Ascanio Celestini, un teatro che racconta e canta
Intervista all’attore e regista in scena al Novelli con “Parole sante”
Il cd dell’artista ha ottenuto il Premio Ciampi 2007 come miglior debutto discografico dell’anno
Ascanio Celestini, regista, attore e drammaturgo tra i più interessanti dell’attuale generazione, il 29 marzo al Teatro Novelli di Rimini è in concerto con “Parole sante” (ore 21), insieme a Roberto Boarini (violoncello), Gianluca Casadei (fisarmonica), Matteo D’Agostino (chitarra) e Andrea Pesce (suono). Nello spettacolo e nel cd omonimo, vincitore del Premio Ciampi 2007, ci sono le canzoni nate poco a poco all’interno del suo lavoro teatrale: quelle del documentario che racconta la lotta del collettivo precari del più grande call center italiano, l’Atesia, ma anche quelle che hanno accompagnato le “inchieste da fermo” della trasmissione televisiva “Parla con me”, oltre a una cover di un pezzo di Enzo Antinori, minatore di Perticara. Secondo la migliore tradizione della canzone popolare, sono racconti in musica, nati per dare voce a chi non ce l’ha. Ne parliamo con Ascanio Celestini.
Delle tue canzoni hai detto che sono “la prosecuzione di un mestiere iniziato in teatro con il racconto”.
«La canzone non è solo una questione di musica: in realtà è un genere letterario. Certo, l’uso della musica contestualizza le parole, e la precisione delle immagini richieste da una canzone consente una bella sintesi. Uno spettacolo ha una drammaturgia più complessa. Ma il testo è fondamentale e quando, come oggi spesso accade, si toglie importanza al testo significa che non si vogliono dire delle cose. Io non mi considero un musicista o uno con una bella voce, quello che faccio cantando è lo stesso lavoro che faccio sul raccontare. Anche lì mi interessa la scrittura più che l’interpretazione. È lo stesso motivo per cui scrivo libri o faccio televisione.»
Contaminazione tra diversi linguaggi?
«Non direi. Più che altro trasversalità nei mezzi che uso. Io non lavoro sulla musica ma sulla scrittura. Le canzoni possono essere arrangiate anche in modo complesso, ma restano semplici nella struttura, che ha il suo ritmo. In Italia c’è una grande tradizione di scrittura nella canzone popolare, a partire da “Donna lombarda” sino ad arrivare ai Cantacronache di Torino, il gruppo-movimento che metteva insieme intellettuali come Pasolini e Calvino con musicisti come Giovanna Marini, che per me è senz’altro un riferimento, nel modo di stare sul palco senza la finzione del teatro, per la portata epica dei suoi racconti e come ricercatrice, con il suo percorso attraverso la tradizione orale e la capacità di produrre musica contemporanea. Poi c’è stata la stagione dei cantautori genovesi come Paoli, Bindi, De Andrè. Abbiamo vissuto fino agli anni ’70 - ’80 di questa ricchezza di canzoni con una loro struttura letteraria. È un modo che adesso si è un po’ perso. Pochi, come Silvestri o Caparezza, danno ancora carattere letterario alle canzoni.»
Ti hanno definito attautore, narratore, affabulatore, esponente del teatro della memoria e della seconda generazione del teatro di narrazione, hanno parlato per te di performance epica e di realismo biblico, in cosa ti riconosci?
«Questa del realismo biblico mi è nuova. Ma, senza presunzione, mi interessa molto come tipologia di racconto la parabola, in cui c’è un’immagine chiara e intorno a questa si riflette: “Se la tua mano o il tuo piede ti è occasione di scandalo, taglialo e gettalo via da te”. Sono immagini semplici intorno alle quali si costruisce un meccanismo, non c’è una storia dietro, e se c’è è molto piccola, non accade quasi niente. Come nella parabola del figliol prodigo: c’è un rapporto tra padre e figlio. E lo stupore del padre quando il figlio ritorna, i gesti dell’accoglienza, il vitello grasso.
Immagini molto chiare, che hanno un legame diretto con la pittura, con gli affreschi delle chiese che tutti potevano capire, anche gli analfabeti: le “Bibbie dei poveri”. Bisogna partire da un’immagine chiara e da strutture semplici come quelle della fiaba, e si può costruire intorno quello che si vuole: un racconto o una canzone.»
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