AUTORE Schiavoncini Ariodante
Per commemorare il 25 aprile 1945, giornata della pace e fine della spaventosa guerra in Europa, vorrei ricordare le tante coraggiose donne che in Italia, e in altri paesi, sono state al fianco dei partigiani.
Donne di ogni età, di ogni ceto sociale, nelle città, nei paesi, sulle colline e montagne, sono state la spina dorsale della resistenza. Senza l’aiuto delle donne i partigiani non avrebbero potuto resistere e svilupparsi.
Donne che sapevano di rischiare la loro vita e quella dei famigliari ma non hanno esitato a portare aiuti di ogni genere, oltre a nascondere e curare i partigiani in difficoltà. Poco si è scritto sulle donne, poco spazio hanno loro riservato gli organi d’informazione, gli scrittori, le televisioni, i registi.
Nella zona dove ho vissuto il periodo partigiano, quando ci fermavamo in qualche stalla, in un fienile, oppure nei capanni in mezzo ai campi le donne non ci hanno mai negato una fetta di polenta e di formaggio. Nelle stalle trovavamo sempre delle coperte sopra i mucchi di paglia e fieno, nelle gelide notti friulane erano un aiuto molto gradito.
Sessantatre anni fa sì e votato per il referendum, Repubblica o Monarchia.
Il primo voto libero dopo la fine della guerra e l’infausto ventennio fascista. Una data storica che ha segnato la fine di una Monarchia guerrafondaia, colpevole di avere mandato a morire centinaia di migliaia di giovani soldati italiani, dalla desolata e fredda steppa russa, ai cocenti deserti africani.
Dall’unità al 1945, se si escludono pochi e brevi intervalli, l’Italia è sempre stata in guerra. Guerre sempre iniziate da noi.
Per il referendum del due giugno 1946, ho votato in uno dei seggi, allestito nelle aule delle scuole Ferrari, nel palazzo dove oggi si trova la sede centrale della cassa di risparmio riminese.
Dopo la guerra, le scuole Ferrari sono state costruite in via Gambalunga 106, al posto del Politeama Riminese, distrutto dai bombardamenti aerei.
Il venticinque luglio del 1943, giorno della caduta del fascismo, è una data che ogni democratico Italiano dovrebbe sempre ricordare.
In verità, non è stata valutata e valorizzata abbastanza. Dagli storici, il merito di quell’evento, non è stato attribuito alle lotte degli Antifascisti italiani, imprigionati perseguitati, e molti uccisi ma, al tradimento della casa Reale, preoccupata della situazione fallimentare della guerra e quindi, decisi a salvare dalla tragedia, la dinastia dei Savoia.
Alle ore 22.40 di domenica venticinque luglio 1943, il giornale radio, trasmetteva agli Italiani increduli, la seguente notizia: “Attenzione, attenzione, Sua Maestà il Re e Imperatore ha accettato le dimissioni dalla carica di Capo del Governo, primo ministro segretario di Stato, presentate da S.E. il cavaliere Benito Mussolini ed ha nominato Capo del Governo, primo ministro segretario di stato, S.E. il cavaliere Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio”.
Una data storica di grandi speranze deluse, e inizio per gli Italiani di massacri, lutti, e spaventose distruzioni.
Mi trovavo a Cancello ed Arnone di Caserta, a svolgere il servizio militare quando, verso sera il Capitano, comunicava ai soldati in adunata, che l’Italia e il comando militare Angloamericano avevano firmato la pace. Di conseguenza, il mattino dopo, dovevamo essere pronti per rientrare al comando di Mantova per essere congedati. Eravamo tutti talmente felici ed euforici che la notte nessuno ha dormito. La notizia che si tornava a casa per sempre, sembrava irreale.
Il mattino dopo, eravamo con gli zaini affardellati, nel piccolo spazio davanti alla tenda comando, pronti per partire. La tenda era vuota e nessuno degli ufficiali era nei dintorni. Il vecchio sergente comunicava sconsolato che gli ufficiali ci avevano abbandonati.
Il primo novembre del 1943, alle ore undici e cinquanta circa, la città di Rimini ha subito il primo bombardamento. La città non aveva rifugi adeguati, esistevano solamente degli scavi simili a trincee, effettuati in diversi luoghi della città. Travi di legno, sopra gli scavi, sostenevano una copertura di terriccio, che dovevano servire come paraschegge. In uno di questi inadeguati rifugi, colpito dalle bombe del primo novembre, ci sono stati una ventina di morti.
Oggi quella via si chiama Vittime civili di guerra. Da quel primo novembre è iniziato il calvario dei Riminesi, la popolazione ha cercato sistemazioni di fortuna nei paesi, nei casolari del circondario e nelle gallerie del trenino per San Marino.
L'ospedale civile, l'ospedalino dei bambini, sono stati evacuati e trasferiti in una villa vicina alla chiesa di San Fortunato. Rimini, da quel primo novembre, è stata sottoposta a bombardamenti sempre più frequenti e distruttivi, alla liberazione, oltre l'ottanta per cento della città risultava distrutta.
I peggiori e più prolungati bombardamenti che ricordo, prima di trasferirmi nella regione Friuli, sono stati il 26 novembre e il 28- 29- 30- dicembre.
Il venticinque aprile 1945 è la festa di tutti i cittadini del mondo che esultarono alla fine della tragedia, e delle nuove generazioni che non l'hanno vissuta, ma credono nella possibilità di un mondo in pace.
Per i cittadini Italiani, è il giorno della fine di una dittatura che ha causato la morte di oltre trecento mila soldati, dalle steppe innevate, ai deserti Africani infuocati.
La distruzione d'intere città e il massacro di uomini donne e bambini, causate da disumani bombardamenti aerei.
Rimini, città martire, non può dimenticare, lo pretendono i nomi dei suoi caduti, scritti sulle lapidi commemorative, e sulle croci dei cimiteri dove riposano giovani soldati di eserciti stranieri.
Desidero rivolgermi a tutti gli anziani che hanno vissuto la tragedia delle distruzioni d'intere città, i massacri disumani, la fame, i sacrifici, in un periodo dove la vita umana non aveva valore, perchè trasmettano i loro ricordi ai giovani come monito alle facili illusioni di oggi.
Fra le tante date liete e nefaste, della storia italiana durante l'ultima guerra mondiale, desidero ricordare, con un breve sunto, il 25 luglio e l'8 settembre 1943.
Due date che racchiudono viltà, eroismi, tradimenti, speranze deluse, distruzioni e morte. Un calvario per il popolo Italiano, iniziato nel giugno 1940, e reso tremendo dopo le date citate. Durante la notte del 24 luglio 1943 il Gerarca fascista Dino Grandi, Presidente della Camera, presentava al Gran Consiglio, riunito in seduta straordinaria, un ordine del giorno perchè le deleghe a capo dell'esercito, che il Re aveva concesso a Benito Mussolini il 10 giugno 1940, all'entrata in guerra, tornassero al rappresentante di Casa Savoia.
Quell'ordine del giorno, approvato a grande maggioranza dal Gran Consiglio, nella pratica, poneva fine al potere di Mussolini e alla dittatura Fascista.
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