AUTORE Bernucci Annamaria

mer 27 gen 2010 - Notizia di Borgo Sant'Andrea - scritto da Bernucci Annamaria

 

Forse i vecchi riminesi lo ricordano ancora, ma certo i più ci passano e magari ci parcheggiano l’auto sopra senza avere la minima idea della sua esistenza. E’ la galleria che da piazza Cavour si allunga verso piazza Malatesta e la circonvallazione a tre metri di profondità: l’antico Praticabile costruito attorno al 1840 in coincidenza con lavori di ristrutturazione delle vecchie condutture dell’acqua che dalla sorgente di via Condotti (l’attuale via Dario Campana) giungevano alle mura urbane (a ridosso delle quali doveva esistere una ‘piscina’ ossia un serbatoio), per proseguire, attraverso via Poletti, con derivazioni in fistole di piombo, alla fontana “della pigna”, all’abbeveratoio e alle fontanine della pescheria.

Insomma una galleria sotterranea, dalla tipica architettura ipogea, in laterizi e volta a botte, alta un metro e ottanta, ancora agibile per almeno una sessantina di metri. Ma il Praticabile ha anche alimentato dicerie e racconti sinistri. Come quello di un suo collegamento con la miriade di grotte tufacee di Covignano, con un’entrata segreta proprio dalla base della Fontana.

 

mer 24 mar 2010 - Notizia di Borgo San Giovanni - scritto da Bernucci Annamaria

 

Il riminese o il villeggiante che voleva raggiungere dalla città la marina, ancora alla fine dell’'800, aveva due percorsi obbligati: lostradone dei Bagni (ora via Principe Amedeo) che aveva inizio da Borgo Marina; oppure poteva percorrere la strada detta dei Trajche congiungeva Borgo San Giovanni al mare non senza qualche difficoltà e in mezzo ad acquitrini, ristagni, concimazioni ed orti. C’è sempre un sud o un nord che fa la differenza o che demarca la realtà, umana e urbana. A Rimini, l’Ausa, divise lungamente due località distinte: a nord, quella ‘storica’ dello Stabilimento Bagni dove si radunava l’eccellenza aristocratica e borghese dedita alle villeggiature marine, con lo scenario di eleganti dimore e strutture tra le più moderne; a sud, la vasta area dei Traj, attraversata dalla strada omonima che si congiungeva alla litoranea all’altezza dell’odierno Park Hotel, costituita da vaste aree scoperte. I Traj erano stati lungamente una zona off limits, confinante con la via degli Orti (via Lagomaggio), costellata di capanne di ortolani, dune, terreni incolti. La spiaggia corrispondente, per quanto frequentata da arditi bagnanti o da villeggianti di più modeste ambizioni, pagava un po’ lo scotto della presenza dell’Ospizio Matteucci, benemerito istituto per i bambini scrofolosi, che dal 1870 con moderne terapie si prendeva cura di soggetti colpiti dalla adenite tubercolare, la scrofola, malanno sul quale, pare, aleggiasse la leggenda del ‘tocco reale’ cioè il taumaturgico intervento dei sovrani (in ispecie francesi e inglesi) in grado di ‘guarire’ i malcapitati.

 

mer 24 mar 2010 - Notizia di Borgo San Giovanni - scritto da Bernucci Annamaria

Il riminese o il villeggiante che voleva raggiungere dalla città la marina, ancora alla fine dell’'800, aveva due percorsi obbligati: lostradone dei Bagni (ora via Principe Amedeo) che aveva inizio da Borgo Marina; oppure poteva percorrere la strada detta dei Trajche congiungeva Borgo San Giovanni al mare non senza qualche difficoltà e in mezzo ad acquitrini, ristagni, concimazioni ed orti.

C’è sempre un sud o un nord che fa la differenza o che demarca la realtà, umana e urbana. A Rimini, l’Ausa, divise lungamente due località distinte: a nord, quella ‘storica’ dello Stabilimento Bagni dove si radunava l’eccellenza aristocratica e borghese dedita alle villeggiature marine, con lo scenario di eleganti dimore e strutture tra le più moderne; a sud, la vasta area dei Traj, attraversata dalla strada omonima che si congiungeva alla litoranea all’altezza dell’odierno Park Hotel, costituita da vaste aree scoperte. I Traj erano stati lungamente una zona off limits, confinante con la via degli Orti (via Lagomaggio), costellata di capanne di ortolani, dune, terreni incolti. La spiaggia corrispondente, per quanto frequentata da arditi bagnanti o da villeggianti di più modeste ambizioni, pagava un po’ lo scotto della presenza dell’Ospizio Matteucci, benemerito istituto per i bambini scrofolosi, che dal 1870 con moderne terapie si prendeva cura di soggetti colpiti dalla adenite tubercolare, la scrofola, malanno sul quale, pare, aleggiasse la leggenda del ‘tocco reale’ cioè il taumaturgico intervento dei sovrani (in ispecie francesi e inglesi) in grado di ‘guarire’ i malcapitati.

mer 21 apr 2010 - Notizia di Santarcangelo - scritto da Bernucci Annamaria

Al Musas, il Museo Storico e Archeologico di Santarcangelo, si può osservare un dipinto su tavola del ravennate Luca Longhi. Si tratta di una Madonna con bambino e i santi Giorgio e Francesco (1531). A destra di chi guarda, è raffigurato nella sua armatura un piccolo orante inginocchiato: è Antonello Zampeschi cui si deve l'erezione di una preziosa cappella all'inizio del ‘500. La celletta Zampeschi fu costruita su uno dei percorsi matrice dell'antico borgo di Santarcangelo sul colle Giove.
La Chiesa aveva infeudato Santarcangelo (1530-34) agli Zampeschi, signori di Forlimpopoli. Giunsero con il cognome Armuzzi cambiato poi volgarmente in Zampeschi per un difetto a una gamba. La cella rimase aperta al culto sino alla vigilia della guerra (1940). 
Negli anni '70 la cappella era ridotta ad un cumulo di macerie, poiché i bombardamenti avevano distrutto il tetto e l'incuria e gli agenti atmosferici avevano fatto il resto. Oggi è sotto gli occhi di tutti come esempio di recupero architettonico e di nuova destinazione d'uso. E' infatti sede della stessa Società Operaia di Mutuo Soccorso che l'ha salvata dalla rovina, ma anche contenitore per manifestazioni (conferenze, concerti, mostre) mentre ospita la biblioteca e gli archivi della stessa Società. 

mer 19 mag 2010 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Bernucci Annamaria

I cantieri Gentili erano ubicati sulla sponda destra del porto, nei terreni oggi compresi tra viale Ramusio e l'area dell'attuale piazzale Boscovich angolo via Colombo: ci sono campi da tennis e locali da ballo di tendenza negli spazi in affaccio alla litoranea dove un tempo c'erano gli staggi, la spiaggia e le dune. Nel 1878 era stato progettato il villino Gentili su un'area di 2400 metri concessa dalla Giunta municipale "all'angolo della vecchia piazza d'armi dalla parte del Faro" come ben documenta Giovanni Rimondini (Villa Solinas, 1998) e come appare nell'Album dei Bagni del fotografo Vincenzo Contessi. Accadde un anno prima della morte dell'ingegnere comunale Gaetano Urbani, stratega e progettista della prima forma della città di marina.

mer 16 giu 2010 - Notizia di Borgo Sant'Andrea - scritto da Bernucci Annamaria

Il disegno de L'acquedotto fuori di città si deve alla matita e all'acuta osservazione di Severino Bonora (1801-1866) ed è tratta da uno degli album redatti dal bolognese, il n.18, Disegni di Bologna e Rimini, 1837, in occasione di uno dei numerosi viaggi che intraprese tra il 1825 e il 1862, lasciando un ritratto spesso inedito di scorci monumentali delle città visitate in Italia e in Europa.
Se ne contano quattro di sfioratoj, come si evince dalla pianta di Serafino Calindri (1762-1778) per la Parrocchia di S Andrea del Gatto (mappa 42). Agli occhi dei viandanti e dei viaggiatori che entravano in città dal ‘forese' la strada doveva apparire spettacolarmente suggestiva.

mer 30 giu 2010 - Notizia di Centro Storico - scritto da Bernucci Annamaria

Sono le cantine del settecentesco ex Collegio dei Gesuiti, dall'epoca napoleonica fino al 1977 ospedale della città e dal ‘90 sede del Museo della Città, a ospitare la nuova Ala archeologica. Lo scenario è suggestivo, caratterizzato in gran parte dalla copertura a volte degli antichi sotterranei. Qui si snoda un percorso complesso e denso di reperti sulla storia di Rimini che consentirà di osservare, attraverso le tracce lasciate dai suoi abitanti, l'evoluzione nel territorio riminese dalla Preistoria alla fine del periodo Tardoantico. 
Circa 2.000 sono i metri quadri complessivi di superficie, oltre quaranta le sale espositive.
Il visitatore può vedere la Rimini delle origini con i preziosi ripostigli dell'età del bronzo, depositi di oggetti appartenuti a commercianti-fonditori, i corredi delle necropoli villanoviane e gli oggetti legati alle diverse genti che ebbero frequentazioni con l'approdo riminese. Rappresentato il momento della fondazione di Rimini nel più ampio prospetto della centuriazione della regione e dell'apertura delle strade consolari: esposti esemplari di aes grave e dei pocola deorum. Ma è la città repubblicana e imperiale ad avere un ruolo egemone. Materiali tra il III e I sec.a.C., reperti provenienti dalle necropoli, dalle tracce del nuovo impianto urbanistico e infrastrutturale, dagli edifici templari. Rimini, come sottolinea il soprintendente Luigi Malnati, è la prima città colonia che i romani portano al di là degli Appennini, capitale degli stanziamenti a nord. 

mer 14 lug 2010 - Notizia di Borgo San Giovanni - scritto da Bernucci Annamaria

Palazzo Ghetti in borgo S.Giovanni dopo il recente restauro e la nuova destinazione d'uso non ha praticamente più segreti (storici, costruttivi, strutturali). A completare però la sua esplorazione è intervenuta la Soprintendenza ai Beni Archeologici dell'Emilia Romagna che sotto la direzione di Maria Grazia Maioli ha permesso di aggiungere ulteriori tasselli conoscitivi durante le fasi di ristrutturazione dell'immobile (2005-2008) con un cantiere archeologico nell'area cortilizia all'interno del fabbricato. Edificio dalla facciata elegante, è dotato di grandi vani e di disponibilità di spazi (come la corte quadrilatera provvista di una 'prospettiva a cannocchiale' con il porticato e il colonnato in mattoni a vista di sicura scenografica suggestione) espressione della raggiunta stabilità economica e del prestigio della famiglia committente, una famiglia della nuova borghesia affermatasi alla metà dell'800. Progettato nel gusto ancora neoclassico dall'architetto Giovanni Benedettini, formato alla scuola di Luigi Poletti, il palazzo era destinato a fabbrica zolfanelli fosforici con relativa segheria a vapore del cav. Nicola Ghetti e impiegava ben trecento dipendenti.

mer 28 lug 2010 - Notizia di cultura - scritto da Bernucci Annamaria

 

Basta scorrere gli appellativi per rendersi subito conto che si tratta di una categoria speciale: Menelik, Basamadòn, Vulpèn, Baganlon, Ciandrèc e via andare. Una caratteristica fisica, un tic, un comportamento particolare era pretesto per un nome che sarebbe rimasto nel tempo. Sono i bagnini e da quei soprannomi popolari, poi identificativi di una famiglia per generazioni a seguire, viene fuori una vita dedita al mare e alla spiaggia.

Tutto ha inizio quando dalla seconda metà dell '800 prende avvio la pratica della balneoterapia a fini salutistici e frotte di aristocratici di mezza Europa furono calamitati verso le spiagge più alla moda; la frontiera territoriale è la spiaggia, sdoganata, come si direbbe oggi, dall'essere luogo secolarmente insicuro e di passaggio per trasformarsi in luogo ameno, di piacere e di svago quando anche i raggi del sole (l'elioterapia) divennero per la scienza medica curativi. Il mestiere del bagnino nasce allora.

 

mer 08 set 2010 - Notizia di Santarcangelo - scritto da Bernucci Annamaria

 

Poggiano, a un tiro di schioppo da Poggio Berni, ma da esso distinto come toponimo e località, è stato sin dal Trecento residenza di caccia e di campagna dei Malatesti nel contado riminese, nonché luogo strategico per le mire espansionistiche della nascente signoria malatestiana.

Nei primi tre decenni del ‘400 il palazzo fortificato di Poggiano e le terre annesse appartenevano ad Isabetta Malatesti Polenta: il sito era importante anche per la presenza di un mulino e di una gualchiera, vale a dire di un macchinario ‘pre-industriale’ per la manifattura dei panni, termine col quale spesso si indicava l’intero complesso edificato. Era perciò luogo che concentrava risorse economiche per gli abitanti di Poggiano e perciò dominio e bene dotale appetito nelle divisioni ereditarie delle dinastie locali che nei secoli si sono succedute nella proprietà. Qualche nome? Malatesti, Bentivogli, Montefeltro, Nardini, Della Rovere, Doria, Gonzaga, Medici, sino ad arrivare ai secoli recenti (XIX e XX) con Bonsi, Paverani, Tosi, Sapigni, Brunelli-Carlini. La dimora malatestiana fu lungamente identificata per tutto il corso del XIX. secolo col nome della famiglia Tosi, notabile famiglia locale (di Scorticata, l’attuale Torriana) proprietaria dell’immobile.

 

mer 22 set 2010 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Bernucci Annamaria

 

Nel 1913 la Società Anonima Cooperativa, forte di una convenzione stipulata con il Comune nel 1907, diede avvio ad un esteso piano di lottizzazione e edificazione nel sobborgo di marina.

Suo scopo era sì la costruzione di abitazioni di tipo economico secondo principi di filantropia ed elevazione sociale e di migliorie igieniche e sanitarie, ma soprattutto proseguire nella costruzione di villini al lido. La Società acquistò i terreni denominati Soulier nell’area compresa tra il viale dei Bagni (viale Principe Amedeo) e il porto canale, periodicamente soggetto alle esondazioni del porto nei periodi delle piene, e perciò considerate insalubri e a rischio costante, come si evince dai dati forniti dalle inchieste succedutesi a partire da quella realizzata nel 1887 dall’avvocato Costantino Bonini, intitolata Le case operaie e l’igiene pubblica. In realtà si era inteso dare completamento al piano di sviluppo della marina, secondo i principi di una coerente crescita dell’area residenziale.

 

mer 06 ott 2010 - Notizia di Centro Storico - scritto da Bernucci Annamaria

Tutta l'area compresa tra il torrente Ausa e la fossa Patara che con il suo andamento sinuoso confinava con l'urbs, e con i suoi monumenti civici e religiosi, prese il nome di rione ‘pataro'. In ragione dell'eresia ‘caduta addosso' ai suoi abitanti (per lo più mendicanti e altra povera gente) con la Bolla di Innocenzo IV nel 1254. 
Per lungo tempo nella memoria popolare quei Bastioni indicavano un luogo negletto, di pratiche e di sudiciume lasciati da gente di passaggio, rifugio temporaneo per sbandati e soldataglie tra le mura e i resti dell'anfiteatro, che, ricordiamolo, fu anche lazzaretto tra ‘400 e ‘500.
La qualità e la densità demografica del rione verso i Bastioni non migliora nemmeno con la presenza di un'importante ‘presidio' religioso come quello della chiesa e del convento dei Padri Canonici Lateranensi che nel 1464 (e sino alle soppressioni napoleoniche) presero il posto delle suore abbadesse, probabilmente benedettine che avevano abbracciato la regola francescana, e che in quell'area si erano insediate dal XII secolo. La chiesa, sin dall'origine dedicata a San Marino, oggi è più conosciuta come Santa Rita. Nel 1556 venne aperta la cosiddetta Strada Nuova, che arrivava in faccia alla chiesa lateranense, prolungata nel 1920 per consentire il collegamento con i Bastioni con conseguente abbattimento di tre cappelle laterali. Nel 1862 venne costruita la grande caserma Castelfidardo: l'edificio aveva il fronte principale sulla Strada Nuova. Ma la frequentazione della zona e dei Bastioni non era certo migliorata.

gio 04 nov 2010 - Notizia di Borgo San Giuliano - scritto da Bernucci Annamaria

Si data al 1930, in pieno regime, un piano di intervento firmato dall'Ufficio Tecnico Comunale, e più che un risanamento sembrò prendere subito i connotati di una vera demolizione del borgo per salvaguardare l'immagine della marina e del turismo balneare. Il borgo si trovò compreso in quella forbice di strade che lo circoscrisse e condizionò: già verso la metà degli anni '30 grazie all'affermazione dell'Istituto case popolari che godeva di contributi economici governativi si avviò infatti la costruzione di edifici in via Matteotti e in via dei Mille, rinnovate arterie e nuova carta d'ingresso della città per chi proviene da nord. Ma per superare la crisi delle abitazioni è la stessa Società Anonima Case Popolari ad intervenire, predisponendo il piano regolatore del nuovo quartiere che prese il nome di Marecchia; lo fece spezzando quella unitarietà del tessuto sociale, secolarmente consolidato del vecchio e popolarissimo borgo, sovversivo e pericoloso, e soprattutto potenziale mina per il regime.

mer 17 nov 2010 - Notizia di Borgo Sant'Andrea - scritto da Bernucci Annamaria

Già dal XVIII secolo accanto alla Fontana della Pigna era stato collocato un grande vascone in pietra. Le necessità quotidiane per gli usi più diversificati dell'acqua avevano visto a dire il vero nella piazza già altre vasche e abbeveratoi nel corso dei secoli. Ne esisteva una detta il fontanone, dal capace bacino rotondo all'angolo del cosiddetto "cantone degli Ebrei" (oggi sarebbe al centro della via Poletti) decorato da un bel puttino bronzeo: tale fontanone serviva per abbeverare le bestie e i cavalli e fu poi demolito nel 1824. Invece, il vascone dei cavalli accanto alla fontana della Pigna si può ancora ammirare, con tanto di canaletta di scolo, nella bella foto di Dante Montanari (1881-1942 ca) realizzata negli anni '10 del ‘900. 
Più di uno studioso ha però ironizzato sulla sua nuova ubicazione. Infatti, il vascone fa bella mostra da svariati decenni a Santarcangelo in via della Costa, all'inizio della scalinata, e figura pittorescamente come una nobile fontana affiancata da due colonne, con ogni probabilità provenienti dal distrutto chiostro francescano del Tempio Malatestiano. Parafrasando il letterario caso de La secchia rapita, in più di una occasione si è ventilata l'ipotesi di una contesa anche scherzosa tra i comuni protagonisti della vicenda che hanno visto il trasferimento (o "rapimento"?) del vascone da Rimini al paese dell'entroterra.

mer 15 dic 2010 - Notizia di Centro Storico - scritto da Bernucci Annamaria

 

Percorrendo via Gambalunga, a poche decine di metri dall'incrocio con il viale della stazione, è facile osservare sulla destra un edificio interamente rivestito di mattoncini a vista, che possiede dei vistosi pilastrini, bianchi e grigi, lungo la sua recinzione, sormontati da elementi cubici particolari e una superstite cancellata. Si tratta della prima villa progettata dall'ingegnere Addo Cupi nel 1911 in forme e stile liberty.
Per quanto non esistano allo stato attuale documentazioni e disegni, l'attribuzione a Cupi è consolidata da molti elementi, a partire dalle caratteristiche stilistiche comuni ad altri edifici da lui progettati al Lido di Venezia e a Rimini.

La facciata della villa è adornata da un bassorilievo (o meglio, uno schiacciato) con due fanciulle vestite da un peplo panneggiato in sottilissime pieghe, la testa reclinata sulla lettura, opposte alla scritta centrale che emerge da uno sfondo di piastrelle ceramiche azzurre e che dice augurialmente: "Salute e cortesia a l'ospite gradito in Casariosa".

 

mer 26 gen 2011 - Notizia di cultura - scritto da Bernucci Annamaria

Nel cuore di Miramare, in viale Oliveti, agli inizi degli anni '50 l'artista faentino Luigi Santi creò un laboratorio ceramico che per quasi un decennio ebbe una intensa produzione e una notevole risonanza in ambito riminese e romagnolo. L'opificio oggi non esiste più, ma sono ancora molti ad averne memoria. Fu la passione per l'arte ceramica, coniugata ad una certa dote imprenditoriale, a spingere Santi ad una sfida coraggiosa: quella di produrre e commercializzare in riviera ceramiche artistiche. Luigi Santi era nato a Faenza nel 1907 e si era formato al celebre Istituto Ballardini, allievo di Domenico Rambelli. Anzi con lo scultore ebbe un rapporto fatto di collaborazione e di buon discepolato, partecipando tra l'altro alla realizzazione del Monumento ai Caduti (1920) del maestro a Viareggio.
L'attività ceramica del Laboratorio di Miramare, col nome di "Ceramica riminese" prese avvio nel giugno 1952. I primi prodotti, dapprima terrecotte non invetriate, poi smaltate, brillanti di colori e di forme recanti il segno distintivo della creatività del Santi, uscivano numerosi dagli impianti per la cottura. La produzione con gli anni assumerà caratteri quasi industriali. Tra i committenti la ditta Fabbri, nata nel 1905, per il celeberrimo contenitore dello sciroppo alle amarene di Vignola, tipica ceramica faentina decorata in blu e bianco, ispirata agli antichi recipienti da farmacia. 

mer 23 feb 2011 - Notizia di Centro Storico - scritto da Bernucci Annamaria

 

Il popolo lo chiamava "e' bar di sgnur", il bar dei signori. Per oltre un secolo, fino al trasferimento del 2009 nel Borgo San Giuliano, il Caffé Vecchi ha "dato il tono" a Piazza Cavour. Arredi rigorosamente liberty, decori e boiserie in linea con la moda primonovecenesca. Una réclame nel 1909 recitava ‘Pasticceria confetteria del Commercio ditta Fratelli Vecchi'.

Dolci e raffinate pasticcerie e una segreta quanto prelibata ricetta per la piada dei morti, dolce a base di sava, noci e uvette, prodotto in occasione delle festività di novembre, avevano reso rinomato il locale sin dalla sua nascita. L'arte pasticcera era dovuta a Bruno Vecchi e ai suoi fratelli coadiuvati da Ciro Brunori; ressero l'esercizio sino alla metà degli anni '50. Nella gestione della pasticceria compare anche il nome di Giacomo Tamoni, come si evince dall'elenco delle attività commerciali del 1929 (Guida Storico commerciale industriale di E. Camuncoli e G. Ricciotti, 1929). 
La borghesia agiata della città, i nuovi ceti emergenti che i commerci avevano dotato di nuova ricchezza, erano gli avventori privilegiati. Le autovetture, ancora rarissime negli anni ‘10 e '20, parcheggiate davanti alle sue vetrine quando erano ancora le carrozzelle da passeggio a dominare il paesaggio urbano, fanno spiccare questo locale già celebre per gli incontri, le transazioni, le conversazioni e lo svago.

 

mer 23 mar 2011 - Notizia di Borgo San Giuliano - scritto da Bernucci Annamaria

Una storia di mare, di fiumane e di salvataggi miracolosi sta dietro alla venerabile immagine della Madonna della Scala e dell'omonima chiesa che sull'argine sinistro del Marecchia si erge ancora nella sua sobria veste architettonica di origine settecentesca. Tutto iniziò il 2 luglio 1610 quando uno sventurato giovane fu inghiottito col suo cavallo dal fiume in piena, e affidando le sue preghiere e il suo sguardo alla piccola madonna dipinta sul muro del torrione d'angolo che delimitava dai tempi di Pandolfo Malatesti e di suo figlio Galeotto l'ingresso del porto, fu salvato.
Il prodigio innescò una devozione popolare tra gli abitanti del borgo S.Giuliano e del porto. 
Grazie alle offerte sorse una piccola cappella che accolse l'affresco miracoloso, staccato dal muro del torrione e posto sopra l'altare della celletta, per iniziativa del ‘paron' di barca Giovanni Anzi e del padre Gregorio Affini priore della chiesa di S.Giuliano. La chiesa era stata finanziata proprio "dalla marinarezza e da poveri habitatori del Borgo, capo de' quali era stato sempre Giovanni Zangi pescatore e patron di barca..". Già dal 1611 si propose l'ampliamento dell'oratorio ma si dovette attendere il 1718 anche a seguito di crolli e guasti causati dai continui straripamenti del fiume per veder realizzata la prima riedificazione della chiesa, ingrandita nella struttura e nella pianta. La chiesa entrò a far parte del patrimonio delle soppressioni napoleoniche del 1797 e passò alla nobile famiglia Martinelli che ne garantì tuttavia l'apertura al culto.

mer 20 apr 2011 - Notizia di Borgo San Giovanni - scritto da Bernucci Annamaria

I Carmelitani erano in fibrillante attività in quegli anni a Rimini anche in ragione di una proficua parentela: Ottavio Corsini fu presidente di Romagna dell'ordine dal 1626 al 1636 ed era parente dello stesso Andrea Corsini santificato nel 1629. Ma sono le traversie e gli intrecci di una vicenda sentimentale ed umana particolare ad avere un ruolo sostanziale nella commissione del quadro e nella sua realizzazione. Guido Cagnacci, il pittore dai natali santarcangiolesi, è da tempo legato ai carmelitani, già dal 1628 per scampare a guai giudiziari si mette sotto la protezione della chiesa di S.Giovanni Battista: del resto con le nuove figure di santi appena entrati nella devozione popolare non sarebbero mancati spunti per la sua pittura così densa di emozione mistica e di grande forza naturalistica. Dietro alla storia del quadro si insinua una vicenda che ha tratti romanzeschi, specchio di costumi castigati e di una società fortemente divisa in censi. Guido Cagnacci, come ha raccontato e approfondito con sensibile ampiezza in più di un'occasione Pier Giorgio Pasini, era stato bandito dalla città per la sua relazione con la nobildonna Teodora Stivivi vedova del conte Battaglini; il progetto di matrimonio con il pittore naufragò per l'intervento delle famiglie, in particolar modo della ricchissima famiglia Battaglini. Il fattaccio si consumò nel 1628 ed ebbe anche un finale a tinte fosche; i due amanti sottoscrissero un impegno privato di matrimonio alla presenza di testimoni con l'intento di fuggire, lei si nascose nel borgo S.Giovanni, travestita da uomo presso la casa di mastro Giovanni Padovano, un artigiano che faceva il carraro e il marangone, ma grazie alla delazione del padre del pittore Cagnacci fu arrestata.

gio 19 mag 2011 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Bernucci Annamaria

Se i riminesi e i turisti (assieme agli irriducibili pescatori di paganelli e agli irriducibili romantici) per raggiungere la storica ‘palata' avranno prossimamente una passerella di legno e ferro, con tanto di lampioncini, posizionata sugli scogli lato spiaggia, in nome della sicurezza e del ruolo ‘commerciale' del porto riminese, gli amanti della scultura potranno ammirare accanto al faro (guardiano) la monumentale statua in bronzo che lo scultore Umberto Corsucci, da un'idea di Giancarlo Cevoli, ha collocato tra i massi frangiflutti in cima alla palata. E che soprattutto definisce sia da terra che dal mare un nuovo elemento descrittivo del nostro molo divenendo un nuovo eccentrico ‘punto cospicuo' dei portolani. 

L'8 maggio è stata inaugurata alla presenza del sindaco, dell'ammiraglio Aleardo M. Cingolani, del parroco di S.Giuseppe al porto Mario Vannini, della delegazione della Cooperativa Lavoratori del Mare e della vedova di Renato Pecci morto in mare nel novembre scorso, il Monumento alla Sposa del pescatore di Umberto Corsucci. L'opera è stata sponsorizzata dalla Banca Malatestiana "per ricordare le donne che sulle banchine del porto aspettavano i loro uomini dal lavoro e dal mare per non dimenticare quelli che non sono tornati" come recita la targa posta accanto al monumento.

mer 29 giu 2011 - Notizia di Borgo San Giovanni - scritto da Bernucci Annamaria

L'unica traccia che resta è nella toponomastica: via S.Gregorio. L'incrocio con via XX Settembre era il luogo dove sorgeva. La sua decadenza, come sottolinea Pier Giorgio Pasini, era già avviata con l'arrivo nel borgo dei Carmelitani, che presero possesso della chiesa di S.Giovanni Battista e delle case annesse, entrate a far parte del patrimonio e adattate a convento.
Pietro Santi (1737-1812), artista e incisore, intenditore d'arte e professore di disegno, architettura e ornato nel locale Ginnasio è tra le personalità più illuminate quanto trascurate del ‘700 riminese. Alla sua matita estrosa si deve una rara documentazione e traccia iconografica di S.Gregorio, ripresa dallo stesso Luigi Tonini: si tratta di tre disegni a penna e acquerello, conservati in Biblioteca Gambalunga, Gabinetto delle stampe e disegni, incollati su un unico foglio e la didascalia manoscritta così recita: Veduta dalla parte di levante dell'antico tempio cristiano posto fuori Porta Romana, collocato a mano sinistra in un podere. Corrono molte opinioni intorno a questo tempio, si dice che fosse l'antica cattedrale, altri il fonte battesimale ed altri un'antica parrocchia. Segue in successione un secondo disegno con la pianta e lo spaccato della antica S.Gregorio con dettagli dei capitelli e delle basi di colonna e un terzo schizzo con i particolari dei mosaici di cui l'interno era sicuramente decorato, con riferimento al tema del Buon Pastore. La dedicazione probabilmente è a S.Gregorio Magno e ricordava, considerando il tempo di edificazione, il mausoleo di Galla Placidia a Ravenna, per la tipologia e la pianta a croce greca.

mer 13 lug 2011 - Notizia di Centro Storico - scritto da Bernucci Annamaria

 

Prima del furioso bombardamento del marzo 1944, chi percorreva la via Patara (ora via IV Novembre) in direzione della stazione ferroviaria, ammirava sulla sinistra lo scenografico complesso dell'Oratorio di S.Girolamo.

L'insieme doveva produrre un bell'effetto visivo, con i due propilei (cioè le due cappelle laterali) ancora superstiti, e al centro una struttura divisoria, chiamata dallo storico Luigi Tonini "una graziosa barriera". In fondo, in posizione centrale "a giusto spazzo ammattonato ed elegante" si ergeva l'Oratorio Maggiore di S.Girolamo. Il quale, continua ancora il Tonini "tutto che ne resti grezza ancora e disadorna la fronte, accoglie poi nell'interno per dipinti, per intagli, e per oro quanto meglio importi a renderlo splendidissimo".
Eretto dalla omonima Congregazione tra il 1626 ei 1638 su disegno del confratello Francesco Beldrati, costituiva, un eminente monumento per fede e per patrimonio artistico. Fu poi trasformato e ridisegnato dall'architetto bolognese Gaetano Stegani nel 1782 nelle forme che ancora in parte sopravvivono (le cappelle laterali.
La storia della Congregazione riminese affonda a tempi remoti. Il pio sodalizio fu istituito infatti nel 1442; il culto del santo istriano era molto vivo a Rimini e legato alla famiglia Malatesta. 
La Congregazione è tuttora attiva e promuove iniziative culturali. S.Girolamo, dottore della chiesa è riconosciuto come il primo traduttore dal greco e dall'ebraico dei sacri testi in latino. Il sito dove venne eretta la chiesa di S.Girolamo era esattamente dove sorgeva nel XIII secolo la chiesa di S.Giovanni degli Armeni, acquisita nel 1442 dalla Confraternita di S.Girolamo. Una confraternita potente dunque, con ricche dotazioni e ancor più ricche frequentazioni, dedita all'assistenza e alle elemosine.

 

mer 27 lug 2011 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Bernucci Annamaria

"A rendere vieppiù grato il soggiorno su questa amena spiaggia si aggiunge la rigogliosa vegetazione delle numerose e varie piante disposte con vaghi disegni, le quali circondano da ogni parte lo Stabilimento, che massime nelle sere di maggior concorso presentasi bello e incantevole per le molteplici fiaccole a gas, e ad illuminazione elettrica che sfarzosamente illuminano i piazzali, le sale, la piattaforma e il grande viale che unisce la città al mare". Così si legge nella Guida storica artistica di Rimini di Luigi e Carlo Tonini del 1909 a proposito dei giardini ornamentali prospicienti l'area che la società S.M.A.R.A. avrà in gestione per venti anni (dal 1908) nel prestigioso cuore della Rimini balneare, con il neonato Grand Hotel dell'architetto Somazzi nel luogo della demolita Capanna Svizzera e l'imponente Kursaal con le sue 250 stanze, i saloni affrescati e le terrazze ‘babilonesi' ad esercitare il suo fascinoso richiamo. 
Le trasformazioni del parco sono state numerose e subordinate ai vari piani di intervento sulla fascia litoranea. Nel 1930 l'area prospiciente il piazzale a mare davanti al Kursaal era decorata con aiuole fiorite, quello verso la città, contenuto tra le palazzine Roma e Milano e la fontana dei cavalli, divenuto subito il salotto buono per le manifestazioni e la mondanità, si amplia e arricchisce di verde ornamentale.
Dopo la guerra si dovette metter mano a profondi cambiamenti su tutta l'area.

mer 10 ago 2011 - Notizia di Borgo San Giuliano - scritto da Bernucci Annamaria

Nella composta architettura cinquecentesca della chiesa di San Giuliano sono conservati i resti del santo martire venerato dal X secolo nella città; vicende, martirio e leggende si sono intrecciate e le narrazioni hanno una declinazione tutta riminese. La racconta anche Pier Giorgio Pasini, che pone l'accento sul contesto storico della Rimini medievale in cui avvenne il ritrovamento dell'arca contenente il corpo del santo, giovane istriano del III secolo, processato dal console Marziano, al cospetto della cristianissima madre Asclepiodora, durante la prima feroce persecuzione di Decio, in Cilicia (Turchia). Il martirio è noto: il corpo gettato in mare in un sacco con serpi e sabbia arrivò con le correnti marine sulle coste del Proconneso dove fu sepolto in un grande sarcofago marmoreo posto a picco su una scogliera; la quale nel X sec. franò rovinosamente in mare. Sospinta da angeli ceroferari l'arca approdò sulla spiaggia adriatica. Fu ‘intrasportabile' verso la cattedrale riminese, sede vescovile e simbolo del potere diocesano, né si aprì, ma fu accolta e riparata sotto il portico della chiesa e convento benedettini dei santi Pietro e Paolo, nel borgo a ridosso del ponte di Tiberio (la chiesa prese poi il nome di San Giuliano dal XIII sec.). Contrasti di potere alla origine della venerabile collocazione? I più fidati benedettini ebbero la meglio: l'arca fu aperta e ispezionata, sotto la custodia dell'Abate Lupicino, il corpo posto poi in un urna dorata. 

mer 28 set 2011 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Bernucci Annamaria

La chiesa di San Nicolò appare ora come uno spartitraffico alla biforcazione delle direttrici che vanno alla stazione e al Corso Giovanni XXIII. La chiesa attuale, consacrata il 10 Aprile 1955, è stata ricostruita nel dopoguerra, con diverso orientamento rispetto all'originale, la facciata a capanna e un porticato sottostante alla cantoria, sul terreno dell'antico complesso parrocchiale andato distrutto durante l'ultimo conflitto. Gli unici reperti rimasti intatti dell'edificio ridisegnato nel 1863 dall'architetto Filippo Morolli, sono il campanile e la Cappella Maggiore dell'antica chiesa dei Padri Celestini, presenti nel territorio dal 1338 al 1797, anno delle soppressioni napoleoniche. La Parrocchia di S. Nicolò al Porto è istituita il 29 Agosto 1797, con giurisdizione su tutto il territorio a mare: sinistra e destra del porto fino all'Ausa, cioè su tutto Borgo Marina. All'interno vi è l'antica Cappella Maggiore della chiesa dei Padri Celestini, oggi denominata Sala Celestina. Nella volta a crociera sono ancora visibili affreschi trecenteschi di scuola riminese raffiguranti episodi afferenti alla Creazione. Da otto secoli una prestigiosa Reliquia di San Nicola, consistente nell'omero sinistro, è custodita in questa chiesa ed esposta alla venerazione dei fedeli il 6 dicembre, festa del santo. Questa presenza nella città rappresenta un ponte straordinario con l'Oriente cristiano e il mondo slavo ortodosso. 
I bombardamenti della seconda guerra mondiale che distrussero la chiesa il 26 e 27 novembre 1944, demolirono anche le decorazioni, pur più modeste, di quello che è considerato l'ultimo frescante operante in Romagna, Fortunato Teodorani (1888-1960). 
Solo due anni prima, il 23 luglio1942, la chiesa era stata riaperta al culto alla presenza solenne del Vescovo Scozzoli per celebrare i lavori di consolidamento del fabbricato e la nuova cupola affrescata dal Teodorani. Essa rappresentava La gloria di San Nicolò con un potente effetto di sotto in su e una porzione di paesaggio marino con le vele al terzo all'orizzonte.

mer 12 ott 2011 - Notizia di Borgo Sant'Andrea - scritto da Bernucci Annamaria

Enrico Serpieri fu un mazziniano convinto e tenace. Nelle sue Memorie Politiche (1858) Felice Orsini così lo presenta: "Fu sempre un ardente patriota in grande estimazione appo i romagnoli e lo si ebbe per uno de' capi di molta influenza, attività e coraggio". 

Era nato a Rimini nel 1809, seguì nel 1827 i corsi di medicina all'Università di Bologna, città scossa fortemente dai moti del '31; ancora studente entra nella Legione Pallade; capeggiò la gioventù riminese e fu alle Celle a combattere contro gli austriaci in quel cruento scontro passato alla storia grazie anche allo scritto attribuito a Giuseppe Mazzini intitolato Une nuit de Rimini. Repubblicano fervente "quando pensare italianamente e pensare repubblicanamente prima del '48 pareva la stessa cosa", il Serpieri è una figura di notevole interesse, per le doti politiche che videro lui e i figli sempre in prima linea per l'unità del paese, ma anche per le qualità imprenditoriali. 
Il giovane Enrico Serpieri si era visto presto preclusi gli studi in medicina per i suoi ideali rivoluzionari; era nato da una famiglia di industriali e commercianti. E la vetreria da lui amministrata divenne il Club dei più accesi e facinorosi (si trovava nella scomparsa, e malfamata, contrada Codalunga). Nel 1833 osò schernire pubblicamente, insultandoli, i volontari papalini che sfilavano nella città scortati dai soldati croati. 

mer 23 nov 2011 - Notizia di Borgo San Giuliano - scritto da Bernucci Annamaria

 

Nella composta architettura cinquecentesca della chiesa di San Giuliano sono conservati i resti del Santo martire venerato dal X secolo nella città (storia, martirio e leggende si sono intrecciate e le narrazioni hanno preso una declinazione tutta riminese). Ma oltre le reliquie, la chiesa vanta uno dei dipinti più visitati della città. E' opera del veneziano Paolo Veronese, realizzata poco prima della morte del pittore (1587) per i Padri canonici di San Giorgio in Alga. L'altar maggiore dove è collocata la pala fu consacrato nello stesso anno della chiesa e dedicato alla Vergine e ai santi Pietro e Paolo (cui in origine era dedicata l'abbazia) e Giuliano. E' probabile che la commissione fosse antecedente a tale data e riconducibile al 1583. 

Espressione di una versatilità compositiva e di un impianto formale ripreso più volte dal pittore (Martirio di S.Giustina a Padova), anche la pala riminese accentua, in ragione delle esigenze devozionali e pietistiche di quegli anni, una forte dimensione della gloria e della esaltazione divina: tutta la parte superiore del quadro è orchestrata infatti sulla figura della vergine attorniata da angeli e dai santi apostoli; nel registro inferiore è collocata la scena del martirio di Giuliano, con l'immagine luminosa del giovane dai biondi capelli, vicino al quale si muove la dolorosa figura della madre Asclepiodora, dalle vesti sontuose, inginocchiata, nell'atto di sostenerlo nella fede e di accompagnarlo al tragico supplizio. 

 

mer 07 dic 2011 - Notizia di Borgo San Giovanni - scritto da Bernucci Annamaria

Nella chiesa di S.Giovanni Battista sono conservate numerose opere pittoriche provenienti da luoghi di culto soppressi, il cui ruolo si intreccia con la storia della città e con la storia delle confraternite. Un tempo numerose, costituivano la principale committenza di artisti di fama e ‘forestieri'. 
E' il caso del grande quadro di fra Cosimo da Castelfranco (al secolo Paolo Piazza, 1560c.-1641) che ora figura nella prima cappella di destra e che era stato dipinto nel 1611 per l'altare maggiore della Chiesa dei Cappuccini. Naturalmente le soppressioni napoleoniche agirono da detonatore per questo come per altri famosi trasferimenti: sicché l'enorme tela, già citata dalle guide di Rimini, quali l'Adimari (1616) e nelle Pitture di Rimini di Carlo Francesco Marcheselli (1671-1735) entrò a far parte del patrimonio della parrocchiale di S.Giovanni, figurando come una eccellenza. 
Lo è tuttora in ragione dell'ordito iconografico, della complessa composizione, della qualità della pittura che sancisce ancora una volta le relazioni e gli scambi della città con la cultura pittorica veneta. La chiesa dei Cappuccini, abbandonata nel 1797, fu demolita nel 1807. Nel 1966 la Soprintendenza curò un primo restauro della tela che occasionò alcune riflessioni in merito alla sua datazione; resta attendibile tuttavia quanto scrisse l'Adimari (come riporta puntualmente nel corredo critico al Marcheselli Pier Giorgio Pasini): "una bellissima gran tavola venuta questo anno 1611... fatta con gratissima e spiritual inventione, e di molto artificio.. nella quale si vede dipinto la santissima Conceptione incoronata di dodici stelle, e altro, insieme con la pianta della illustre Città nostra di Rimino."

mer 07 dic 2011 - Notizia di cultura - scritto da Bernucci Annamaria

 

"Arriva primo chi corre da solo, arriva lontano chi corre in gruppo": così nell'autunno 2010, alla presentazione della mostra Parigi, gli anni meravigliosi, Impressionismo contro Salon, il Presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Rimini Massimo Pasquinelli, non esitava a enfatizzare la fiducia riposta nella scelta di un partner come Linea d'ombra, capace di muovere grandi numeri e grandi opere d'arte. 

Nel 2012 la Fondazione scommette nuovamente su Linea d'ombra: dal 21 gennaio 2012 sino al 3 giugno aprirà da Vermeer a Kandinsky, capolavori dai musei del mondo a Rimini, mostra che è stata presentata lunedì 28 novembre scorso, oltre 500 intervenuti al neoinaugurato Palacongressi di via della Fiera. La società, diretta da Marco Goldin, trevigiano, classe 1961, docente allo IULM di Milano, è protagonista in Italia di eventi espositivi di grandissimo richiamo di pubblico. Per festeggiare i suoi quindici anni di attività Linea d'ombra ora ha messo in cantiere a Rimini a Castel Sismondo e a San Marino al Palazzo Sums, una mostra che affronta con trasversalità di intenti la pittura italiana ed europea attraverso quattro secoli di storia dell'arte.
Otto sezioni scandiscono la mostra riminese: la pittura a Venezia nel Cinquecento, incentrata sul luminismo e il colore espresso dalle opere di Tiziano, Tintoretto, Savoldo, Lotto; la pittura italiana nel ‘600 dal classicismo di Carracci al realismo di Caravaggio, assieme ad altri protagonisti assoluti del secolo come Guercino, Mattia Preti, Luca Giordano per proseguire con gli influssi e il diffondersi del caravaggismo in paesi come l'Olanda e la Spagna con accenti inediti e alcuni capolavori di Veermer, van Dyck, Rubens, come anche, per il ‘Siglo de Oro', di Velasquez, Murillo, El Greco, Zurbaran. 

 

mer 21 dic 2011 - Notizia di Centro Storico - scritto da Bernucci Annamaria

La chiesa dei SS.Bartolomeo e Marino - nota oggi come Santa Rita - si caratterizza per avere al suo interno, nell'abside, un'opera d'arte conosciuta dagli studiosi per la sua singolarità e importanza. Del coro ligneo quattrocentesco in realtà non si sapeva molto, a parte il fatto che era oggetto di ammirazione da qualche secolo e segnalato nelle guide della città; si è dovuto aspettare il restauro conservativo del 1973, per scoprire, a seguito dello smontaggio degli stalli, nuovi elementi conoscitivi: come racconta il professor Pier Giorgio Pasini, che ha sintetizzato recentemente il frutto di anni di studio e di sensibile attenzione verso la chiesa. Tracciate con il carbone sono comparse al verso di una tarsia due date (1494 e 1496) che sicuramente hanno a che fare con la realizzazione del coro e che possono confermare al contempo anche l'epoca coeva dell'ingresso dei monaci lateranensi nella conduzione della chiesa, subentrando alle Clarisse nel 1464. Nel 1921 a dire il vero era stato eseguito un altro restauro, non ultimo degli smontaggi e rimontaggi che dovette subire il coro nel corso della sua storia, fatto dal falegname santarcangiolese Michele Gallavotti, che si firma ‘ebanista', ma fu sostanzialmente un intervento di consolidamento resosi necessario per via dei danni causati dal terremoto. In quella occasione non scaturirono altre notizie legate alla nascita del coro né al suo autore. La mano tuttavia potrebbe essere quella di Lorenzo e Cristoforo Canozi che ebbero contatti con Piero della Francesca e ne condivisero i presupposti della sua arte e il gusto per la composizione astratto-architettonica. 

gio 12 gen 2012 - Notizia di Borgo Sant'Andrea - scritto da Bernucci Annamaria

Non può passare inosservata sul portale della chiesa di S.Gaudenzo la lunetta con il santo benedicente commissionata nel 1959-60 al prolifico e noto scultore Elio Morri, dalle forme delicatamente stilizzate: ai lati del santo due angeli, uno reggente il bastone pastorale, l'altro la stessa chiesa riedificata dopo i bombardamenti del 1944. Il materiale utilizzato dallo scultore è finto-marmo, quella pasta cementizia che Morri aveva imparato a conoscere dal suo primo maestro, l'autore della Fontana dei cavalli al parco del Kursaal, quel Filugenio Fabbri da cui era stato mandato a bottega ancora giovanetto dal padre. La chiesa conosceva un nuovo risarcimento e nuove forme, quelle che vediamo ancora oggi, conferite dal progetto e dalla ricostruzione dell'arch.Luigi Campanini nel 1948 con una declinazione ancora di marca razionalista. Ma con abbellimenti che prospettavano e alludevano ad una nuova ‘modernità'. Il fronte della chiesa, ampliato, in affaccio alla città, con lo slargo davanti all'ingresso, quasi alla biforcazione delle vie verso la ‘campagna', l'antico contado raggiungibile per la lunga via di Covignano, divenne, con l'avvenuta demolizione della porta Montanara a seguito dei bombardamenti, il nuovo fondale per chi proveniva dalla piazza Tre Martiri. Non manca di sottolineare Pier Giorgio Pasini nelle note d'arte dedicate alla chiesa nel recente volume Un borgo di memorie (Ed. il Ponte, 2010) che mentre lo scultore Morri attendeva alla realizzazione di S.Gaudenzo benedicente nella lunetta esterna "veniva barbaramente distrutta, con l'antico Episcopio, una grande e bella statua in stucco rappresentante S.Gaudenzo, modellata da Carlo Sarti": coincidenza che evidenzia i paradossi della nostra città, pronta a demolire in fretta quanto a ricreare e rigenerarsi altrettanto in fretta.

mer 21 mar 2012 - Notizia di Borgo Sant'Andrea - scritto da Bernucci Annamaria

Sigismondo Pandolfo Malatesta si definiva auctor del suo Castello: ideatore, committente, progettista. Ma in occasione del ciclo di conferenze organizzato dalla Fondazione della Cassa di Risparmio di Rimini dal titolo I maestri e il tempo, il professor Giovanni Rimondini ha presentato una silloge dei suoi più aggiornati studi di architettura rivolti ad indagare la diretta progettualità di Filippo Brunelleschi a Castel Sismondo. Rimondini, storico delle forme artistiche e architettoniche, si è sempre occupato di metodologia della ricerca critica: il tema proposto "Filippo Brunelleschi e i Malatesti a Pesaro e a Rimini. Fortuna e sfortuna storiografica di una presenza" ha aperto la strada a molte tesi. Pur nella apparente latenza di 'prove certe', (documentarie, letterarie e stilistiche), molti sono gli elementi che concorrono a congetturare l'autorità progettuale del Brunelleschi nel castello riminese; è accertata la sua presenza a Rimini nel 1438 in occasione di sopralluoghi nei territori malatestiani alle fortificazioni sigismondee in Romagna e nelle Marche; Vasari riferisce che progettò la fortezza del porto di Pesaro. "Filippo di ser Brunelleschi va al signore di Rimini, parte da Firenze il 28 agosto e torna il 22 ottobre ": così era scritto nel giornale del Provveditore dell'Archivio dell'Opera del Duomo di Firenze, poi trascritta nel XVI secolo da Carlo Strozzi. Brunelleschi certamente consulente di Sigismondo, dunque. Rimondini, lavorando con strumenti della ricerca documentale e della critica stilistica descrittiva, getta le basi per interessanti ipotesi e una vera e propria ‘agenda' brunelleschiana: cioè a dire una serie di riflessioni da indagare e approfondire che condurrebbero all'architetto fiorentino. 

mer 27 giu 2012 - Notizia di Centro Storico - scritto da Bernucci Annamaria

A volte alcuni luoghi della città possono trattenere memorie legate all'attività degli artisti, dai vissuti spesso estrosi, stravaganti o al contrario connotati da estrema riservatezza. Capita che indagando nelle biografie degli artisti, dense di curiose relazioni e di incontri (e anche scontri), emergano anche i luoghi dove si avvicendavano le relazioni di lavoro e di amicizia, centro e officina della attività artistica. Sullo scorcio degli anni '30 a Rimini, in una città oramai indirizzata verso un'espansione turistica sempre più popolare si incrociano alcuni destini e molti proficui incontri.

Un decennio particolare per l'arte a Rimini fu quello che vide, seppur per un breve periodo, la presenza di Filippo De Pisis. Nell'estate del 1940 e in quella del '41 il pittore, come racconta Luigi Pasquini "sospinto dalle tempeste internazionali, aveva messo piede nella nostra città malatestiana. Alloggiava in una vecchia locanda, sorta di alberghetto da disertori, un sito da coppie clandestine..".
De Pisis era cliente dell'Albergo Montefeltro in Piazza Cavour di fianco al Teatro e amava ricevere i suoi ospiti nella trattoria della Pescheria; il suo studio, invece, era in via Bertola dalle parti di Piazzetta S.Bernardino. L'entourage artistico riminese con cui si relazionava era fatalmente attratto dalla sua eccentrica personalità; all'appello non mancava nessuno di coloro che erano emersi in quegli anni sul palcoscenico dell'arte riminese: Luigi Pasquini, Giovanni Sesto Menghi, Elio Morri, Demos Bonini, e, unica ammessa tra le donne, con qualche dimistichezza con l'arte, Alba Foschi, futura proba insegnante di educazione artistica.

 

mer 11 lug 2012 - Notizia di Borgo San Giovanni - scritto da Bernucci Annamaria

Sulla leggenda della fondazione della chiesa della Colonnella, nota anche come S. Maria Annunziata, che sorse isolata in origine (mentre oggi mal dialoga con il traffico e la congestione urbana) hanno divagato gli storici, dal Clementini (1614) che si appellava ad una tradizione orale evidentemente ancora molto viva, a Girolamo Serra, priore della Colonnella del terzo Ordine di S.Francesco (1682). 

Tutto ebbe origine da un ‘errore giudiziario' e conseguente miracolo: un pellegrino ‘lombardo' in transito sulla Flaminia per recarsi a Loreto, ebbe la sventura di soccorrere un uomo aggredito e pugnalato a morte ai piedi della colonnina che recava un'immagine mariana; ingiustamente accusato del delitto, torturato, incapace di discolparsi e condannato, il caritatevole viandante fu portato per l'esecuzione pubblica proprio nel luogo dell'omicidio, davanti alla stessa immagine della Madonna, con gran concorso di pubblico e la presenza del Governatore veneziano della città Luigi Contarini. Né il boia (per l'impiccagione) né i soldati riuscirono a spostarlo dalla sua posizione, inginocchiato davanti all'effigie, divenuto come di statua, anzi come ‘durissimo scoglio'. Fu gridato al miracolo, la folla e l'autorità pubblica, scossi, chiesero perdono per l'ingiustizia e la municipalità riminese intese commemorare l'episodio, prontamente, con l'erezione della chiesa, sotto la giurisdizione del Comune e a spese dei devoti. Si ricorda che tuttora la chiesa, unica della diocesi riminese, è sotto il giuspatronato del Comune.

mer 26 set 2012 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Bernucci Annamaria

Accanto alla chiesa parrocchiale di San Girolamo in viale Principe Amedeo, eretta nel 1964 nelle forme ‘moderne' conferite dall'architetto Luigi Fonti, Villa Solinas continua ad esercitare, in chi percorre il viale, una indiscutibile suggestione, vuoi per la grandiosa ed elegante compostezza ‘antica' dell'edificio, che oggi contrasta con la chiesa, vuoi per l'esclusivo restauro conservativo dell'arch. Massimo Mori che ha ripristinato colori, materiali e decorazioni originali, come le cimase della facciata. Sul lato opposto della strada e quasi prospiciente c'è villa Lega Baldini, nata nel 1870, caposaldo storico della marina e della allora nascente ‘industria del villeggiante', fra i cui fondatori figurava proprio il conte Alessandro Baldini . 
Entrambe dunque ai lati dello ‘Stradone dei bagni', come era chiamato il viale in origine, con i suoi marciapiedi alberati. Il committente era Gian Maria Solinas Apostoli, che "non era certamente un nobile di alto rango, ma un grande borghese, un personaggio di un certo rilievo del Parlamento nazionale e del mondo finanziario il cui cursus honorum culmina e termina con la nomina a senatore". Così scriveva Giovanni Rimondini nella monografia dedicata alla villa (1998), ripreso oggi da Andrea Speziali, curioso indagatore dell'architettura di gusto liberty della nostra costa. 

mer 13 feb 2013 - Notizia di Borgo San Giuliano - scritto da Bernucci Annamaria

La seta è stata sin dal suo apparire nel mondo mediterraneo - la arrivo della bachicultura è databile all'epoca di Giustiniano - merce rara e preziosa, similmente all'oro, materiale di elevato valore simbolico. Della seta tutto era tenuto misterioso: dalla lavorazione, alla provenienza, fino ai tragitti dei mercanti. 
Durante tutto il medioevo la seta costituì un bene suntuario, era status symbol ad esclusivo appannaggio della classe dominante. I filati, i tessuti e l'abbigliamento in seta erano destinati alle corti, ai dignitari, ai cerimoniali. L'arte della tessitura fu praticata da artigiani di elevatissima qualità nel mondo bizantino, per abbigliamento, arredi e addobbi delle corti, indicatori di precise gerarchie sociali. Nelle pratiche funebri per personaggi di alto lignaggio manufatti serici e drappi rivestivano le salme di vescovi e i loro sarcofagi. Il corredo funebre di S. Giuliano è esemplare a questo proposito e rappresenta per la sua conservazione un eccezionale ‘documento'e 'reliquia' di età bizantina e medievale. Ci si riferisce a due stoffe di seta realizzate a taqueté operato, una tecnica raffinata che utilizza un intreccio complesso di trame multiple e due orditi; in una di esse, in quella databile al V secolo, è ancora leggibile una rappresentazione di scena di caccia, con motivi tipici dei repertori tardo antichi (piccoli putti all'interno di volute vegetali si alternano a motivi zoomorfi, cavalli, leoni, cervi). A questa stoffa è cucito un altro frammento, decorato con piccoli motivi geometrici (ottagoni) e tralci di foglie di quercia. Queste iconografie hanno riscontri nei mosaici della basilica ravennate di San Vitale, in particolare riferibili alla rappresentazione dell'imperatrice Teodora con il suo seguito, dai sontuosi abiti decorati come era in uso nei cerimoniali e nelle ornamentazioni della corte bizantina. 

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