RIMINI I pescatori tra fede e magia
RIMINI - Notizie Borgo Marina - mer 14 mag 2008
di Luca Vici
[{I santuari dei marinai erano in collina: un paradosso solo apparente}]
[Preghiere e superstizioni, devozione e scongiuri: così chi si avventurava fra le onde cercava di proteggersi dall’ignoto]
Come tutte le attività che si svolgevano anticamente all’interno delle mura di Rimini, anche la pesca era regolata da un calendario di ricorrenze a carattere religioso e devozionale che scandivano tutto l’anno. Erano dunque numerose le festività legate a santi “del mare”, alcuni dei quali ormai dimenticati.
Per cominciare, fra i patroni della città era S. Antonio da Padova, cui era dedicata – oltre la cappella nel foro - anche una piccola chiesa sul porto. In occasione della sua ricorrenza (il 13 giugno), si celebrava una festa con processione, musica, benedizione e l’allestimento della cuccagna sull’albero maestro più alto della flotta riminese. Non mancavano il falò, i fuochi artificiali, le luminarie sulle barche e alle finestre delle case. La devozione al santo da parte dei pescatori si doveva ad uno dei suoi due miracoli “riminesi”, quello della predica ai pesci. Si narra che mentre gli eretici patarini predominanti a Rimini ignorassero la predicazione di S. Antonio sulla “palata”, furono i pesci a venire in superficie per riceverne la benedizione; unica eccezione, quelli che da allora furono detti “paganelli”, rimasti a frugare fra il prediletto fango del canale.
L’attività di pesca si divideva in periodi diversi. Il primo aveva inizio intorno al Carnevale e arrivava fino al giorno di San Vito (15 giugno). Anche allora in estate esisteva una sorta di “fermo pesca”, ma non per ragioni di ripopolamento. Le marinerie, infatti, trovavano più redditizio il piccolo cabotaggio, costituito soprattutto dal trasporto di ghiaia del Metauro e di “sassi dei monti di Pesaro” che venivano scaricati nei porti a nord di Rimini. Non mancava comunque la consapevolezza di dover consentire alle specie ittiche di riprodursi, limitata la pesca e soprattutto l’uso dei più meno invasivi del fondale marino. Ancora oggi si risente di queste consuetudini popolari: la tradizione sconsiglia il consumo di alcuni tipi di pesce durante i mesi che non contengono la lettera “r” e dunque maggio, giugno, luglio e agosto. La pesca riprendeva ufficialmente con la sessione autunnale nel mese di settembre fino al giorno di Sant’Andrea, ossia il 30 novembre. Dal 1 dicembre fino al carnevale successivo le imbarcazioni venivano tirate in secco per la manutenzione, mentre la bassa forza degli equipaggi passava ad attività terrestri, dall’ortolano al manovale.
{Con il mare non si scherza}
Come si sa, con il mare non si scherza. Tempeste e naufragi erano spauracchi costanti. Di qui tutta una serie di credenze, che vedevano l’ambiente marino come un mondo popolato da presenze malefiche, da combattere attraverso appropriati scongiuri ed esorcismi. Insieme ad una conoscenza empirica sulla meteorologia, si perpetuarono per secoli anche false credenze (il delfino fu considerato un pesce fino a secoli recenti). Non dimentichiamo nemmeno che appena da pochi decenni l’uomo può esplorare i fondali: tutto ciò che stava sotto la superficie delle acque era solamente immaginato. Le tempeste e le trombe marine, chiamate ancora oggi sulle nostre coste “Sciòn”, sarebbero quindi state provocate dalla presenza di spiriti infernali, che soffiavano dal fondo del mare. Unico modo per neutralizzarne i nefasti effetti era il lancio di un coltello su di una tavoletta posta sull’albero di maestra, recitando uno scongiuro trasmissibile da padre in figlio solo la notte di Natale. Questi riti erano sempre intrecciati ad un fortissimo sentimento religioso: modi di dire ancora oggi in uso come “butta in mare e spera in Dio” o “fede ti salva e non legno di barca” ne sono la prova.
Per combattere le avversità ogni marineria si sceglieva un santo protettore, mentre i pescatori, per proteggersi ulteriormente, davano il nome di un santo alla propria barca (diffuse erano le dediche a S. Maria, S. Antonio, S. Nicolò, alla Beata Vergine del Carmine). In caso di naufragio, alla nuova imbarcazione si imponeva la medesima dedica della precedente, ma rafforzata (ad esempio S. Maria nuova o Nuovo San Marco). I santuari cui i marinai erano più devoti non stavano nei porti, ma sulle alture. Una contraddizione solo apparente: dal mare erano proprio quelli i più visibili, cui quindi ci si poteva rivolgere in caso di pericolo. Di qui gli ex voto per grazia ricevuta che si possono ancora vedere S. Maria del Monte a Cesena e alla Madonna delle Grazie a Covignano. E sempre di qui la tradizione del Somarlungo, la processione che conduceva i borgigiani di Marina fino alle Grazie.
Nelle barche era presente la “chiesola”, ossia un piccolo altarino dove i marinai potevano pregare. Anche nell’antichità romana e greca si portavano a bordo simulacri divini e già allora c’erano “occhi” dipinti o scolpiti sulla prua, per permettere alla nave di “vedere” la rotta. Una tradizione sopravvissuta fino a noi nei trabaccoli adriatici, come possiamo vedere anche al museo della marineria di Cesenatico, tra i più interessanti del settore.
{Fonte: Maria Lucia de Nicolò, Storia illustrata di Rimini vol. III}
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