AUTORE Bruschi Fabio
Incontro Ermanna Montanari, attrice e regista delle Albe di Ravenna, guida del prossimo Festival. Ermanna è bianca, profonda e vestita di nero, come una contadina vietnamita. Parliamo di colori, i colori del Festival: il rosso Motus dell'anno scorso, le livree degli animali in piazza nel Festival di Chiara Guidi l'anno prima e adesso? Adesso, prima del colore, il disegno - «la cosa importante del disegno è che non sia una gabbia!» -, la forma: sinuosa, profonda, silente come le avvolgenti murene dell'illustratrice Leila Marzocchi, pluridecorata.
Le sedie: Ermanna ha chiesto a ogni teatro italiano una sedia, per stare seduti all'aperto, al Festival del teatro in piazza: «una solidarietà tangibile, utile»; una scarana da veggia, come quelle nei quadri santarcangiolesi dipinti per il Festival da Giuseppe ‘Pino' Boschetti, Giulio Turci e Federico Moroni.
Dice Ermanna: «il genius loci di Santarcangelo è la poesia»; dev'essere un genio femmina, perché quest'anno al Festival c'è Annalisa Teodorani, che a un certo punto della sua vita ha deciso di essere santarcangiolese e dalla lingua del paese che aveva scelto si è fatta poi adottare.
Incontro Rodolfo Sacchettini, la ‘quota azzurra' della trimurti critico-organizzativa alla guida di Santarcangelo (stessa percentuale nel terzetto direttoriale-artistico - il Festival è una realtà avanzata delle ‘politiche di genere', meglio che in Norvegia! dovrebbe chiedere il riconoscimento alla Federazione dei piccoli stati, con Andorra e San Marino). Sacchettini esibisce una smagliante t-shirt giallo vivo, inconsueta per lui che di solito veste in modo un po' penitenziale, da francescano anni '70 - jeans, t-shirt bianca, sandali - pur avendone più o meno trenta: mi dico che non può essere un riferimento ai 'canarini' del Modena F.C., intanto perché lui è di Firenze, e molto (quasi a sottolineare la sua ‘vocazione teatrale' abita in via della Pergola, lo storico teatro fiorentino); poi perché, quanto a foot-ball, non si segnala per particolari atti di fede, anzi: l'anno scorso, dato che la finale in Sudafrica ‘copriva' l'ultima serata del Festival, lui ha organizzato un radiodramma live di dimensioni ciclopiche, "Finale del Mondo", in diretta su Radio3, con Teatro Sotterraneo, allo stadio del Santarcangelo F.C.. Sonia Bettucci, responsabile produzioni, dura dal cuore d'oro, pluridecorata road-manager di rock-star, prova a suggerire: "giallo curry?" - sarà che lei ha ideato il Circo Inferno e le sue cucine etniche - ma decisamente ancora non ci siamo. Risolve Rodolfo: «È un "giallo Majakovskij", da "La blusa gialla", il giallo delle magliette del coro di adolescenti di "Eresia della felicità"».
Credo che la ragazza abbia un piano... ma andiamo con ordine. Silvia Bottiroli è piccolina, scuri capelli ricci, pelle mediterranea, occhiali tondi di montatura spessa, alla Simone Weil; sguardo acceso, intenso, aperto: dimostra meno dei suoi 33 anni e potrebbe scambiarsi la parte con una giovane donna tunisina, una di quelle che abbiamo ammirato per il furore dello sguardo e l'eleganza della postura e che probabilmente verranno al festival (zona Making the Plot/Motus 2011-2068) nei prossimi tre anni, perché adesso tira un'aria nuova, un'Aria Pubblica.
In linea con il nuovo governo Monti, Silvia ha un curriculum "da paura"; idem per i due condirettori, Cristina Ventrucci e Rodolfo Sacchettini. Dal DAMS di Torino Silvia arriva al festival, porta della Romagna Felix, nel 2001 da volontaria semplice; nel 2002/3 fa la badante degli operatori teatrali, già nel 2004/5 è condirettore di Silvio Castiglioni: una carriera veloce e un-Italian, meritata con intelligenza, testardaggine, ambizione, grande capacità di lavoro e vision.
Se incontri Francesco Gabellini tra lóm e scur puoi anche spaventarti: è un omone di centottantasette centimetri per ottantacinque chili di peso, sguardo accigliato e barba ispida, ma è un tenero marito, padre e poeta. Adesso si è messo in testa di fare lavorare assieme attori 'colti' e 'dialettali' al suo nuovo testo, La Féma, atteso debutto a fine febbraio al Teatro Corte di Coriano e un gran lavoro a casa sua, Monte Colombo. «Quando io e Cinzia abbiamo deciso di andare a vivere in campagna» racconta, «non sentivamo la necessità di un luogo ben preciso, quanto piuttosto di un modo di stare. Mi sono sempre sentito di appartenere alla terra, l'ho detto anche nelle mie poesie, più volte. La Romagna, l'idea di Romagna, riesce a rendermi questo senso di appartenenza alla terra. Per chi è nato in riva al mare bastano pochi chilometri per sentirsi "in montagna". Questo è abitare i confini, zone di collina, dove nei giorni di "furiano" si sente l'odore del mare. Le zone di confine, così come il tempo delle transizioni, sono stati di fecondità.» E il dialetto ancora la lingua del tuo teatro... «Mi viene in mente l'amico Tolmino Baldassari, che sempre inveiva contro "i versificatori", contro chi faceva un basso uso del dialetto romagnolo, contro chi lo sentiva come uno strumento per sua natura esclusivamente comico, che proprio nella sua sola e nuda messa in scena trova motivo di divertimento. Lui era agli antipodi, ne faceva un uso altissimo, pur senza snaturarne l'origine, creatrice di senso. Credo che già l'avvenimento della parola dialettale che sale la scala del palcoscenico sia sufficiente a far divertire un pubblico che parla quella lingua indegna di essere rappresentata.
21 febbraio, 'Giornata della lingua madre' ONU per difendere la ricchezza linguistica - una delle tante che la finanza (da finis, fine: porta sfiga già dal nome...) non vede: la fosca previsione è che, entro fine secolo, spariranno metà delle 6000 lingue parlate oggi, comprese «il sardo e una trentina di dialetti italiani, tra cui il siciliano e il napoletano.» E nun, e noi, che siamo tanto più piccoli? Siamo già morti, e non ce ne siamo accorti? Investighiamo! Intanto: fine d'inverno, Riccione, a marzo, teatro-cantinetta intitolato, chissà perché, 'del Mare' (disse Peter Sellars: «Ma come? Non è un teatro e non c'è neanche il mare!»); quattro poeti in scena, con tè, pasticcini bio e contrappunto di 'Musicantieri': è la rassegna di poesia in dialetto Lingua madre, con Miro Gori e altri che dirò. Miro: «Il dialetto romagnolo è sempre meno parlato, soprattutto dalle nuove generazioni, eppure è vivo e presente come lingua poetica anche tra i giovani. Accade, infatti, che alcuni di essi, non essendo dialettofoni, pur se cresciuti in ambienti in cui il vernacolo ha una sua circolazione, si cimentino col dialetto, studiandolo. È ciò che è capitato a me, che pure giovane non sono.» Dunque hai studiato dialetto? E dove? «Ho studiato - come ho scritto in un verso - il dialetto nel bar. Sono proprio i bar di paese e di periferia le ultime accademie vernacolari a resistere contro l'omologazione dilagante: luoghi di vita concreta, reale.» Ragazzi sorprendenti... e le madri? «Il dialetto è la lingua delle madri, degli affetti, come ebbe a dire Pasolini, contrapponendolo all'italiano autoritario dei padri» argomenta Francesco Gabellini e aggiunge, più dappresso: «Oggi le madri più giovani non lo parlano più, ma continuano a inventare idioletti per comunicare con i loro figli. Le madri cantano. E la lingua che continuano a usare, lingua d'amore, incondizionato, naturale, di quell'amore che non sceglie, è anche la stessa lingua della poesia. Allora il dialetto, poiché lingua delle madri, si fa anche lingua madre, proprio perché in grado di concepire il senso più profondo delle cose». Allora: concreto, reale, cose... pare che ci sia un filo! Annalisa Teodorani vi aggiunge la vita: «Lingua madre, per me, è la lingua in cui credo, inconsapevolmente, di aver sentito esprimersi le persone nei miei primi istanti di vita. Credo che per molti di noi sia così con il dialetto, una sorta di imprinting che ti accompagna tutta la vita.»
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