Rimini e la pesca, un amore giovane

Rimini - Notizie Borgo Marina - mer 11 mar 2009
di Stefano Cicchetti

Il boom fra ‘500 e ‘600 con le flotte d’altura, le ghiacciaie e l’export

Gli immigrati chioggiotti rivoluzionarono la nautica inventando anche le vele “a trabaccolo”
E il Granduca di Toscana esigeva le nostre sogliole


Rimini e la pesca: un binomio che ci appare del tutto naturale. Eppure non è sempre stato così. In realtà, il prosperare dell’industria ittica nella nostra città è stato un fenomeno relativamente recente. Le ricerche di Maria Lucia De Nicolò permettono ora di ricostruire le vicende di un mondo solo apparentemente sempre uguale a se stesso.
Apprezzatissimo dagli antichi romani, il pesce non lo fu altrettanto nel medio evo, poiché ritenuto alimento di poca sostanza e di “umore freddo”, quindi perfino nocivo. La svolta giunse solo a metà ‘500. Da un lato, il Concilio di Trento (1545 – 1563) conferì rigore ai digiuni “di magro”, che fra quaresima, venerdì e vigilie andavano osservati per quasi un terzo dell’anno. Dall’altro, la scienza iniziava a riconoscere al pesce quelle virtù benefiche oggi più che accertate. All’aumentata richiesta si fece fronte anche con nuove tecniche di pesca, giunte soprattutto dalla Provenza. Solo allora in Adriatico ci si avventurò nella pesca d’altura, mentre prima non c’erano che le tratte a riva o le barchette di costa. E fu allora che nacque l’export: la conservazione nelle ghiacciaie e un’efficientissima rete di trasporti consentirono al pesce di giungere ancora fresco a Urbino, Bologna, Firenze, Perugia, finanche Lucca. Il Granduca di Toscana esigeva sogliole rigorosamente riminesi. Provenienti, cioè da quello che era ormai fra i massimi centri pescherecci dello Stivale, il primo dello Stato Pontificio: a fine ‘700 vi campavano di mare tremila anime, un quarto della città. Il porto era da sempre malagevole e insicuro, ma un insieme di ragioni - geografia, politica, dinamismo degli abitanti – avevano generato una flottiglia d’alto mare in grado di assicurare pescato di grande quantità e qualità, preso anzitutto nelle acque istriane e dalmate.
Protagonisti del boom furono dei Riminesi d’adozione, cioè principalmente i Chioggiotti. Presenti in porto almeno dal ‘400, giunsero sempre più numerosi fino a che, nel ‘700, diedero vita a un vero e proprio esodo, inquietando non poco la Serenissima. A Rimini infatti – riferivano gli allarmati agenti veneti - non emigravano solo “miserabilissimi pescadori”, ma intere dinastie di paroni e nocchieri, calafà e proti, maestri d’ascia e velai, ancorai e cordai. Il rione Clodio (Clodia è il nome latino di Chioggia) testimonia di un lungo periodo in cui le due città vissero praticamente in simbiosi tramite il mare. Altre maestranze provette venivano da Arbe, Sebenico, Fiume, Segna. Si sviluppò così anche un’industria cantieristica, in grado di creare nuovi tipi navali – come il tartanone pelago, grosso peschereccio d’altura – e addirittura, sempre secondo la De Nicolò, importantissime innovazioni nautiche come la vela al terzo, o, più correttamente “a trabaccolo”, a Rimini e non altrove documentata come preminente già a metà del ‘600.
Fonte: “Rimini marinara” di Maria  Lucia De Nicolò – BCC Gradara, 2008

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