Gli “stand” e la “Tarsu”
C’erano botteghe anche sul ponte di Tiberio
La Tarsu, tassa d’occupazione del suolo pubblico, non è certo invenzione dei giorni nostri. Già i “Capitoli della fiera” stabilivano i canoni d’affitto per le aree occupate dai mercanti. Le loro “botteghe” (oggi diremmo gli stand) erano “murate, coperte o d’asse, ossia fisse”, oltre a banchi e tavole “di marzaria e libraria e vedri”; occupavano anche il ponte di Tiberio, con strutture di legno approntate per l’occasione: ancora oggi nel travertino si notano i fori dove venivano infissi i pali di sostegno. Le baracche dovevano essere larghe “sei piedi dinanzi in testa e alte a proporzione”.
Anche gli ambulanti che esponevano e vendevano “crivelli e ceste….oltre a varia robba” erano sottoposti alla tassa, mentre i “forestieri” potevano parcheggiare le cose acquistate in fiera in osterie e case private, anche se terminato il periodo della franchigia, avrebbero dovuto pagare il “passo” (transito) e il “fondigaggio” (magazzinaggio).
Le merci che giungevano via mare dovevano seguire un itinerario ben preciso una volta sbarcate, ossia entrando in città dalla porta dei Cavalieri, pena il pagamento di due scudi per volta. Ovviamente, l’obbligo serviva ad agevolare la riscossione dei dazi.
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