ATTUALITÀSatira
Lost in Rimini
"Nel centro di Bologna non si perde neanche un bambino", cantava Lucio Dalla.
Il centro di Rimini, invece, può disorientare adulti con tanto di barba, capelli bianchi e cartina, a giudicare dalla quantità di turisti che chiedono pietosamente indicazioni a passanti ed esercenti puntando il dito su qualche punto in una mappa sgualcita del nostro centro storico.
La domanda avviene in genere in inglese, gettando il riminese nel panico, perché il suo rapporto con la lingua albionica è equivalente a quello del turista con la topografia del centro: va subito in confusione e chiede indicazioni ai presenti: "Left è destra o sinistra? Come si dice chirurgo? Domus sarebbe il Duomo?".
Bisogna dire che la pronuncia del turista non aiuta a identificare i luoghi da cercare, ma sicuramente non sarà quella del riminese a semplificarne il riconoscimento. Considerando che Rimini conserva il semplice assetto urbanistico da colonia romana, due strade in croce più le traverse perpendicolari, e i monumenti in centro, almeno quelli imperdibili, non sono più di una decina, bisognerebbe chiedersi come mai sia tanto difficile non raggiungerli a colpo sicuro. Fossimo in tempi più prosperi, sarebbe un'ottima occasione per ingaggiare un costoso pool di prestigiosi consulenti esterni cui domandare spiegazioni e possibili soluzioni.
Per dirla alla riminese: vogliamo far basta?
Con le sue ultime vigliaccate, Forza Nuova ha passato il segno anche a Rimini. Non avendo più ruoli pubblici da anni, non intrattengo alcun rapporto, neppure di semplice conoscenza, con l'attuale Questore e non posso dunque permettermi la libertà che mi sarei preso col suo predecessore, del quale mi onoro di essere amico. Incontrandolo sul corso, a lui avrei detto, fra il serio e il faceto: "Lo so, caro Oreste, che tu già fai miracoli, con la penuria di forze che ti ritrovi. Bisogna però che t'inventi un miracolo supplementare per dare lo stop a questo "verminaio a delinquere". Altrimenti va a finire che qualcuno di noi che si è diplomato in "vigilanza antifascista" negli anni '70, in preda a giovanili rimembranze venga assalito dalla velleità di rimettersi a girare la notte, sfidando gli acciacchi e lo sfavore dell'anagrafe; con l'intento di neutralizzare questa banda di cialtroncelli e parcheggiarla poi da qualche parte, affinché i tuoi uomini la prendano in consegna all'indomani mattina. Con il rischio che aumenti il lavoro del pronto soccorso, che di notte ne ha già tanto".
Mentre scrivo, sono passati parecchi giorni dalle recenti bravate mini-squadriste di Forza Nuova e, fra i pochi che non le hanno condannate, si evidenziano i grillini riminesi, a cominciare dalla "fuffologa" Consigliera Franchini. Certo, a proposito dello "ius soli" e della neo ministro Cecile Kyenge, come può il grillume nostrano osar condannare chi infradicia l'aria con idee xenofobe rispetto alle quali il "conducator 5 stelle" esterna una benevola accondiscendenza?
Il terribile "morbo di Grillusconi"
Negli ultimi tempi mi ritrovo ad essere uno di quei "profani" che dovendo intensificare la frequentazione di ospedali e dottori, assimilano alla bell'e meglio le nozioni mediche che capiti loro di orecchiare. M'è dunque parso di capire che possa darsi il caso di due malattie le quali, ancorché insorte l'una indipendente dall'altra, convergano nel corpo del malato fino a generarne una terza. Se così fosse, si tratterebbe di qualcosa di molto simile a quanto sta accadendo alla democrazia italiana, che fiaccata dal troppo berlusconismo (con qualche degenerazione leghista), si vede ora ulteriormente minata dall'epidemia grillina, col rischio, prima o poi, di ritrovarsi sopraffatta dall'aggiungersi di una nuova pandemia: il "morbo di Grillusconi". Anche se le due malattie sono state contratte in tempi diversi, il "brodo di coltura" è in gran parte il medesimo: l'individualismo, che nel caso del grillismo può contemplare anche una qualche forma di "lettura sociale", mentre nel berlusconismo coincide spesso con la frustrazione da "edonismo mancato"; il "minimalismo culturale" di chi si accontenta di orecchiare aspetti della realtà che invece, per essere combattuti, hanno bisogno di venire prima studiati e capiti; l'eterna illusione che possa esistere "l'uomo della provvidenza" a cui delegare i propri destini, in cambio di un cieco "credere, obbedire, combattere" sotto la sua guida e in suo nome; l'illusione che "la conoscenza" sia assicurata dal riassunto che ce ne fa qualcuno, o magari dal padroneggiare quel "bignamino fai da te" chiamato "rete", che un numero sempre più alto di creduloni è convinto sia "il mondo".
E dal bancomat esce la nostalgia
Viviamo in una città a misura di donna da cui è difficile allontanarsi
Trovarsi a Roma e scoprirsi felici di trovare la filiale che "parla" riminese
Si sa che il riminese, e soprattutto la riminese, non si allontana mai volentieri dalla sua amata città, perfettamente a misura di donna prima ancora che d'uomo. Tant'è vero che sulle strade di Rimini il rapporto percepito fra passanti femmine e maschi è di tre a uno. Le quote rosa sono ribaltate e il forestiero è portato a sospettare che la vera Città delle donne non sia quella onirica ricostruita da Fellini nell'omonimo film, ma quella in cui era nato e cresciuto. Quando diciamo donne non intendiamo ragazze, che in quanto giovani e sognatrici vogliono e devono cercare stimoli e opportunità in giro per il mondo, ma donne mature, over-35, specie se madri di famiglia.
In nessun'altra città ho visto signore dall'aria altrettanto rilassata e soddisfatta, a un'etè in cui si viene assalite in genere dalle ubbie del tempo che passa, della bellezza che svanisce, delle scelte sbagliate, delle rose non colte - e tutto questo mentre il lavoro e la famiglia richiedono ancora impegno e sforzo. Rimini sembra una città dove la "conciliazione" (parola antipatica perché applicata solo alle donne, come se la famiglia riguardasse esclusivamente loro) non è meno difficile che in altri posti: anche da noi latitano servizi per le famiglie e collaborazione da parte dei compagni di vita. Ma forse è più facile riconciliarsi con se stesse, trovare un equilibrio e non soccombere allo stress.
Il mare a due passi, lo shopping low cost, le amiche di sempre a tiro di bicicletta, un buon film, un concerto o uno spettacolo a teatro - in un ventaglio di possibilità non troppo ampio, se non ci si disorienta o si litiga su cosa andare a vedere, i piada e cassoni che ti risolvono la cena: piccoli elementi che tutti insieme costruiscono, se non la felicità, un surrogato non disprezzabile. E noi donne siamo abbastanza pragmatiche da non disprezzare i surrogati.
Un surrogato di riminesità, ad esempio, è l'insegna della più nota banca riminese che, a sorpresa, ho scoperto a pochi metri dall'albergo dove soggiorno mentre mi trovo a Roma per lavoro. Non è la mia banca ma vado a farci il bancomat ogni voglia che mi manca casa mia. E pazienza se mi tocca pagare la commissione sulla nostalgia.
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