La terra trema

RIMINI - Notizie primo piano - mer 08 apr 2009
di Stefano Cicchetti

E da noi quanto rischiamo?

Chiamami Città apre una sottoscrizione per l’Abruzzo

Quella scossa di domenica sera in Romagna, poche ore prima della catastrofe che si è abbattuta sull’Abruzzo, ci ha lasciato la sensazione di averla scampata bella. Quasi che la malasorte avesse deviato il suo colpo all’ultimo momento. Ora, di fronte alla tragedia, le iniziative di solidarietà nascono spontanee. Anche Chiamami Città intende fare la sua parte. Per raccogliere fondi destinati alle vittime del sisma, è già attivo un conto corrente presso la Banca Malatestiana, intestato a “Chiamami Città pro terremoto Abruzzo – Ondalibera Srl” IBAN IT 48 T 07090 24210 018010119950. Ma mentre tutti ci diamo da fare, nessuno riesce a scacciare un pensiero. Cosa sarebbe successo da noi in un caso simile? Di fronte alle immagini di quei palazzi non certo antichi, sbriciolati come e peggio delle casupole medievali, inevitabile domandarsi: quanto siamo in pericolo, noi? Tutta la provincia di Rimini è classificata a “rischio medio”. Ciò in virtù della nostra storia: solo per stare agli ultimi quattro secoli, cioè meno di un battito di ciglia nella vita del nostro pianeta, abbiamo subito terremoti più o meno distruttivi nel 1672, 1690, 1786, 1875, nel maggio e nell’agosto del 1916. Gli ultimi eventi, per fortuna lievi, si sono verificati nel 1930 e nel 1972. Gli enti pubblici ci assicurano che almeno le scuole, o almeno quasi tutte, sono da considerarsi sicure. E il resto? Il resto, non si sa come si comporterebbe. Di certo è a rischio tutto quanto è stato costruito prima del 1974 e non è stato adeguato alle norme anti-sismiche intervenute allora, al tempo del terremoto in Friuli. E da noi non è poco. Però le case realizzate dopo quella data dovrebbero essere sicure. Ma lo saranno? Pochi mesi fa, in via Sacramora, gli abitanti di una palazzina costruita nel 1979, dunque ben dopo l’entrata in vigore delle norme antisismiche, avevano deciso di rifare l’intonaco. Appena scalpellato il vecchio strato, la ditta esecutrice ha dovuto chiamare d’urgenza il Genio Civile, che immediatamente ha dichiarato lo stabile pericolante e ingiunto agli abitanti di sfollare, ordinando i lavori per mettere il tutto in sicurezza. Cosa era successo? Era successo che sotto l’intonaco erano apparsi i tondini d’acciaio del cemento armato spaventosamente piegati, certamente non in grado di reggere il peso della costruzione. Era successo che chi aveva costruito e chi doveva controllare erano stati quantomeno distratti, per usare un eufemismo, nei riguardi dei materiali e delle norme. Ci siamo passati in tanti, o almeno tutti quelli che si sono costruiti qualcosa. Quando arriva l’ingegnere e fa notare che questo non si può fare e quest’altro costerà un po’ di più per via appunto dell’anti-sismica, sono sbuffi e lamenti contro “il governo ladro”, sono preghiere di accomodare, sorvolare, eludere. Perché da noi le norme, quelle di sicurezza in testa, sono considerate “tasse”, maledette e ingiuste per definizione. E chi pensa a quello che potrebbe succedere – come a quello che è già successo - passa per menagramo, iettatore, per uno che se la va proprio a cercare. Conta solo il presente e quanto si può risparmiare, dunque guadagnare. Un risultato di questa logica impeccabile oggi ce l’abbiamo sotto gli occhi. E domani? Domani, è un altro giorno.

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