Lombardini, il pioniere

RIMINI - Notizie sport - mer 11 mar 2009
di Enzo Pirroni

Storie e personaggi del nostro sport

Da atleta e da allenatore spaziò dal calcio alla pallacanestro, dal mezzo fondo al tennis

Se è esistito, a Rimini, un personaggio il cui nome si sia legato indissolubilmente alle vicende sportive della nostra città, questi, è stato Flavio Lombardini. Classe 1904, riminese autentico, fu di volta in volta, atleta, insegnante, organizzatore. Certamente sempre un entusiasta. Nelle fotografie che lo ritraggono in età giovanile, appare come un ragazzo magro, magro. Che fosse sottile, non veniva considerato evento di particolare eccezionalità dai contemporanei. Gli italiani dei primi anni del secolo, erano abituati a tirar la cinghia. Lo stato liberale aveva ingrassato alcuni, lasciando però magra la maggior parte degli italiani. Lo sport, prima dell’avvento del fascismo, era riservato ai rampolli dell’aristocrazia ed ai ricchi borghesi. I poveri potevano andare in bicicletta (se ne possedevano una), nuotare nel porto, giocare alle bocce, cimentarsi in corse nei sacchi. In più, anche questi sport naturali, erano ostacolati dalla assoluta mancanza di impianti, dal cattivo stato delle strade, dalla penuria di tempo libero, dalla ossessiva necessità di lavorare. Negli anni venti, chi praticava sport era un borghese che aveva disponibilità di tempo libero e "surplus" calorico da spendere.
Fu il regime fascista che fece entrare le masse nella pratica sportiva. L’Italia, che restava per molti aspetti contadina e relativamente povera, cominciò, in camicia nera, ad attrezzarsi sportivamente. Il nuovo criterio fu di far avvicinare allo sport coloro che fino allora ne erano rimasti esclusi per ragioni di censo e di appartenenza sociale.
Lombardini, si diede con vivo entusiasmo a predicare il suo verbo sportivo e dopo aver conseguito il diploma di insegnante di educazione fisica, all’Istituto Superiore della Farnesina in Roma, cercò in tutti i modi di creare degli atleti, di realizzare un modello antropologico nuovo, che potesse essere presentato in Italia e all’estero,  come esempio di mutazione indotta dal fascismo. Il Popolo di Romagna del 3 - 8 - 1930 scriveva: "Speriamo che il ritorno di Lombardini a dirigere la sezione di atletica frutti ancora quegli elementi e quei risultati che avemmo modo di leggere in passato".
In verità, questo preparatore atletico, severo, gran perfezionista, intransigente, di risultati ne conseguì e non furono vittorie di poco conto. La squadra di ginnastica del Dopolavoro Ferroviario si classificò, nel 1932, al primo posto al Concorso nazionale di Roma e l’allenatore era Flavio Lombardini. E fu sempre lui il preparatore della squadra riminese di pallacanestro femminile che, nel 1936, vinse il Campionato Italiano di seconda categoria. 
Lo conobbi che era già avanti con gli anni ma dal portamento eretto si intuivano le antiche virtù atletiche. Era proporzionato, scattante nel fisico, nulla in lui era greve o flaccido, avanzava tra i  campi in terra rossa del Circolo Tennis di Rimini tra tutti i giocatori giovani e vecchi, maestoso ed austero al pari di un cigno tra tanti paperi. Perchè Flavio Lombardini atleta lo era stato davvero. Dopo aver giocato a calcio (era stato un pioniere, insieme al fratello Aristide, del foot-ball riminese), si cimentò nella scherma, nel pugilato e addirittura nel tiro a segno. Ma fu l’atletica leggera che lo vide indiscusso protagonista quale mezzofondista di valore nazionale. Nel 1928, allorché il record mondiale degli ottocento metri apparteneva al francese Sera Martin con il tempo di 1’50" 6, il nostro uomo corse la stessa distanza a Bologna in 1’ 51"4/5 che era tempo davvero eccezionale e lo poneva nell’elite dei mezzofondisti italiani, se è vero che il grande Mario Lanzi, sette anni dopo, nel 1935, vinse gli ottocento a Berlino, in un incontro pentagonale (Svezia, Germania, Ungheria, Giappone, Italia) col tempo di 1’52"2. Buone prove Lombardini le fornì nel salto in alto (aveva al suo attivo un 1,75 ottenuto staccando alla Lewden, cioè parlando chiaro, saltava facendo la forbice), nei quattrocento piani (51"4/5), nei duecento (23"4/5). Alla fine si era dato al tennis e pur giocando in maniera artigianale e da autodidatta metteva nel gioco tutta la grinta e la serietà di chi era avvezzo a gareggiare ad alto livello. Così quando una pallina cadeva nei pressi delle righe dalla sua parte, il professore, con voce tra il vindice e l’imperiale la chiamava inesorabilmente out. "Peccato! Ma è fuori!" Era il suo unico vezzo: amava vincere. Morì nel 1988. Con lui spariva un’autentica figura di sportivo. Un uomo buono, generoso di stampo antico, che tanto si era prodigato per la sua città raccogliendo, tra l’altro, preziose testimonianze storiche e dedicandosi a ricerche che, in molti casi, travalicano la pura curiosità cronachistica. Sono fiero di averlo conosciuto e di aver goduto della sua amicizia.

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