L’impresa di Edimburgo

RIMINI - Notizie sport - mer 25 mar 2009
di Enzo Pirroni

Storie e personaggi del nostro sport

Una sfida d’altri tempi fra il pistard riminese Roberto Galimberti e il mitico Patrick Sercu

Il ciclismo amatoriale ha una propria cultura che affonda le radici nel passato. I nomi dei corridori (alcuni di costoro conosciuti nell’ambiente esclusivamente attraverso i soprannomi) paiono venire da un’età etnica lontana, da un tempo in cui la definizione di un individuo era tratteggiata attraverso esclusivi fenomeni esemplari (Gino Bartali il Pio; Learco Guerra la Locomotiva Umana; Vasco Bergamaschi Singapore; Darrigade il Guascone). In più questi nomi hanno il potere di sopravvivere a dispetto degli anni: nella grande roulette del cimento sono punti cardinali che hanno il compito di riagganciare un episodio, anche insignificante, alle essenze codificate dei grandi caratteri. Come si può definire un ciclista buono nelle gare contro il tempo senza paragonarlo a Jacques Anquetil? Chi è, se non Charly Gaul, il metro di paragone per qualsivoglia scalatore?

Inoltre il ciclismo possiede una morale ambigua: grandi imprese atletiche, dove il richiamo brutale del successo è predominante, si mescolano alla nostalgia di gesti minimalistici come una borraccia passata all’avversario assetato; inghippi e trappole convivono con lo spirito cavalleresco. Tutto nel mondo delle due ruote riproduce la solitaria, impari lotta per la vita.

Ormai la stagione delle corse è iniziata. “Cadetti”, “Veterani”, “Gentlemen”, gareggiano settimanalmente in ogni contrada di quella “piccola Cina” che è la Romagna. Ci si scanna per un prosciutto (quando va bene), per una confezione di pasta, per un fiasco d’olio. Bici avveniristiche con leggerissimi telai in carbonio sfrecciano su strade dove le geremiadi del vento ripropongono i nomi di eroi quali l’immenso Sergio Fabbri “e Fabroun”, Guido Neri, Franco  Magnani, il classico Lino Rossi, Egidio Guglielmi, Domenico “Melo” Muccioli, Pio Sorci, il “carrozziere” Paolo Manfroni ed i concorrenti, fasciati in volgarissimi costumi, si sfiancano concedendo gonfi e vacui tributi all’eroismo sportivo.

Tutti in questo mondo si conoscono, purtuttavia pochi sono a conoscenza di un‘impresa compiuta da un cicloamatore riminese solo due mesi or sono. L’”eroe” di cui si sta parlando è Roberto Galimberti, un pistard d’antan che per due anni consecutivi (1964-1965) si aggiudicò il titolo di Campione Emiliano Romagnolo della velocità. Il nostro uomo (classe 1946), dopo aver in gioventù gareggiato con gli “aristocratici del muscolo”, ovvero con quei tipi sgherri che i colpi non se li davano certo a patti (si impose nel Trofeo Malinverni del 1966 facendo registrare negli ultimi duecento metri l’ottimo tempo di 11”2), accogliendo con bramosia l’invito di Roy Knecht, si è recato in Scozia ad Edimburgo per partecipare ad una di quelle nostalgiche rimpatriate che hanno la pretesa di riportare in vita le fantasme della giovinezza passando attraverso pinte di birra ed inesauribili agapi conviviali. Il vecchio pistard non ha esitato un momento a collocare su un aereo il suo ormai prezioso, obsoleto macchinismo a due ruote, una Pogliaghi col passo Humber, ed una volta giunto nella città dei kilts, poté tuffarsi nella, per lui famigliare, atmosfera dei velodromi. Gli fu possibile respirare nuovamente il pulviscolo che riempie gli stadi coperti e che ti afferra alla gola tra il puzzo di birra ed il fumo di hamburger che si rosolano su sesquipedaliche teglie e si illuse, per un attimo, che la vita trasgressiva da boite de nuit, non fosse, ahimè, inesorabilmente confinata nell’armoire delle rimembranze. Con i suoi cento e passa chilogrammi si cimentò in virtuosistici sourplaces, sciorinò una serie di trucchi, di soluzioni tattiche, di finte, di schermaglie che non sono, purtroppo, rinvenibili nell’aridità pragmatica dei nostri giorni. Nella prima sfida, Roberto bruciò in due sole manches Peter Van Orlen, poi toccò al francese Delattre, fu quindi la volta dello svizzero Sutter vedersi negato il passaggio alle semifinali al termine di una “bella”, allorché l’elvetico venne superarato dall’italiano nell’ultimo fazzoletto di pista a pochi centimetri dal traguardo. La semifinale che lo avrebbe opposto al temibile inglese Sebastian Meredith non ebbe luogo per un infortunio di quest’ultimo e in tal modo a  Roberto Galimberti si spalancò la porta della finalissima.

L’incommensurabile Patrick Sercu (vincitore di due Campionati del Mondo di specialità: ad Amsterdam nel 1967 ed ad Anversa nel 1969) non ebbe a faticare eccessivamente per aggiudicarsi la vittoria nonostante il nostro uomo, l’avesse obbligato, nella seconda prova, ad un lungo sourplace. Tutto finì in un mare di birra. Là vicino al tempio del rugby che è lo stadio di Murrayfield, dove lo sport è rispetto dell’avversario e divertimento collettivo, Roberto Galimberti, con umiltà e senso dell’umorismo si ingaglioffò tra scozzesi ubriachi prendendo a gabbo la prosopopea, la smania di grandezza, l’assillo di apparire a qualunque costo. Fu un’occasione straordinaria di vincere la malattia della vecchiezza con l’umiltà, una generosa illusione, una stupenda demenza, un modo di mutare il dolore del vivere in tripudio. 

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