Le virtù dei cardi secondo Caterina Sforza

Rimini - Notizie Centro Storico - mer 25 mar 2009

Caterina Sforza, più della Regina Cristina di Svezia, era meritevole di comparire nel mio libro “A tavola, il girotondo della vita”, perchè è vissuta e ha governato a lungo in Romagna, mentre l'altra è solo transitata o rimasta per brevi soggiorni nella nostra terra.

Questo scritto serve a darle il giusto rilievo e spazio.

Chi era Caterina Sforza?

Nata nel 1463 a Milano, figlia naturale di Galeazzo Sforza, a dieci anni fu data in sposa , per volontà del Papa Sisto IV, al nipote Girolamo Riario, Signore di Imola e di Forlì, il primo dei suoi tre mariti. Trame politiche, assedi, prigione, ricatti, veleni, costellarono la sua avventurosa e affascinante vita. Coraggiosa a tal punto da condurre in battaglia i suoi soldati, esperta nell'arte amatoria, tanto da far cadere ai suoi piedi il suo più acerrimo nemico, Cesare Borgia, detto il Valentino, doveva per forza ispirare a poeti e scrittori rinascimentali  canzoni, ballate e odi in suo onore.

Dotata di rara bellezza, intelligente, energica, molto versatile, oltre che a mantenere poteri e averi, si occupò di armi, caccia, medicina, erboristeria, cosmetica, alchimia, cucina (famosi, ricchissimi e raffinati i suoi pranzi offerti a corte). Il suo ricettario “Liber de experimentiis Catherinae Sforthiae” scritto nel corso di vent'anni, contiene quasi 500 ricette di pozioni, unguenti, pomate, miscele di ogni tipo, dai rossetti per le guance, ai veleni più spietati e rimedi curativi come sbiancare e guarire il viso arso dal sole, acqua per far crescere i capelli e farli diventare biondi e belli, per rendere i denti bianchi e lucenti, per far profumare l’alito, per avere la pelle delle mani bianca e morbida. A 36 anni, età in cui le donne apparivano già vecchie, lei conservava intatta la sua fresca bellezza. Morì di polmonite a Firenze nel 1509, confidando a un frate che se avesse scritto la sua vita avrebbe stupito il mondo.

Ma è tempo che trascriva alcuni consigli tratti dal suo ricettario segreto “Virtù dei cardi per Caterina Sforza Riario”:

“Chi mangia il cardo guarisce i mali di testa, cura l'udito, aguzza la memoria, guarisce dalle vertigini, cura il cervello e la vista, libera la milza, elimina il catarro e migliora le membra deboli dei paralitici.

L'infuso di cardo con vino rosso guarisce ogni dolore del corpo ed espelle ogni impurità.

Il distillato di cardo, bevuto la mattina a digiuno, elimina i cattivi umori e conserva i buoni.

Bere un decotto di cardo con vino bianco e coprirsi con panni caldi, guarisce ogni febbre.

Bere la polvere di cardo con brodo o vino bianco caldo, purifica la gola e lo stomaco, elimina il cattivo sangue e genera il buono, allarga il petto e aguzza l'appetito”.

Se mio padre, da me definito nel libro “erborista mancato” per la passione dimostrata verso tisane, decotti, infusi, a base di erbe medicinali, avesse scoperto le virtù del cardo, decantate oltre che da Caterina Sforza anche dai medici fin dal 700, ne avrebbe utilizzato l'acqua, necessaria per la lunga cottura, come depuratore del fegato. I cardi, originari dell'Etiopia e dell'Egitto, diffusisi poi in tutti i paesi del Mediterraneo, in Romagna sono comunemente chiamati “gobbi”. Dal vago sapore  di carciofo e sedano, li ho citati nei “Mangiari della mamma”, ricordando come li cucinava in modo gustoso: dopo averli lessati, li passava in padella con olio e aglio e un po’ di sugo di pomodoro, coprendoli alla fine con una bella pioggia di parmigiano. Mangiati, accompagnandoli con la  piadina, anche Caterina Sforza, che si dedicava, con grande semplicità, al bucato e al cucito e pare già armeggiasse col matterello attorno alle tagliatelle, li avrebbe sicuramente apprezzati.

 

Franca Fabbri

 

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