiasco di vinazzo stia diventando un accessorio molto trendy fra le giovanissime. Trendy-vintage - e mai definizione fu più calzante, poiché vintage in origine significa "vendemmia". Io appartengo alla generazione che aveva il vino sulla tavola a pranzo e a cena. Bevevano i nostri nonni, bevevano i nostri padri, e noi che figli eravamo, bevevamo - in genere mezzo bicchiere di annacquato. Nel mio caso si aggiungeva, all'ora di merenda, la fetta di pane spruzzata di sangiovese e cosparsa di zucchero, antico e delizioso snack caratteristico della zona fra Romagna e Toscana. In Friuli, dove ho abitato, si dissetavano i bambini con un mix di Merlot, acqua e zucchero - ma il Triveneto non fa testo, lì probabilmente lo mettevano anche nei biberon. 
Per i bambini il vino era come un amico più grande, un po' matto, da frequentare con moderazione, sotto la supervisione dei genitori. Non certo un nemico mortale, come si desume dal classico dello Zecchino d'Oro "Per un bicchier di vino" (1970): «Sulla tavola imbandita c'era acqua colorata, ho sfruttato l'occasione e ho bevuto un po' di più», cantava la piccola Catia Gazzotti, in stile confessione agli Alcolisti Anonimi. «Un po' di più», come dire: di solito bevo meno. Tragiche le conseguenze del bicchierozzo: escandescenze, piatti fracassati e febbrone a 38°. Un dettaglio che ha trasformato una canzone-monito sui pericoli dell'alcool in una clamorosa istigazione all'ubriachezza: molti bambini per rimanere a casa da scuola si attaccavano di nascosto alla bottiglia nella speranza di sviluppare il febbrone a 38°, come Catia. 

mer 06 apr 2011 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

Dimmi come parcheggi in sosta vietata e ti dirò chi sei. No, non è una promessa di insulti, anche se tutti noi abbiamo sulla punta della lingua diverse irriferibili ipotesi sull'identità di chi parcheggia sul gradino di casa nostra o ci blocca l'auto in doppia fila. Ma in fondo così fan tutti, la sosta vietata è l'infrazione più diffusa dopo la guida col telefonino all'orecchio (a Rimini l'auto ormai si guida con una mano sola, pedoni e ciclisti avvisati mezzi salvati), e a volte è una necessità, perché la proporzione fra il numero dei parcheggi e quello delle automobili ricorda certi concorsi pubblici dove diecimila aspiranti si contendono cinque posti da bidello. E dopo aver girato mezz'ora per l'isolato in cerca di un posto mentre sai che il tuo bambino singhiozza nell'atrio dell'asilo perché la mamma non arriva e l'inserviente che non vede l'ora di andare a casa minaccia di lasciarlo chiuso fino a domattina nello sgabuzzino con il mocio e i secchi, molli la macchina nel primo quadrilatero d'asfalto libero e confidi nella buona sorte.
Ebbene la scelta della sosta vietata rivela molti aspetti della nostra personalità. 
Ad esempio, chi parcheggia davanti a un passo carrabile è un tipo molto sicuro di sé. E' certo che il proprietario del passo non passerà proprio in quel momento, e se la sua teoria viene smentita e al suo ritorno trova la macchina appesa al carro attrezzi, si incavola come se a essere in torto fosse il proprietario. A meno che non sia lui stesso il proprietario, nel qual caso trattasi di esibizionista cui dà più gusto parcheggiare sul passo carrabile del proprio garage che nel garage stesso. 

mer 04 mag 2011 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

Il lettore è avvertito: questa volta qui si sorride poco. Perché voglio parlare di cimiteri di guerra. Ma non quelli dove il 25 aprile avrei voluto portare le mie figlie, i cimiteri degli Alleati che si trovano nei pressi della città. Non avevo paura di turbarle: pochi luoghi ispirano, insieme alla tristezza, altrettanta serenità. La pulizia e l'ordine che vi regnano sono specchio della rispettosa premura («corrispondenza di amorosi sensi», diceva il poeta) che gli umani di oggi dedicano ai ragazzi di ieri. Ragazzi venuti da tutto il mondo a morire qui perché oggi io e le mie bambine, non molto più giovani di loro, possiamo vivere libere e in pace. 
Ma a quei recinti di quiete cosparsi di piccole stele tutte uguali non ce l'ho fatta ad arrivarci. A metà strada mi sono accorta che ero già in un cimitero di guerra, meno raccolto, meno lindo, ma molto più straziante. 
E' un memoriale fatto di piccole lapidi sul ciglio della strada, di targhe con un nome e una data, di mazzi di fiori semplicemente legati a un albero o a un paracarro. Ad ogni segno corrisponde un incidente mortale, che ha coinvolto almeno una persona, di solito giovane o giovanissima. Coetaneo di quelli sepolti a Coriano o a Riccione, ma ucciso vicino a casa propria, senza un motivo, vittima della carneficina insensata che si consuma ogni giorno sulle strade. Caduto non per la libertà, ma per l'asservimento al Moloch di ruote e asfalto che ci siamo costruiti, e che ogni giorno reclama carne fresca - e la riceve puntualmente.

gio 19 mag 2011 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

Con dodici candidati alla poltrona di sindaco, ognuno con un nugolo di aspiranti assessori e consiglieri, era statisticamente inevitabile: ogni riminese aveva in media tre o quattro fra parenti o conoscenti in corsa per le elezioni di domenica scorsa, spesso appartenenti a liste diverse fra loro. 
Alcuni debutti in politica sono stati una sorpresa. Il vicino del piano di sopra, sì, quel ceffo che fuma il sigaro sul terrazzo e scrolla la cenere sul tuo bucato, e che sospetti abbia tentato di avvelenarti il gatto, si presentava proprio per il partito che pensavi di votare. La poca fiducia che ti era rimasta in quel partito è andata a farsi benedire: se candida certi farabutti, non c'è da sorprendersi per come vanno le cose. 
E come sei rimasto quando hai visto il simpatico faccione del papà del migliore amico di tuo figlio sopra il simbolo del partito che vorresti bandire dai paesi civili? Rivedi in negativo la tua opinione su di lui, o in positivo su chi ha deciso di candidarlo? O su te stesso, perché ti eri illuso che la pensasse come te solo perché alla cena di fine anno scolastico avete ordinato tutti e due la pizza quattro pep

mer 01 giu 2011 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

Galateo elettorale, seconda e inevitabile puntata: ovvero, come comportarsi con amici e conoscenti che si sono candidati alle elezioni comunali, una volta che le urne hanno emesso il loro verdetto. Eventualità che, come abbiamo osservato nella prima puntata, tocca parecchi riminesi, visto il numero di liste in gara.
Da ieri, finalmente, dopo settimane di cautele, sorrisi di circostanza e scongiuri a mezza voce, possiamo sciogliere le riserve e dare libero sfogo ai nostri veri sentimenti... Sì, magari! Mica è così facile. Okay, se a palazzo Garampi e dintorni è approdato il tuo abituale compagno di calcetto, con cui vai politicamente d'accordo non solo quando si discute se sono migliori le tagliatelle di Zaghini o quelle della Delinda, non c'è nessun problema, anzi, i tuoi rapporti con la pubblica amministrazione potrebbero d'ora in poi risultare molto più semplici. E pure se la volontà popolare ha bocciato le ambizioni politiche del tuo acerrimo nemico (che oltretutto preferisce le tagliatelle di un postaccio carissimo), il tuo sguardo già ostile si arricchirà di una beffarda nuance di compatimento. Era l'unico a non essersi accorto che la maggioranza della gente in città ha su di lui la stessa opinione che hai tu. 
Ma se invece ha ottenuto un plebiscito? Conviene tenergli il broncio o non è più utile tendergli sportivamente la mano, come ha fatto la Moratti con Pisapia (certo, dopo avergli dato del facinoroso ladro d'auto e simpatizzante di Al Qaeda, ma è acqua passata)? E se è il compagno di calcetto a essere stato trombato, bisogna offrirgli la cena di consolazione da Zaghini o dalla Delinda? Ma poi, bisogna proprio offrirgliela? Non dovrebbe offrirla lui a tutti gli amici che ha illuso, inducendoli a scommettere sul cavallo sbagliato?

mer 15 giu 2011 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

Non c'è bisogno di vivere qui da anni per sapere che il calendario riminese è quello delle altre città in negativo: i loro giorni festivi per noi sono segnati in nero, e viceversa. Qui, insomma, si lavora di più quando la gente normale si diverte, e più vuole divertirsi, più qui c'è lavoro. Le uniche a non essersene mai accorte sono le scuole: ai primi di giugno si chiude, e non ci sono santi. 
La scuola italiana è ferma a una piccola Italia anni Sessanta, dove le mamme non lavoravano e nella bella stagione ogni giardino, ogni cortile e ogni vicolo diventavano centri estivi autogestiti pullulanti di bambini, finché i papà e le mamme non li caricavano tutti sulla Seicento per portarli al mare a godersi il sacrosanto mese di ferie pagate. 
Qui a Rimini, dove il mare c'era già, i piccoli indigeni, lasciati per tre mesi allo stato brado da genitori impegnati a farsi il mazzo come bagnini, cuoche e albergatori, formavano branchi organizzati stile «Signore delle mosche», che colonizzavano angoli di spiaggia e campi incolti abbandonandosi spesso a pratiche para-teppistiche. A settembre papà e mamme venivano a riprenderseli, li contavano (a volte li confondevano perché dopo tre mesi non li riconoscevano più), e, se li ritrovavano tutti sani e salvi, tiravano un sospiro di sollievo. 

mer 29 giu 2011 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

Ancora non so quale sia l'opinione politicamente più corretta in materia di velo - e non è che quello delle suore cattoliche sia meno velo del hijab islamico. Suppongo che d'estate un pezzo di stoffa fissato alla testa pizzichi e tenga caldo a prescindere dalla religione cui appartiene la testa che copre. 
Così il mio pensiero sul velo è, per così dire, stagionale: da settembre a giugno opto per il "è una scelta come un'altra, se è una scelta", mentre ai primi caldi scivolo in zona Santanché e fremo nel vedere teste imbacuccate sotto il solleone, specie se appartengono a ragazzine dall'aspetto ancora infantile. E mica si imbacuccano solo le teste: sia le suore che le musulmane integraliste si coprono tutto il corpo. Accidenti, la religione dovrebbe aiutarci a stare meglio al mondo, non peggio. E con trenta gradi all'ombra tre strati di vestiti non migliorano la qualità della vita. «A Dio non importa cosa mi metto in testa», diceva una mia amica bengalese e musulmana, convinta che il velo fosse «una cosa da arabi» (lei, di etnia indiana, si vestiva come le pareva e nei giorni di festa indossava un magnifico sari che le scopriva la pancia e che a Teheran le costerebbe la lapidazione). 
Si fa torto sia a Dio che ad Allah pensando che due onnipotenti creatori del cielo e della terra, con tutto quel che avevano da fare, abbiano perso tempo a legiferare sul guardaroba femminile: pippe inventate ex-post dai maschi monoteisti. Il velo in particolare potrebbe essere originariamente, un prestito pagano. In Medio Oriente il capo se lo coprivano soprattutto gli uomini, per proteggersi dal sole, e nella religione ebraica a doverselo tenere coperto sono ancora oggi solo i maschi.

mer 13 lug 2011 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

Sono i baristi sono i nuovi educatori. E non parlo dei baristi da canzonetta, quei maestri zen in incognito che si chiamano sempre Mario o Gino ed elargiscono perle di saggezza mentre miscelano uno spritz. No, bastano quelli dei bar della spiaggia, che siano cinquantenni tatuati o ragazze col piercing. A nostra insaputa, forse in seguito a un Congresso Mondiale Segreto dei Baristi (secondo il Talmud in ogni epoca vi sono nel mondo trentasei baristi giusti per amore dei quali Dio, che ama lo spritz ben fatto, si trattiene dal distruggere il mondo), i gestori di mescite di bevande e affini si sono assunti il compito di insegnarci il rispetto per l'acqua potabile, bene sempre più prezioso. Con un solo, semplice provvedimento: far pagare la bottiglietta di minerale da mezzo litro cinque-sei volte quel che costa al supermercato. 
Bravi. Anzi, sono prezzi ancora troppo bassi. La disinformazione sulla buona qualità dell'acqua del rubinetto, la scarsa previdenza che ci fa uscire senza una bottiglietta riempita a casa, l'aggiungere altri rifiuti nei cassonetti della plastica in genere già strapieni o, peggio ancora, lasciarli dove capita, sono lussi che vanno pagati cari. Senza contare che il rincaro della minerale al bar è la simulazione più convincente di quel che sarebbe potuto succedere se il referendum del 13 giugno non avesse stoppato la privatizzazione dell'acqua potabile: tipo che il privato si sveglia la mattina e decide di fartela pagare cinque euro al litro, e tu puoi scegliere solo se pagare o lasciare il rubinetto in balia delle ragnatele. Più educativo di così. 

mer 27 lug 2011 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

Nella penombra complice della platea ancora vuota, la signora di mezza età con la borsa sottobraccio avanza rapidamente tra i sedili, raggiunge le prime file e appoggia la borsa su una poltrona. Ne estrae l'ombrello pieghevole e due giornali e li distribuisce sulle tre poltrone vicine. Poi si toglie il foulard e l'appoggia su un quinto sedile. Poi la giacca, e l'appoggia su una sesta poltrona. Poi si sfila la camicetta (sotto ha un top) e la depone su una settima. Quindi comincia a sfilarsi la gonna (sotto ha la sottoveste), e la sistema su un'ottava. Infine, seminuda, si apposta su una nona poltrona e attende con lo sguardo lampeggiante. 
Non è il remake di «9 settimane e mezzo». Semmai «9 poltrone e mezzo», cioè il numero medio di posti a sedere che la Prendiposto professionista riminese riesce ad accaparrare in anticipo negli spettacoli in cui i posti a sedere non sono numerati (cinema all'aperto, saggi scolastici ecc.). E' una missione che svolge in nome e per conto di parenti, affini e conoscenti i quali arriveranno dopo, con tutta calma. 
Quel "9 e mezzo" non indica che la Prendiposto si accontenti di una frazione di poltrona o che tenga in braccio un decimo parente (anche se succede), ma che si tratta appunto di una media: in inverno, quando è più vestita, una Prendiposto in gamba può prendere da sola intere file di posti, specie se (come pare facciano le più organizzate) ha predisposto all'uopo una borsa di vecchie sciarpe e cappelli originariamente destinati alla Caritas. In estate, se la serata è calda o il locale non ha l'aria condizionata, deve limitarsi a sei, pena una denuncia per oltraggio al pudore, che la Prendiposto teme soprattutto perché dovrebbe rimettersi i vestiti, liberando le poltrone riservate al suo sterminato clan. Il cui diritto ad arrivare tardi e alloggiare bene va difeso con le unghie e con i denti, tipo coloni israeliani in Cisgiordania. 

mer 10 ago 2011 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

Se c'è un posto a Roma che i riminesi dovrebbero evitare è il Teatro 5 di Cinecittà. O forse è l'unico posto dove i concittadini di Fellini dovrebbero andare. 
E' un po' come il pied-à-terre dove un marito defunto viveva notoriamente una seconda vita con l'amante prediletta. La vedova legittima non può visitare quel nido d'amore senza fitte di dolorosa gelosia postuma. Eppure sa che non c'è luogo più adatto per ricordarlo com'era davvero. Quella era diventata la sua vera casa, lì trovava il genere di amore che la moglie non sapeva più dargli: incondizionato, generoso, fantasioso. 
E casa il CineTeatro 5 per Fellini lo fu in senso proprio, perché i tecnici, che lo adoravano, avevano ricavato un appartamentino per lui e Giulietta Masina all'interno del teatro di posa - il più grande d'Europa, tanto capiente che vi fu ricostruita la Via Veneto della «Dolce vita». Quel che Federico sognava, lì, grazie a geniali e infaticabili artigiani, diventava realtà - la realtà onirica del suo cinema, quella che per lui contava davvero e cui era molto più attaccato che alla sua città natale, che oggi come allora, tende a sognare poco e male. 
Questo non te lo dice la guida che ti accompagna nella visita a Cinecittà, ma se sei riminese ci arrivi da solo. E magari pensi con rossore alle meschine peripezie della «casetta sul porto» che il Comune donò (o finse di donare) al regista ormai anziano. Al museo Fellini, che, pur trasferito e risistemato, mette tristezza perché l'espressione «museo Fellini» già di per sé è un ossimoro. E' molto più «felliniano» il Teatro 5 di Cinecittà, anche se (o forse proprio perché) oggi ospita il palco di «Amici» e le atmosfere da tivù commercial-populista vaticinate in «Ginger e Fred».

mer 31 ago 2011 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

Quando leggerete la rubrica l'ondata di caldo potrebbe essere solo un ricordo. Come la canna da innaffiare che rinfrescava noi e l'orto quando eravamo piccoli e la calura picchiava eccome. Ma a quei tempi picchiavano anche i genitori e gli insegnanti, sicché non facevamo tante scene. E poi in giardino c'era la canna, chiamiamola gomma per non creare equivoci che potrebbero spingere il ministro Giovanardi a far sequestrare questo giornale per induzione al consumo di droghe leggere, la canna alias gomma, bianca, nera o verdina, pigramente arrotolata dietro casa come un serpente domestico, pronta a trasformarsi in un mini-Aquafan a costo zero. Dovevi avere l'accortezza di eliminare il bocchetto di metallo all'estremità della gomma, e schiacciandola con le dita in vari modi potevi produrre una serie infinita di giochi d'acqua. Se qualche goccia cadeva anche sulle piante era un puro caso, però sicuramente si divertivano molto. Premendo leggermente la gomma al centro trasformavi il getto in una specie di velo d'acqua, e se ci guardavi attraverso era come osservare il mondo da sotto una cascata. Premevi un po' di più, e il getto si biforcava in due zampilli, e potevi innaffiare il cane e il gatto contemporaneamente. Se tenevi la gomma perpendicolare al suolo ottenevi una sorgente gorgogliante da leccare come un gelato. Se ti mettevi con le spalle al sole e infilavi la punta del pollice nel foro, avevi una vera e propria macchina per gli arcobaleni: il getto si nebulizzava in mille goccioline in cui i raggi del sole si rifrangevano in iridi colorate come bolle di sapone (il trucchetto era spiegato nei Quindici, la leggendaria enciclopedia per baby-boomers). 
A quel punto sembravi un campione juniores di catch nel fango e tutto intorno a te c'era già una versione ridotta del Polesine, alternata a vaste zone desertiche dove piante sitibonde attendevano invano un po' d'acqua, contorcendosi a mo' di Tantalo. Sollecitato da qualche familiare urlante, ti decidevi a dare il dovuto alle povere creature, come ti aveva insegnato il babbo, senza investirle d'acqua, ma aspergendole delicatamente e con pazienza. 

mer 28 set 2011 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

Nel 2006 avevo dedicato una rubrica alla libreria La Moderna, che a dispetto del nome, all'inizio dell'anno scolastico offre una versione aggiornata dell'assalto al Forno delle Grucce, o delle file per le patate nella Mosca pre-Gorbaciov. All'epoca venni accusata di pubblicità occulta dai gestori di altre cartolibrerie riminesi (accidenti, avessi voluto davvero parlar male della Moderna cos'avrei dovuto dire?), ma mi pare che dopo cinque anni le cose siano migliorate: la ressa per l'acquisto di libri e quaderni si è distribuita in più punti vendita della città, e puoi infilarti nella coda più vicina a casa tua. Non so voi, ma davanti a quelle pile di volumi lindi e incellofanati io provo misto di nostalgia e di invidia. 
Nostalgia per il tempo beato in cui credevo che i libri scolastici facessero paura solo a chi doveva studiarli e portarli nello zaino, e non soprattutto a chi doveva pagarli. Invidia perché oggi, appunto, la mia parte in tutta la faccenda è unicamente quella dell'ufficiale pagatore, con delega alla ricopertura con foglio di plastica. E il bello è che di tutti quei libri interessantissimi io non leggerò nemmeno una pagina. 
Ed è un peccato perché questi nuovi libri delle medie sono favolosi. Non erano male nemmeno ai miei tempi, ma erano ancora pervasi da una seriosità anni Settanta che li rendeva cupi come testi universitari. Nell'antologia più sbarazzina il massimo della trasgressione era mezza pagina dedicata al fumetto; per il resto si andava giù di Levi, Ginzburg, Salinger, Rodari, roba che oggi sarebbe troppo schierata anche per la biblioteca di un centro sociale autogestito.

mer 12 ott 2011 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

Se Ugo Foscolo vivesse fra noi andrebbe al cinema? Certo che sì, non sarebbe tipo da serate di tivù con frittata e rutto libero. Ci andrebbe con gli amici, ovviamente al mercoledì quando c'è l'ingresso ridotto (sempre in bolletta, povero Ugo). 
Io me li vedo, lui e il Pindemonte, seduti tutti gasati con il popcorn in mano nelle sale dove si proiettano film storici pieni di eroi e di battaglie. I loro preferiti sarebbero i peplum tipo il «Gladiatore», «Alexander» o «300», e nelle scene clou inciterebbero i loro guerrieri preferiti urlando in greco antico, suscitando le ire dei vicini di poltrona. Be', se ad accendere in Foscolo i sogni di gloria bastavano vecchi sepolcri scalcagnati, i duelli di Maximus lo avrebbero mandato in sollucchero. 
Ma duecento anni fa il cinema era ben al di là da venire, e quando voleva immaginare «egrege cose» il giovane Ugo, in mancanza di meglio, andava tutti i giorni all'ombra dei cipressi a guardarsi lo spettacolo gratuito delle «urne dei forti». Gli piaceva tanto che quando fu esteso all'Italia l'editto con cui Napoleone ordinava il trasferimento dei cimiteri fuori città, la cosa non gli andò giù e compose il ben noto carme. Possiamo quindi supporre che un Foscolo moderno e riminese avrebbe una reazione simile vedendo che dal centro storico di Rimini sono scomparse tutte le sale cinematografiche, costringendo i cinefili a fare chilometri in macchina fino all'Iper o alle Befane. Magari ci avrebbe scritto un poemetto intitolato «Dei cinema»: i buoni film ci rendono migliori, perché cacciarli fuori dalle mura urbane come lazzaretti? O bella (decima) musa, ove sei tu? 

mer 26 ott 2011 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

Da qualche giorno Ringo, il nuovo gattino di casa mia, manca all'appello. Perché un giovane felino può lasciare un tetto sotto il quale è vezzeggiato e ben nutrito? Cherchez la chatte - anche se adesso è difficile capire quando scatta la stagione degli amori gatteschi. Il riscaldamento globale dev'essersi esteso anche ai gatti che vanno in calore in periodi in cui, una volta, se ne stavano placidamente acciambellati vicino al termosifone. 
O forse è il cattivo esempio dato dai padroni - o meglio, dai padroni dei loro padroni. Chi ha gatti non sterilizzati lo sa: se la natura chiama non c'è niente da fare, hai un bel chiudere porte e finestre o mettere i fiori di Bach nell'acqua della ciotola. Gattoni corpulenti diventano flessibili come Barbapapà per passare dalle fessure. Gattine illibate perdono ogni ritegno e girano mugolando per casa, ventre a terra e pudende all'aria, tipo cat-party a Palazzo Grazioli. 
Noi gattofili siamo allibiti e imbarazzati. Molti non vedono mai nel proprio gatto un animale adulto, ma un essere umano eternamente piccolo e immaturo. Fufi è un adorabile batuffolo, anche quando sotto la coda ha due castagne grosse così, un «miao» baritonale degno di Scarpia nella Tosca, e passa le giornate molestando sessualmente il triciclo di tuo figlio. E quando il veterinario ti spiega che il comportamento anomalo non è dovuto alla qualità scadente dei croccantini o all'elettrosmog, ti senti come quando scopri i primi preservativi in tasca al figlio teenager: in amore? Fufi? Come! Fino a ieri giocava con la pallina e ciucciava il cuscino! Dottore, non è possibile, all'allevamento mi avevano assicurato che i Sacri di Birmania Blue-point vanno in amore solo a quattro anni e solo quando incontrano un partner con pedigree compatibile! 

mer 09 nov 2011 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

«Dài, mamma, parliamo anche noi in una lingua che non si capisce!» E mia figlia comincia a pronunciare a macchinetta sfilze di sillabe irte di consonanti, aspettandosi una risposta sullo stesso tono. Un po' mi vergogno - siamo per strada - ma ci provo. In fondo la capisco. 
Da quando siamo uscite di casa abbiamo incrociato quasi esclusivamente persone che non parlavano italiano. Al telefonino, in coppia o in comitiva, si esprimevano in idiomi sconosciuti. Dopo il primo senso di straniamento subentra l'invidia. Gli stranieri che abitano qui conoscono una lingua che noi non comprendiamo e avremmo difficoltà perfino a pronunciare. Però conoscono anche l'italiano (molti passano indifferentemente dalla loro lingua alla nostra) e possono capire quel che diciamo noi. Anche una bambina si rende conto istintivamente che questo rappresenta un vantaggio, e, almeno per gioco, vorrebbe procurarselo anche lei. 
Secondo Don Milani «l'operaio conosce trecento parole, il padrone mille, per questo è lui il padrone». Principio valido quarant'anni fa. Oggi l'operaio che conosce trecento parole nella sua lingua madre e in un paio di altre, è più attrezzato del padrone che ne conosce mille, ma in una lingua sola, e prima o poi finirà per fargli le scarpe. 
E' un po' la situazione in cui ci troviamo noi indigeni rispetto agli immigrati: loro sanno cose che noi non sappiamo. E le cose che noi sappiamo più di loro forse non servono molto nemmeno a noi.

mer 23 nov 2011 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

«Ma sei tu che mangi tutti quei biscotti?» scherza il nonnetto in fila dietro di me alla cassa del Conad a un collega più o meno suo coetaneo. Lui ride: «Ma no, sono un pensierino per la donna che viene a fare i lavori da me. Glieli regalo per i suoi bambini, e lei è più contenta che se le dessi dei soldi extra.» «Toh, che buona idea, li compro anch'io». 

Dialoghi tra anziani vedovi non ancora in zona badante, abbastanza autonomi da farsi la spesa da soli ma non per tener dietro alla casa, ammesso che un uomo sia mai in grado di farlo. E' uno strano mix - molto romagnolo, molto d'altri tempi - fra spilorceria e gentilezza: ti sembra doveroso un piccolo segno di considerazione verso la domestica, ma vuoi spendere il meno possibile, sia perché vivi della tua pensione (che non è quella da ex parlamentare) sia perché non vuoi creare obblighi e imbarazzi né a te stesso né a alla donna. 
Per una madre di famiglia, magari immigrata, che lavora a ore per mandare avanti la famiglia, non è certo umiliante accettare la garbata offerta di un pacco di dolcetti per i suoi figli: si sa come sono i bambini, anche quando hanno tutto certe cose fanno sempre gola. Un sacchetto di biscotti in offerta al supermercato costa meno di due euro, ma come regalo vale molto di più, perché presuppone un pensiero, un piccolo sforzo di mettersi nei panni di chi lo riceve. 
Non so se il vecchiett

mer 07 dic 2011 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

Per gli antichi l'Aurora era la "dea dalle dita di rosa". Se noi moderni dovessimo coniare un epiteto per il mese di dicembre, lo chiameremmo «il mese dalle dita di porporina». 
In verità le dita di porporina (e le mani, e i capelli, e buona parte dei vestiti) non le ha dicembre in persona, ma metà dell'umanità occidentale: i bambini, i genitori e gli insegnanti impegnati a confezionare i lavoretti natalizi. Case e scuole diventano un unico, gigantesco laboratorio in cui risuona lo zic-zic di migliaia di forbici arrotondate e lo sch-sch di altrettanti pennelli intinti nella colla, mentre su tavoli e mensole troneggia un esercito di barattoli di polverine sbrilluccicanti nei colori più vari, indispensabili per dare il tocco natalizio ai lavoretti. 
Fino al 24 dicembre una vasta porzione del pianeta è avvolta da una variopinta nuvola di brillantini, visibile anche dal satellite. Perché senza porporina non è Natale. In un Vangelo apocrifo compare anche un quarto re mago, molto somigliante a Giovanni Muciaccia di Art Attack, che offre al Bambinello un vasetto di porporina. «Grazie, ma la maestra la voleva ai primi di dicembre, non all'Epifania,» risponde la Madonna, un po' seccata, «e comunque l'ho già comperata io alla Moderna».
La porporina è altamente contagiosa. Le particelle di cui è composta sono poco più grandi del virus dell'influenza, ma si diffondono con più facilità. Se stai a contatto con bambini in età scolare in luoghi chiusi, ti becchi di sicuro la porporina in forma acuta - ovunque. Se starnutisci, la diffondi tutto intorno a te e l'attacchi ai tuoi vicini. Oppure non ti accorgi di averla perché non vedi nessuna traccia; ma quando torni a casa, infili la mano in tasca per cercare l'accendino e la tiri fuori tutta dorata come quella di una vittima di Goldfinger o azzurra-fluo come quella di un Na'vi, e per una settimana il tuo parquet scintilla più del pavimento della fatina Trilli. 

mer 21 dic 2011 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

Babbi Natale appesi alle ringhiere, parte seconda. Ne avevo già parlato in questa rubrica cinque anni fa, sicura che si sarebbe trattato di una botta passeggera di cattivo gusto. Il 2006 era l'ultimo scorcio di vacche grasse prima della catastrofe. Di scricchiolii se ne sentivano già, ma adesso che è tutto un crac quella sembra la Belle Epoque. 
Retrospettivamente, il Babbo Natale miniaturizzato che si arrampicava sui balconi come un topo d'appartamento, nato probabilmente come scanzonata demitizzazione della più trita icona delle feste, era un inquietante presagio di ciò che ci aspettava. Oggi fa pensare al pensionato 85enne arrestato in Piemonte per aver tentato di rapinare due uffici postali. «Ho dovuto farlo,» ha spiegato alla polizia, che anziché imprigionarlo gli ha offerto il pranzo, «la pensione non mi basta per mantenere la famiglia», nel suo caso composta da moglie extracomunitaria (nullafacente e molto più giovane, si presume) con genitori e fratelli. Per il piccolo clan il vecchietto probabilmente rappresentava da anni Babbo Natale; poi si sa come sono i parenti delle mogli giovani, gli dài un dito e ti chiedono il braccio, e sotto questo aspetto il vecchietto piemontese aveva gli stessi gratta capi del Presidente della Camera Fini con la famiglia Tulliani. (Considerato il numero di anziani riminesi che si riaccompagna con signorine straniere dal folto parentado, anche i nostri uffici postali dovrebbero stare all'erta.) 

gio 12 gen 2012 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

"Come sono eleganti i cani qui a Rimini!" si meraviglia l'amica milanese a passeggio per Piazza Tre Martiri. La guardo sospettosa, chiedendomi se il complimento non sia un'offesa mascherata. Sinceramente, non mi ero mai accorta che i cani malatestiani fossero più eleganti di quelli di altre città. Mi è capitato di vedere cani nelle mie recenti trasferte a Milano o a Roma, e come eleganza mi pare fossimo lì. Diciamo pure che una gattofila non è un giudice imparziale in materia di stile canino, convinta com'è che, quanto a naturale eleganza, il felino più derelitto ripescato da un bidone distacchi di varie lunghezze un pluridecorato levriero afghano. Ma la mia amica, una giornalista cosmopolita ed esperta di mode, nonché amante dei cani, non si riferiva all'andatura, alla purezza di linee o ai "bau" particolarmente melodiosi, ma proprio all'abbigliamento. 
Ha notato chihuahua in bomber, bassotti in loden e yorkshire impellicciati con giacchini delle dimensioni di un toupet. Per non parlare degli accessori, guinzagli e toy-bag, debitamente coordinati e firmati. Nemmeno nella Fifth Avenue, assicura la mia amica, si vedono cani così in ghingheri. Ho sempre dubitato che vestire i cani sia una delle moderne opere di misericordia corporale. Di solito mi si replica che alcune razze di piccola taglia e dal pelo rado hanno un oggettivo bisogno di essere protette dal freddo. E allora mi domando chi abbia avuto la diabolica idea di selezionare cani che congelano a otto gradi centigradi. Dovrebbe esserne consentita la vendita solo nelle zone tropicali, dove potrebbero girare tutto l'anno nudi come mamma cagna li ha fatti

mer 25 gen 2012 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

E' ancora difficile parlare d'altro che della catastrofe della Concordia e dell'angoscia per William e la piccola Dayana, i due riminesi che, mentre scrivo, risultano ancora dispersi. A meno di un mese dall'anniversario della scomparsa di Elvira Casadei, l'avvocata riminese perita nello tsunami del 2004, che per qualche giorno rimase nel registro dei dispersi, riviviamo la stessa apprensione, nella speranza, sempre più fioca, di un esito meno tragico. 
I riminesi sono giramondo, si sa, soprattutto in inverno. Pur attaccatissimi alla loro città, colgono tutte le occasioni per mettere un cornetto fuori stagione al caro vecchio mare di casa. Non sono certo loro a mandare in crisi le agenzie di viaggio, anche se sono sempre più numerosi i cacciatori di last-minute in rete. E' statisticamente inevitabile che anche Rimini paghi il suo tributo alle (fortunatamente rare) disgrazie che colpiscono i luoghi del turismo globale, dalle spiagge della Thailandia alle grandi navi da crociera, considerate così sicure e a prova di incidente che spesso vengono proposte alle famiglie con bambini come alternativa al solito villaggio vacanze, di cui sono la versione galleggiante. 
Ma quando scopriamo che in una sciagura come quella di Phuket del Giglio è coinvolto qualche riminese, adulto o bambino, è come uno shock collettivo. Reso più acuto dal fatto che anche Rimini è un luogo, seppure un po' appannato, del turismo di massa. Noi cresciamo fra alberghi, stagionali, balli di gruppo e animatori, l'accoglienza ce l'abbiamo nel sangue e ci sentiamo a casa nostra, più di altri viaggiatori, in qualunque resort o spiaggia o crociera del mondo. Ci fidiamo, perché sappiamo come funziona la baracca, il turismo ce l'abbiamo nel Dna. Che succeda qualcosa a noi, gli anfitrioni d'Europa, quando indossiamo una volta tanto i panni dell'ospite, oltre che una disgrazia sembra un tradimento. 

mer 08 feb 2012 - Notizia di satira - scritto da Celi Lia

«La mia quarta figlia, 18 anni, ha iniziato un lavoro molto semplice, molto bello», ha detto Francesco Rutelli giovedì scorso a Otto e 1/2, sollecitato da Lilli Gruber (se si può usare questo verbo quando intervistatrice e intervistato sono palesemente pappa e ciccia). 
Si parlava della monotonia del posto fisso, la prima vera cacca pestata dal presidente Monti dall'inizio del mandato. Il professore, che peraltro non ha mai fatto nulla per farsi credere vicino ai problemi della gente comune, ignorava che la gioventù italiana non è fatta solo di irrequieti cervelloni poliglotti pronti a rimbalzare fino a 40 anni da un continente all'altro inseguendo carriera e successo, ma anche di ragazzi che vogliono semplicemente guadagnarsi da vivere dove sono sempre vissuti, e con la stessa tranquillità che nel corso della vita ha dato loro il posto fisso (e poi la pensione) dei genitori. 
Se non sei abbastanza sicuro di te stesso, cerchi la sicurezza fuori: nel lavoro, che non deve chiederti molto ma nemmeno darti troppo poco; nella famiglia dalla quale non esci se non quando la puoi replicare esattamente, cioè solo da sposato e con casa di proprietà situata a pochi metri di distanza; negli amici, gli stessi da una vita. E' un delitto aspirare al poco-ma-sicuro, alla mediocritas anche se non è aurea quanto a valore monetario? No, e chi la vuole deve poterla ottenere, in un paese normale. 

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