Il suicidio del vino riminese

Rimini - Notizie Borgo Marina - mer 11 mar 2009
di Stefano Cicchetti

Da prodotto di lusso al crollo dovuto alle sofisticazioni

Il vino di lusso, quello tassato più pesantemente, a Venezia era classificato “XXX”. Ed era il vino da mar, quello che trasportato per mare – quindi l’unico commerciato a grande distanza – invece di guastarsi addirittura migliorava. Il vino di Rimini rientrava proprio in questa categoria insieme a pochi altri, e da tempo immemorabile. Già Plinio il Vecchio (I secolo d.C.) esaltava i nostri vina navigata, che per secoli furono la nostra principale voce di esportazione. Un prodotto di pregio assoluto, una sorta di Brunello dell’antichità, per il quale i mercanti di ogni nazione erano disposti a sborsare le cifre più alte. Per Rimini, un vanto e una fonte certa di benessere.
Ma a metà ‘700 le quotazioni crollarono e la fama svanì. Come mai? Lo svela l’abate Battarra nella sua Pratica agraria (1782): “..è stata l’avaritia e la trufferia di noi altri contadini, quando nel vin venale, in tempo di vendemmia mettiamo un quinto, o un sesto d’acqua nella veggia, e per questa trufferia que’ vini che in mosto si vendeano a mercanti veneziani perivan tutti per mare e così il commercio si sciolse”.
Il vino riminese ha dunque una tradizione di altissima qualità che va assolutamente riscoperta. Ma impartisce anche una lezione che non va assolutamente dimenticata.

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