AUTORE Delucca Oreste

mer 07 mar 2012 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Delucca Oreste

Fino a qualche anno fa, molti di noi erano convinti che la pirateria fosse un fenomeno ormai estinto, un ricordo dei secoli passati; quando dalle coste dalmate le barche degli Uscocchi partivano per le loro incursioni; o quando - al sopraggiungere della buona stagione - le fuste turchesche lasciavano i porti dell'Albania, della Morea e del nord Africa scorazzando per i vari rami del Mediterraneo, Adriatico compreso.
E allora la navigazione e la pesca erano fonte continua di timori; ed anche la frequentazione delle strade litorali o delle terre costiere richiedeva una costante attenzione. Perché si rischiava d'essere depredati, nel migliore dei casi; oppure d'essere rapiti e languire a Tripoli, a Tunisi o in qualche altra città della "Barberìa" in attesa del riscatto. Al punto che le comunità rivierasche erano costrette ad allestire un servizio di vigilanza lungo la spiaggia; e il Governo Pontificio, nel 1673, ha dovuto costruire un sistema di torri d'avvistamento (da Cattolica a Bellaria ed oltre) per renderne più efficace la protezione.
Con la caduta di Algeri, nel 1830, la presenza delle fuste barbaresche nel Mediterraneo è stata azzerata; ma la pirateria non è morta: ha preso altre strade (o, meglio, altri mari).
La pirateria infatti è un fenomeno complesso: nata prima di Roma (i navigatori Fenici erano più mercanti che pirati o viceversa?), ha assunto differenti caratteristiche, intensità e direzioni. Quando il Mediterraneo ha cessato d'essere centro del mondo e dei commerci, la pirateria ha battuto altre rotte, quelle delle Americhe e dell'Asia, seguendo il percorso delle navi da trasporto, insediandosi nei punti strategici, come ad esempio nel Corno d'Africa.

mer 04 apr 2012 - Notizia di Borgo San Giuliano - scritto da Delucca Oreste

In Italia la prostituzione è consentita ma non regolata, salvo il fatto che viene punito il suo sfruttamento e non sono ammesse le case di meretricio (legge Merlin n. 75/1958). In difetto di norme legislative specifiche, vari comuni hanno emesso ordinanze restrittive riguardanti particolarmente la prostituzione in strada.
Accogliendo varie sollecitazioni, anche l'Amministrazione Comunale di Rimini ha recentemente stabilito il divieto di prostituzione in una serie di vie e piazze, "per restituire al vivere civile alcune zone della città degradate da questo fenomeno". Tuttavia il provvedimento è stato contestato dalla Procura della Repubblica di Rimini che vi ha ravvisato una incursione in competenze dello Stato.
Anche se il contrasto verrà sanato, tuttavia il provvedimento del Comune - per sua natura - non potrà dirsi risolutivo; servirà ad eliminare situazioni marcatamente disdicevoli (ad esempio nella fascia turistica), limitandosi però a spostare il problema da una zona all'altra, magari da un comune all'altro.
È una diatriba vecchia e mai risolta del tutto. Nei giorni scorsi, proprio mentre riflettevo su queste cose, mi è capitato di leggere un dispaccio trasmesso il 6 settembre 1859 dalla Polizia Distrettuale di Rimini alla Commissione Municipale di Sanità. Tenendo conto che in quell'anno la nostra città apparteneva ancora allo Stato Pontificio, che la prostituzione era una pratica legale e le case di tolleranza erano consentite, vediamo il tenore della lettera.
"Di concerto col Comando Militare, questa Polizia è venuta nella determinazione di far carcerare diverse donne di mala vita tanto per riparare allo scandalo di dover vedere dei lupanari sparsi in diversi luoghi della città, quanto ancora per impedire la propagazione di mali venerei dei quali sono causa le meretrici; due cose ora sarebbero necessarie, se non per togliere, almeno per scemare i suindicati disordini.

mer 18 apr 2012 - Notizia di Borgo San Giovanni - scritto da Delucca Oreste

Come dicevo in una nota precedente, sul finire del Medioevo - e per vari secoli a seguire - la prostituzione a Rimini è stata relegata nella zona del porto. Una indagine relativa al Quattrocento attesta che, a quel tempo, nel borgo di Marina esistevano solo 2 case e 5 casupole di abitazione, a fronte di 39 magazzini per il ricovero delle merci in arrivo o in partenza, 3 osterie e 6 cantine. Quindi il borgo non aveva carattere residenziale.
Inoltre, stando agli Statuti comunali del 1334, era frequentato da una moltitudine di ribaldi, lenoni, meretrici e ubriachi sempre dediti a baruffe (gentes vilissime, videlicet rubaldi, lenones, meretrices et homines ebriosi qui cotidie rissantur); al punto che qui il balitore (cioè il responsabile di contrada) non era tenuto a denunciare le ingiurie e le risse, come si doveva fare nelle altre aree della città, ma solamente gli omicidi e i ferimenti con arma metallica.
Dunque, era il posto giusto per collocare il postribolo, senza sollevare proteste da parte della popolazione. Il borgo, sviluppatosi all'esterno del muro cittadino, aveva due strade principali dirette al mare che si incrociavano con una serie di vie parallele alla costa. Il postribolo era situato in una di queste ultime, corrispondente press'a poco all'odierna via Roma. Poi aveva subìto uno spostamento verso mare, tanto che due strade parallele si chiamavano rispettivamente: via del Postribolo Vecchio e via del Postribolo Nuovo.

mer 13 giu 2012 - Notizia di Borgo San Giuliano - scritto da Delucca Oreste

Ho ancora davanti agli occhi la visione di quel poderoso macchinario che troneggiava sopra un pavimento completamente ricoperto da polvere d'oro.
Lì, in quei giorni, si stava completando una impresa storica: la riproduzione eccezionalmente fedele di un eccezionale codice miniato medievale, forse il più bello del mondo: Les très riches heures del Duca di Berry, custodito nel Museo Condé di Chantilly (Francia). È un codice davvero unico: realizzato dai fratelli Limbourg nel Quattrocento, consta di 416 pagine (ovviamente in pergamena) con 130 miniature figurate e 3.000 iniziali decorate.
Dopo infinite prove di stampa, seguite dai raffronti effettuati in Francia con l'originale, finalmente le macchine erano in piena azione. Per garantire la massima fedeltà, la stampa prevedeva addirittura 10 "passate" sulla base di altrettante lastre calibrate secondo i diversi colori. Ma la difficoltà maggiore stava nell'applicare meccanicamente la polvere dell'oro, presente in grande abbondanza su tutti i fogli del codice. Problema risolto trasformando una macchina tradizionale in una apparecchiatura davvero unica nel suo genere.
È proprio per questa capacità inventiva, unita allo scrupolo nella ricerca della perfezione, che il noto editore Franco Cosimo Panini ha scelto uno stampatore di casa nostra per realizzare le opere della sua prestigiosa collana. «È il sesto codice che stiamo riproducendo per Panini», mi diceva con orgoglio l'amico Piergiorgio Pazzini, mentre mi mostrava le macchine in azione nel suo stabilimento di Villa Verucchio; «ed è anche una importante boccata d'ossigeno per l'industria locale poter intercettare commesse ad alto contenuto tecnologico».

mer 11 lug 2012 - Notizia di Borgo San Giovanni - scritto da Delucca Oreste

In numerose città italiane sopravvive la tradizione medievale del Palio; a Siena sopra tutte.
Il Palio era (ed è) una gara, generalmente una corsa di cavalli, montati da fantini in nome proprio o in rappresentanza della contrada di appartenenza. Fin dall'origine si chiamava così perché il premio al vincitore era costituito da un palio, cioè un drappo prezioso, il cui valore dipendeva dalla ricercatezza del tessuto (di broccato, ad esempio) o dalle decorazioni che conteneva: spesso infatti era un vero e proprio stendardo, dipinto da qualche pittore celebre.
Forse non sono molti, nella nostra città, a sapere che anche Rimini aveva il suo palio, anzi ne aveva due: il Palio di San Gaudenzo e il Palio di San Giuliano, che si tenevano nelle feste dei due santi protettori. La notizia si ricava dagli Statuti comunali del 1334, alla rubrica 84 del libro secondo.
Il Palio di San Gaudenzo si correva attraverso l'omonimo territorio, sulla Flaminia, partendo dal ponte di San Giacomo del Secondo. Era il ponte sulla fossa Macanno, all'altezza del secondo miglio (presso l'odierna sede dei pompieri), così chiamato perché nelle sue vicinanze esistevano sin dal 1219 una chiesetta ed un piccolo ospedale intitolati a San Giacomo.
Raggiunta la città, i cavalli percorrevano tutta la strada Maestra (attuale Corso d'Augusto) e la gara si concludeva sullo spiazzo antistante la porta di San Pietro, presso il ponte di Tiberio, dove era sistemato il palio di seta.
Il Palio di San Giuliano, ovviamente, si correva dalla parte opposta della città, partendo dal ponte della Viserba, posto sopra quella fossa. Attraversato il borgo e il ponte di Tiberio, la gara proseguiva fino alla piazza del Foro (oggi piazza Tre Martiri), con arrivo sul lato meridionale (dove attualmente si trova il tempietto di S. Antonio).

mer 01 ago 2012 - Notizia di Zeinta de Borg - scritto da Delucca Oreste

L'altra mattina sono andato in pescheria: molti banchi vuoti, pesce forestiero, pochi acquirenti. È vero, siamo in periodo di fermo-pesca, per favorire il ripopolamento.
Mentre uscivo mi veniva spontaneo pensare a come doveva essere la pescheria riminese nel tardo Medioevo, affacciata sulla piazza della Fontana, vicino ai venditori di verdure, brulicante di persone, fiancheggiata dalla via delle Tavernelle (attuale via Pisacane), dove la gente chiacchierava davanti al consueto bicchierozzo di vino.
Gli Statuti comunali del 1334 ci aiutano a comprenderne la struttura e il funzionamento, laddove prescrivono banchi separati per i pescivendoli riminesi rispetto a quelli forestieri e separati per i venditori di pesce marino rispetto ai venditori di pesce d'acqua dolce. Già, perché la prima cosa da tenere presente è questa: la pesca in mare non era tanto sviluppata; in compenso esistevano molte acque interne ricche di pesce: fiumi, laghi, guazzi da caccia (che allora si chiamavano "pantiere") e perfino vasche per l'allevamento ittico (chiamate "peschiere"). 
Oggi risulta difficile immaginare che dentro le mura cittadine e precisamente lungo la via Angherà (cioè nella parte più bassa di Rimini), proprio dove sorge la sede dell'Università, esistevano numerose peschiere alimentate da una sorgente che sgorgava proprio lì.
Ma torniamo alla pescheria, piuttosto frequentata, perché il consumo di pesce era incentivato dalle prescrizioni ecclesiastiche; e dove la presenza del pesce d'acqua dolce stava alla pari con quello di mare. I venditori dovevano pagare ogni anno una tassa di 20 soldi per ciascuna postazione; altro obbligo: tenere una mastella sotto la banca, per raccogliere l'acqua che colava.

mer 29 ago 2012 - Notizia di Borgo San Giuliano - scritto da Delucca Oreste

Quello di San Giuliano è il borgo riminese per eccellenza, il più antico e importante; e proprio per questo fin dall'origine anche il meglio difeso. Infatti risulta dotato di cinta muraria già dall'anno 1177. Nel tempo ha mantenuto un ruolo significativo per la città, sotto l'aspetto economico e militare.

Ma non sempre è stato l'unico borgo presente alla sinistra del Marecchia: per oltre un secolo, fra la metà del Duecento e la metà del Trecento, San Giuliano di borghi ne ha avuti due. Al punto che, per distinguerli, occorreva sempre specificare: "Borgo Vecchio" e "Borgo Nuovo".
l Borgo Nuovo iniziava dopo l'antica porta situata dietro l'abbazia di S. Giuliano e giungeva fino alle Celle (così chiamate perché in quella zona pressoché disabitata esistevano varie celle di monaci eremiti, appartenenti all'ordine dei Crociferi). Il borgo aveva dunque una forma molto allungata ed al centro era attraversato dalla via Emilia. Ai due lati della strada si trovavano semplici capanni o modeste case circondate da orti. Tanto è vero che all'inizio, prima d'essere indicata come borgo, la località era chiamata Ad Metatos, cioè "Ai Capanni". 
l Borgo Nuovo non ha mai avuto un muro difensivo, ma solo un fossato che a sinistra lo separava dall'alveo del fiume e a destra dalla fascia costiera. Sul ciglio interno del fossato correva tutt'attorno uno stradello; e varie stradine partivano a pettine dalla via Emilia raggiungendo il fossato.
Poiché quel territorio apparteneva interamente all'abbazia di San Giuliano, gli affittuari dovevano pagare un canone annuale. Grazie ai registri in pergamena che si sono conservati, è possibile seguire anno dopo anno le vicende e l'evoluzione del Borgo Nuovo. Nel 1248 sono registrati 3 orti e un solo edificio; nel 1251 figurano 17 orti e 6 edifici, che gradualmente si trasformano da capanni per il ricovero dei materiali in vere e proprie abitazioni. Sul finire del Duecento i fabbricati risultano 19. 

mer 26 set 2012 - Notizia di il taccuino della tavola - scritto da Delucca Oreste

 

Da bambino abitavo in un piccolo ghetto a contatto con la campagna. Perciò la vita e il lavoro dei contadini mi erano familiari, facevano parte del mio orizzonte. Lo dico perché i giorni scorsi, tornando a rivivere il rito della vendemmia, si sono ravvivate in me sensazioni forti, sopite nel tempo, ma mai cancellate.

Sono stato a Friano, un poggio situato fra Ospedaletto e Mulazzano. Oggi solamente il nome della strada ci ricorda questa località, che in passato era invece importante: aveva una chiesa dedicata a San Bartolomeo, un gruppo di case, una "tomba" (cioè un palazzo fortificato). La sua posizione, rivolta al sole di mezzogiorno e alta sull'alveo del torrente Marano ne faceva un sito ideale per l'agricoltura e piacevole per il soggiorno. Non a caso il suo nome deriva dal latino "Ferianus", cioè luogo di festa e di vacanza. I frammenti delle anfore di età romana che si rinvengono ancora nei campi ci assicurano che anche le sue terre ospitavano quegli ubertosi vigneti posti a sud di Rimini che gli storici antichi - da Catone a Varrone, da Strabone a Plinio e Columella - decantavano per l'alta produzione di vino.
La coltura della vite non è venuta mai meno e le carte d'archivio medievali sono ricche di notizie riguardanti la presenza - a Friano - delle vigne e dello strumentario per la vinificazione. Ma nel prosieguo di tempo i suoi poderi si sono caratterizzati per una vita piuttosto stentata, fino al marcato declino riscontrato in anni piuttosto recenti, quando l'agricoltura appariva una attività quasi disdicevole e tutta la premura era rivolta al turismo.

 

mer 24 ott 2012 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Delucca Oreste

Lungo le antiche strade consolari romane - come la Flaminia e l'Emilia - le distanze erano scandite dalle PIETRE MILIARI, poste a un chilometro e mezzo l'una dall'altra (il miglio romano infatti era lungo 1.488 metri).
Spesso queste pietre miliari davano il nome al luogo ove sorgevano, a Rimini come altrove. Così, sulla Flaminia, a un miglio dall'Arco d'Augusto, la Colonnella era anche chiamata "il Primo", dal latino ad primum lapidem (e la relativa pietra esiste ancora). La località presso la rotonda dei pompieri era chiamata "il Secondo"; e lì vicino nel Medioevo c'era una chiesetta intitolata a "S. Giacomo del Secondo". 
All'altezza di Miramare si trovava (e si trova tutt'ora) la terza pietra miliare; e quel sito si è chiamato "il Terzo" fino ad anni recenti.
Anche fuori Rimini si conoscono esempi analoghi. Noi non ci facciamo caso, ma luoghi come Quarto Oggiaro, Quinto Vicentino, Sesto S. Giovanni, Settimo Torinese, S. Giovanni in Ottavo, traggono il loro nome dall'essere posizionati a un dato miglio su qualche vecchia strada.
Le pietre miliari romane erano realizzate generalmente in materia locale, avevano forma cilindrica, con un basamento quadrato ricavato di solito nel medesimo blocco. Spesso erano prive di iscrizioni (cioè "anepigrafe"); qualche volta contenevano una scritta celebrativa, come la pietra originariamente posta sulla biforcazione della via Emilia a S. Vito (ed oggi custodita nel Lapidario del Museo di Rimini). L'incisione ricorda il riassetto stradale promosso dall'imperatore Augusto nell'anno secondo avanti Cristo.

mer 24 ott 2012 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Delucca Oreste

Il nostro cimitero compie 200 anni proprio in questi mesi: lo troviamo descritto con dovizia di particolari nei volumi di Nevio Matteini (Rimini negli ultimi due secoli, Santarcangelo 1977).

Il 12 giugno 1804 Napoleone aveva ordinato di inumare le spoglie di tutti i defunti in cimiteri lontani dalle città. Il provvedimento aveva due motivazioni: il destino uguale di fronte alla morte e la tutela della salute pubblica. Il 5 settembre 1806 la validità di questo decreto veniva estesa anche al Regno d'Italia.
A Rimini si iniziava a pensare dove collocare la nuova struttura; dopo varie ipotesi (la Colonnella, le Grazie), nel marzo 1808 la scelta cadeva sull'area delle Celle. Alla fine di un iter abbastanza tormentato, nel 1812 il cimitero era pronto; ma la consacrazione sarebbe slittata alla fine di maggio dell'anno seguente. E il 3 giugno 1813 si registrava la prima inumazione, quella di un bimbo di soli 25 giorni, tale Giuseppe Receputi.
Le nuove disposizioni avevano incontrato una certa contrarietà nella popolazione, abituata a seppellire i propri morti nelle chiese o negli spazi adiacenti, cioè in luoghi vicini alle residenze e alla vita dei famigliari. Si trattava di un costume molto radicato, che non era facile smantellare in breve tempo.

mer 05 dic 2012 - Notizia di Borgo Sant'Andrea - scritto da Delucca Oreste

Nel Medioevo erano molto diffusi i libri di preghiere, chiamati "libri d'ore" giacché contenevano orazioni per le varie ore liturgiche. Ed ogni giorno era previsto il suo santo, con preghiere apposite.
Per questo motivo, il libro d'ore aveva di solito un calendario, con i dodici mesi dell'anno e l'elenco dei rispettivi santi, un po' come avviene nei calendari moderni che fra breve ci verranno offerti nei negozi dove facciamo la spesa.
I libri d'ore più eleganti, accanto al mese avevano anche una figura. E poiché la società medievale era essenzialmente agricola, tale figura richiamava l'attività prevalente svolta in quel mese. Per esempio: a novembre la semina del grano, a giugno la mietitura, a settembre la vendemmia ecc. Il mese di dicembre portava di solito l'uccisione del maiale.
Il maiale era molto importante a quel tempo: le sue carni servivano a correggere gli squilibri di una dieta basata soprattutto sui cereali e quindi ricca di fibre, ma povera di proteine e vitamine. Inoltre era carne che si poteva conservare, trasformata in prosciutti, salami, salsicce, andrugoli. I due fianchi dell'animale, opportunamente posti sotto sale, costituivano i cosiddetti "mezzini", che le famiglie consumavano con tanta parsimonia durante i mesi dell'inverno.
Erano maiali assai diversi da quelli odierni: molto piccoli (raramente superavano i 50 chili), assomigliavano piuttosto ai cinghiali, con cui erano talvolta incrociati, dato che venivano allevati all'aperto e nutriti soprattutto con le ghiande.

mer 16 gen 2013 - Notizia di il taccuino della tavola - scritto da Delucca Oreste

 

Nelle domeniche a cavallo fra novembre e dicembre, è tradizione frequentare le sagre di Sogliano, Talamello, Sant'Agata e Mondaino per acquistare il formaggio di fossa.

Non sempre le informazioni riguardanti la natura e la storia di questo prodotto sono complete o corrette, per cui forse non è male qualche puntualizzazione.
Innanzitutto, le fosse usate per la maturazione del formaggio non sono nate a quello scopo, ma sono tutte fosse da grano, utilizzate nei secoli esclusivamente per custodire il grano. Ne parla già Plinio, insieme ad altri storici di età romana, attestandone la presenza in Cappadocia, in Spagna e in Africa. Gradatamente la loro diffusione si è estesa a tutto il bacino del Mediterraneo.
Scopo dell'infossamento (in genere nell'intervallo fra agosto e fine novembre) era quello di conservare il cereale in ambiente fresco e asciutto, sigillato e quindi privo di ossigeno, pertanto al riparo da parassiti, roditori e uccelli. A tale scopo le fosse venivano scavate in luoghi non soggetti ad infiltrazioni d'acqua, rivestite poi di paglia atta ad assorbire l'umidità prodotta in modo naturale dalla completa maturazione del grano stesso. In età medievale, periodo di frequenti turbolenze, l'infossamento del grano serviva anche a preservarlo dai furti, giacché le bocche delle fosse venivano ricoperte e quindi nascoste alla vista degli eventuali saccheggiatori.

 

mer 16 gen 2013 - Notizia di Borgo San Giovanni - scritto da Delucca Oreste

 

Il borgo San Giovanni è di origine medievale; non esistono testimonianze anteriori e d'altra parte il ritrovamento di tombe romane ai lati della Flaminia tenderebbe ad escludere - in quell'età - la presenza di un nucleo abitato.

Il borgo ha assunto nel tempo varie denominazioni, seguendo sempre il nome della porta, attigua all'arco d'Augusto, che lo collegava alla città: borgo S. Gaudenzo, borgo S. Genesio, borgo S. Bartolomeo; ultimamente borgo S. Giovanni in riferimento alla chiesa di S. Giovanni Battista, chiamata anche "S. Giovanni fuori porta" (per distinguerla dalla chiesa cittadina di S. Giovanni Evangelista, altrimenti detta S. Agostino).
Ha sempre avuto una configurazione molto allungata, comprendente un doppio filo di case affacciate sulla odierna via XX Settembre, cioè l'antica via consolare Flaminia, durante il Medioevo chiamata strada Grande o strada Regale. Nel limite meridionale (cioè verso la Colonnella) esisteva una porta, sostituita intorno al 1509 da un arco eretto in onore di papa Giulio II (distrutto poi nel 1787).
Sotto il profilo difensivo, sul lato monte il borgo era inizialmente protetto da uno steccato o palata; rimpiazzato più tardi da un muro, munito di alcuni torrioni (la base di un torrione è emersa durante i lavori eseguiti nel recinto di palazzo Ghetti); e naturalmente all'esterno correva un fossato, che sfociava nell'Ausa. Viceversa sul lato mare si trovava un semplice terraglio o terrapieno, accompagnato dal fossato.

 

mer 30 gen 2013 - Notizia di Borgo Sant'Andrea - scritto da Delucca Oreste

Nell'Ottocento erano moltissime; praticamente facevano il bucato per tutta Rimini; e alle famiglie del borgo Sant'Andrea garantivano una risorsa importante.
La loro "officina" era il vicino lavatoio, dove lavoravano, cantavano e spesso litigavano. Litigavano fra loro, per il posto ed altre faccende; con il Comune, principalmente per la manutenzione della struttura e la garanzia dell'acqua.
Come risulta dal carteggio dell'Archivio Storico Comunale, nella primavera del 1869 nasce baruffa perché il Comune ha deliberato (evidentemente senza consultarle) di sistemare il lavatoio in un modo che loro non gradiscono (nella sostanza rifiutano il banco in pietra, preferendo usare i loro banchi in legno). Si coalizzano e decidono di avanzare una petizione al Sindaco Pietro Fagnani. Essendo tutte analfabete, si rivolgono a un "letterato" (che, detto fra noi, deve avere fatto qualche assenza mentre a scuola si spiegava la sintassi; e comunque - per restare in tema di bucato - non aveva avuto la possibilità che ebbe invece Alessandro Manzoni, di "sciacquare i panni in Arno").
Il 3 maggio la lettera è pronta. "Illustrissimo Signore, le sottocroce-segnate lavandaie del Borgo Sant'Andrea fanno rispettosa instanza alla Signoria Vostra Illustrissima acciò voglia degnarsi di ordinare a questo Signor Ingegnere Comunale che, nel dare la consegna del lavoro da farsi al fosso ad uso delle medesime, venga soppresso il parapetto di pietra a banchi, il che tornerebbe danoso alle supplicanti, e sia sustituito invece a questo lavoro un fondo di selciato colla sistemazione delle strade d'accesso e nulla più. Se alla Signoria Vostra Illustrissima piacerà accogliere la domanda che si umilia con tutto fervore, appagherà non solo i loro desideri e sarà di molto migliorata la spesa a vantaggio dell'azienda comunale".

mer 13 feb 2013 - Notizia di Borgo San Giuliano - scritto da Delucca Oreste

I Malatesta, come gli altri signori del loro tempo, avevano una forte passione per le bestie selvagge e feroci: le raffiguravano nei loro stemmi; ne facevano oggetto di cacce e tornei; le custodivano in appositi serragli. Naturalmente, alla passione si univa un forte desiderio di ostentazione, la volontà di stupire e di essere al centro delle attenzioni.
Nelle carte malatestiane è documentato l'acquisto di una leonessa, il possesso di cervi e daini, la presenza di un orso e perfino di un elefante.
Sappiamo che nel 1481 Roberto Malatesta intrattenne gli ambasciatori veneziani con giochi e spettacoli nel cosiddetto Orto di S. Cataldo, che esisteva entro il grande cortile del convento Domenicano di Rimini (situato all'incirca dove oggi via Gambalunga incrocia via Roma). Il cronista racconta che "per dar gusto a questi signori fece la caccia al cervo; e un altro giorno quella del leone, nell'orto di San Cataldo, ove era stato menato un ferocissimo toro, il quale con molto impeto e furore l'incontrò con le corna; ma il leone, con agilità levandosi da parte, per uno de' corni l'afferrò e, battendolo e ribattendolo, in breve lo sbranò".
La famiglia Malatesta possedeva a Rimini anche uno spazio chiamato "Orto dei Cervi" oppure "Orto dei Daini", una specie di giardino zoologico medievale. Verso la metà del Trecento, il borgo San Giuliano era stato ampliato costruendo verso il mare una nuova cerchia di mura che si allineava con il muro costruito dall'altra parte del Marecchia, presso la chiesa di San Nicolò, permettendo di tirare la "catena del porto" in modo da impedire la penetrazione nemica da quel lato.

mer 13 mar 2013 - Notizia di Borgo San Giovanni - scritto da Delucca Oreste

I fuochi di marzo sono un retaggio della civiltà contadina e la loro origine è sicuramente lontana nel tempo; quando la fine dell'inverno lasciava spazio alla magia della primavera; quando si bruciavano le potature per propiziare nuovi germogli; quando si facevano voti alle Divinità della terra, perché la natura compisse ancora una volta il miracolo del suo risveglio.
Non a caso gli antichi Romani in questo periodo dell'anno onoravano Pale, la Dea protettrice della terra e del bestiame, con festeggiamenti che si concludevano nell'accensione dei fuochi; e i pastori - così ci racconta il poeta Ovidio - usavano praticare il salto del fuoco.
Con l'avvento del Cristianesimo, la Chiesa, consapevole della difficoltà di estirpare in modo brusco le tradizioni ancestrali dei culti pagani, ha pensato furbescamente di assorbirle nel proprio orizzonte; e così i fuochi in onore di Pale sono diventati i "fuochi di San Giuseppe" e i "fuochi della Madonna", in un misto curioso di pagano e cristiano. Ove il salto del fuoco da parte dei giovani riecheggia l'antico rito iniziatico dell'ingresso nell'età adulta, ancora praticato in alcune tribù; mentre il segno di croce tracciato sulle ultime braci (per impedire al demonio di venire a scaldarsi) è la spia delle superstizioni (o devozioni) popolari nostrane.
Più ingenuo - in età medievale - si è dimostrato il nostro Carlo Malatesta, così avveduto negli affari della politica e della diplomazia, eppure così candido nel suo fervore religioso.

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